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Proposte Amato-Bassanini, Deaglio, Guarino, Cisnetto, Mediobanca per uscire dalla crisi.


 

Da Panorama n. 35 del 22 agosto 2012


 

Le proposta di Mario Deaglio  e Donato Vena sono state aggiunte da Fabio Marinelli.



 

 

Per leggere il libro proposta di Donato Vena andare in questo LINK

 

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LINK PDF   raccolta proposte - www.astrid.eu ------------- Mario Deaglio proposta sull'ORO

 

È POSSIBILE FARLO SENZA RICORRERE A PATRIMONIALI STRAORDINARIE?

Cessioni, rientro di capitali e Btp più lunghi 
Sei ipotesi per tagliare il debito pubblico

La proposta Amato-Bassanini: un mix di interventi per ridurlo di 200 miliardi in 8 anni La «conversione» dell'ex presidente del Consiglio rispetto all'idea della patrimoniale

 

È possibile tentare qualcosa di più di quanto abbia promesso Vittorio Grilli per aggredire il debito pubblico italiano senza cadere nelle promesse mirabolanti ma di dubbia realizzazione come quelle appena fatte da Angelino Alfano? Ed è possibile riuscirci senza ricorrere a massicce imposizioni patrimoniali straordinarie? La risposta che viene dall'ex premier Giuliano Amato e dal presidente della Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini, è positiva. Una terza via è praticabile, e potrebbe dare 150-200 miliardi entro il 2017 e altri 150 nel quinquennio successivo se si insisterà con coerenza sulle misure adottate. Ma ci vuole coesione nazionale al di là delle mutevoli maggioranze di governo e una certa centralizzazione delle decisioni rispetto alla babele delle periferie. Perché non esiste una sola mossa vincente, ma un mix di interventi di diverso genere.
Per inquadrare la nuova proposta, che è stata inviata al premier Mario Monti e al ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, vanno ricordate le due linee in campo al momento. La prima è quella dello stesso Grilli, che aveva prospettato, nell'intervista al Corriere , una serie di cessioni di immobili e partecipazioni dello Stato e degli enti locali per 15-20 miliardi l'anno per 5 anni. Il debito verrebbe così abbattuto, a regime, per 75-100 miliardi e la sua incidenza sul Prodotto interno lordo attuale diminuirebbe di 5-7 punti percentuali. Se a partire dal 2014 l'economia riprendesse a crescere, l'incidenza del debito sul Pil calerebbe ancora un po'. Grilli è attendibile ma potrebbe essere un po' troppo prudente.
L'altra linea è quella del segretario del Pdl, che vorrebbe un clamoroso colpo secco: un taglio da 400 miliardi in 5 anni per riportare l'incidenza del debito pubblico sotto il 100% del Pil. L'idea principale è quella di costituire un fondo al quale verrebbero conferiti nel quinquennio beni pubblici da «pagare» con il ricavato di speciali emissioni obbligazionarie con il rating massimo perché garantite da quei medesimi beni. Con l'incasso così ottenuto, Stato ed enti locali cancellerebbero un'equivalente porzione del debito. Ma come ciò possa concretamente avvenire non è ancora chiaro. Senza mettere in campo l'oro della Banca d'Italia, infatti, è difficile che le agenzie di rating concedano la tripla A alle obbligazioni del fondo di Alfano. Di questi tempi, il rischio Paese prevale su tutto: basti pensare che la Cassa depositi e prestiti non va oltre il rating della Repubblica italiana pur avendo un core tier 1 del 28%, assai più alto di quello delle consorella tedesca KfW che tuttavia gode della tripla A proprio perché tedesca. Le riserve auree, poi, sono una materia troppo delicata per essere trattate in modo estemporaneo: una materia troppo legata alla Banca centrale europea e ancor più al suo destino: se la Bce diventerà, come tanti si augurano anche in Italia, prestatrice di ultima istanza e stampatrice senza limiti prefissati di moneta, forse un po' d'altro oro le potrà essere utile per non gettare sul mercato carta pura e semplice. Non a caso sul tema adesso si tace.
In conferenza stampa, Alfano ha speso molte parole per polemizzare contro il Pd che, secondo lui, vorrebbe aggredire il debito pubblico soltanto attraverso un'imposta patrimoniale di ampia portata. In realtà, il Pd non sta coltivando alcun progetto di «patrimoniale» pesante una tantum , ma per bocca del responsabile economico, Stefano Fassina, ha proposto a suo tempo un prelievo annuale leggero sui grandi patrimoni analogo a quello da anni attuato in Francia (dove, peraltro, non ha risolto granché). Meglio sarebbe stato rispondere alle due obiezioni che l'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, muove a tutte le proposte che prevedono il conferimento di beni pubblici a società-veicolo che si finanziano emettendo obbligazioni a tassi ridotti perché garantite da quei beni.
La prima obiezione si compendia nella domanda che l'antico agente di cambio milanese, Aldo Ravelli, poneva a chi gli prospettava vendite grandiose: « Chi l'è el rilavatari? ». La seconda è più articolata: se i beni pubblici costituiscono la garanzia del debito pubblico, un conto è vendere e cancellare una quota di debito, un conto ben diverso è togliere garanzie dal grosso del debito pubblico per porle al servizio di emissioni privilegiate. Queste ultime, infatti, spunterebbero forse tassi migliori in quanto debito senior , ma poi il grosso del debito diventerebbe junior e subirebbe un contraccolpo negativo sui propri tassi. È tutto da dimostrare che il saldo finale tra tassi che si riducono e tassi che si alzano sia conveniente. Ora la proposta Amato-Bassanini, che è firmata anche da Giuseppe Bivona, Davide Ciferri, Paolo Guerrieri, Giorgio Macciotta, Rainer Masera, Marcello Messori, Stefano Micossi, Edoardo Reviglio e Maria Teresa Salvemini sotto l'egida del centro studi Astrid, reimposta l'intera questione sulla base di un realismo ambizioso, ma senza nuove tasse, nemmeno nella versione light di Fassina.
Sul piano politico, l'elemento interessante è il ripensamento di Amato, che fu tra i primi a proporre l'abbattimento del debito pubblico attraverso un prelievo fiscale straordinario di 30 mila euro a carico degli italiani abbienti. Gli undici convengono sui pericoli recessivi di una imposta patrimoniale. Sul piano culturale, va notata la convergenza tra giuristi di cultura socialista come lo stesso Amato e Bassanini ed economisti di scuola liberale come Masera, che ha un importante passato di banchiere, e Micossi, brillante segretario dell'Assonime, l'associazione delle società per azioni.
Nel merito, gli undici dell'Astrid propongono un intervento articolato in sei mosse che entro il 2017 dovrebbe dare un gettito ipotizzato in 178 miliardi:
a)     cessione di immobili per circa 72 miliardi (di cui: 30 dalla cessione agli inquilini dell'edilizia residenziale pubblica; 16 dalla dismissione di immobili di enti previdenziali; 15 da immobili di Regioni ed enti locali; 6 da caserme e sedi delle Province da smantellare; 5 dal cosiddetto federalismo demaniale);
b)     30 miliardi potrebbero venire dalla capitalizzazione delle concessioni (le sole lotterie danno 1,6 miliardi l'anno);
c)      40 miliardi valgono le partecipazioni (Eni, Enel, Finmeccanica, St Microelectronics ed ex municipalizzate quotate);
d)     15 miliardi potrebbero venire imponendo agli enti previdenziali degli ordini professionali di aumentare la quota dei loro investimenti in titoli di Stato di lungo periodo, oggi ferma al 10% del portafoglio (considerando i maneggi sugli immobili, ne avrebbero giovamento i pensionati futuri);
e)     16-17 miliardi potrebbe essere il flusso nel quinquennio proveniente dalla tassazione dei capitali clandestinamente costituiti da italiani in Svizzera, previo accordo con il governo di Berna;
f)       5 miliardi potrebbero venire da incentivi e disincentivi fiscali volti all'allungamento delle scadenze e alla riduzione del costo medio del debito pubblico.
Astrid si inserisce nel solco dell'azione del governo che ha affidato alla Cassa depositi e prestiti la costituzione di due grandi fondi immobiliari da 10 miliardi l'uno. Diversamente dalla proposta Alfano (almeno per quanto se ne è capito), l'Astrid punta molto sui soggetti esistenti. Invece del super fondo di cui non si conosce el rilevatari di ravelliana memoria, gli undici vorrebbero fosse messa in campo la Cassa depositi e prestiti che già raccoglie 300 miliardi di risparmio privato. Pur non essendo una banca, la Cassa già sconta in Bce i suoi effetti creditizi per 25 miliardi, destinati a finanziare per metà lo Stato e per metà l'economia. Ma qui dovrebbe fare da pivot della valorizzazione delle partecipazioni, oggi del Tesoro, in società quotate e non quotate come le Poste, nelle ex municipalizzate quotate e nelle 5.500 aziende municipali non quote, 2.800 delle quali attive nei servizi pubblici locali, che sono da aggregare e ristrutturare per poter poi essere cedute in tutto o in parte. Insistendo, si potrà arrivare anche alla cifra di Alfano. Ma in 8 anni, non in 5. Altrimenti bisogna ipotizzare, come fa il segretario del Pdl, che l'accordo fiscale con la Svizzera dia il triplo di quanto stima Astrid. Come se gli italiani, che avevano esportato capitali in Svizzera, li lasciassero tutti, ma proprio tutti, a disposizione del fisco anziché spostarne una parte in altri paradisi.
Massimo Mucchetti - Corriere della Sera del 8-8-2012
 
 
Otto anni dopo la “riflessione inquietante” di Guarino

Attaccare il debito (ma di brutto)

Da un articolo de "Il Foglio" di Antonio Pilati del 15 febbraio 2012

 

L'articolo descrive 3 proposte per ridurre il debito pubblico, mediante la creazione di un fondo con garanzia degli immobili di Stato.

In fondo è presente anche una 4° proposta di Fabio Marinelli.



Il 6 agosto 2004 Il Corriere della Sera pubblica in evidenza un’analisi di Giuseppe Guarino con un titolo che oggi, a quasi otto anni di distanza, appare molto attuale: “Il debito pubblico? Serve una cura choc. E’ il vero freno dell’economia italiana”. Il sommario auspica “un impegno bipartisan per accelerarne la discesa”. Ma è il contenuto che, in alcuni passaggi, fa impressione: “Nel sistema comunitario gli Stati membri non sono tenuti ad aiutarsi reciprocamente. Sono legittimati a trarre profitto dalle difficoltà degli altri. In 20 anni le nostre residue imprese maggiori o le migliori banche potrebbero passare sotto controllo estero. La causa cronica che debilita l’economia italiana è il debito. (…) Siamo prossimi a un punto di non ritorno. Anziché insistere con il metodo di sottoporre ancora per anni la collettività a salassi annuali dell’ordine di 20-30 miliardi di euro senza che se ne intravvedano benefici va valutato se non sia di maggior vantaggio incidere sul debito con tecniche che non comportano oneri né per il cittadino né per le imprese”.

Negli anni in cui cessa l’uso delle monete nazionali e i confronti di competitività con i Paesi dell’euro sono all’ordine del giorno, il tema del debito pubblico cattura l’attenzione politica. Nel marzo 2002 Tremonti, ministro dell’Economia, vara Patrimonio S.p.a. che forma un veicolo flessibile dove concentrare, in vista della dismissione, una parte di rilievo degli immobili pubblici. Nel 2003 è redatto, secondo gli standard internazionali, il primo stato patrimoniale del settore pubblico che fa emergere un rapporto patrimonio/Pil pari al 137% (valore più alto di quello medio dei partner europei). Il DPEF 2004, seguendo indicazioni Ue, prevede per il debito una riduzione di due punti percentuali annui durante il quadriennio che chiude al 2008. Guarino completa la sua analisi con una proposta radicale (realizzare un’operazione finanziaria in grado di portare rapidamente il rapporto debito/Pil almeno sotto la soglia del 90%) che è presentata nell’ottobre 2005 a una giornata di riflessione su “Debito pubblico e competitività” organizzata da Nexus (un’associazione di cultura politica promossa da Enrico Manca). L’idea parte da “una riflessione inquietante”: “la spirale ascendente del debito è destinata a prodursi a partire da qualsiasi momento, indipendentemente dal livello del rapporto debito/Pil che sia stato raggiunto, quando concorrano le due condizioni della crescita insufficiente dell’economia e della insussistenza di risorse ulteriori. La circostanza che lo Stato si dimostri incapace di arrestare l’ulteriore deterioramento del rapporto debito/Pil potrebbe costituire un preannuncio di bancarotta. La gravità delle conseguenze deve indurre a molta prudenza quando si ipotizza che tra quattro o cinque anni, per effetto della ripresa dell’economia mondiale, o di quella comunitaria o di quella dell’Italia in particolare, il problema potrebbe risolversi da sé. Se queste attese andassero deluse e se nel frattempo si fossero bruciate le ultime risorse disponibili, lo stato di default sarebbe inevitabile”.

Con la fine della legislatura 2001-2006 il tema del debito scivola in secondo piano: la congiuntura migliora, declina l’enfasi sulle grandi opere pubbliche (da finanziare per qualche via), cambia il governo. La strategia standard, che prevede l’erosione del debito con graduali avanzi annui suscitando i timori di Guarino (con i piccoli passi si finisce sempre, al primo refolo di vento, per tornare indietro), riprende a dominare: il controllo rigoroso dei conti (Padoa Schioppa prima, Tremonti poi) ridà sicurezza, fa scendere di qualche punto il rapporto debito/Pil e vela la fragilità di fondo.

La debolezza strutturale però non è sanata e anzi due processi che guadagnano forza nella seconda metà del decennio la aggravano. Da un lato aumenta, fino a raggiungere il 40% del totale, la quota del debito italiano detenuta da soggetti esteri: ciò implica un deflusso netto di capitali e assoggetta il costo del debito a valutazioni poste fuori dalla sfera d’influenza dell’emittente statale. Dall’altro lato cresce nell’area dell’euro, complicandone sia il governo sia la razionalità sistemica, la divergenza d’interessi tra gli Stati membri, acuita dalla barocca sovrapposizione delle norme. Quando nel 2008 la crisi finanziaria tramuta la brezza in tempesta e il dissolvimento di fiducia, dopo le banche, investe gli Stati che per salvare il sistema del credito dilatano il debito, gli elementi profondi di fragilità del nostro bilancio pubblico rimbalzano in primo piano, con un aspetto ancora più drammatico di quello mostrato negli anni in cui Guarino formulava la sua diagnosi predittiva.

Le divergenze all’interno dell’eurozona portano prima ad ammettere – durante la disputa sul salvataggio della Grecia – e poi a teorizzare che gli Stati membri, per i quali fino a poco tempo prima il rischio sul debito era stimato pari a zero, sono suscettibili di default. Ciò si riflette duramente sui titoli italiani: cresce il rischio percepito, le agenzie di rating segnalano allarme, i detentori esteri escono, s’innalza il premio richiesto: comincia la danza degli spread. Il tocco finale lo dà la bulimia normativa dell’Unione: appare una buona idea, nell’estate degli spread, aggiungere al tradizionale vincolo sul deficit (che non deve superare il 3% annuo; ma noi ci siamo impegnati dal 2013 al pareggio) anche un obbligo relativo al debito: i Paesi che, come l’Italia, hanno un rapporto debito/Pil superiore alla soglia ammessa del 60% sono tenuti a ridurre l’eccedenza di 1/20 all’anno. La combinazione delle due norme consegna all’Italia compiti a casa da brivido: il pareggio di bilancio implica nel 2013 un avanzo primario stimato oltre i 100 miliardi; con il rapporto debito/Pil oggi al 120% e il Pil destinato a calare, il taglio annuo previsto per lo stock di debito si aggira intorno ai 50 miliardi: ciò significa che per rispettare alla lettera gli impegni europei nel 2013 dovremo avere un avanzo primario superiore a 150miliardi, oltre l’8% del Pil.

Sono cifre difficili da sostenere:  le misure necessarie per realizzarle scatenerebbero una dura recessione. Le soluzioni che si prospettano sono allora solo due: o spuntare, in sede di negoziato europeo, qualche deroga alla clausola di riduzione annua dell’eccedenza di debito oppure realizzare cessioni di patrimonio in modo da abbattere lo stock di partenza. Per ora il governo dedica attenzione ai flussi, all’equilibrio di bilancio, ma si può immaginare che, superata l’emergenza immediata, dovrà rivolgersi alla questione degli stock.

Nel frattempo si sono moltiplicati gli esercizi sul tema e ormai si contano numerose varianti  raggruppabili in 3 tipologie.

1) La prima prevede lacostituzione di una Spa, all’inizio di totale proprietà dello Stato, che raccoglie e amministra il patrimonio pubblico (immobili, partecipazioni, crediti), si quota in Borsa e provvede a una cessione progressiva delle azioni (il cui valore si immagina correlato all’efficienza della gestione): con ilricavato lo Stato riduce il debito. E’ la proposta Guarino a suo tempo contrastata da obiezioni di stampo liberale: si crea un enorme centro di potere, un nuovo Iri, destinato ad agire più per conservarsi che per vendere asset e azioni (ponendo le premesse per scomparire). Una versione minimalista della medesima idea prevede che Cassa depositi e prestiti acquisti con liquidità propria le partecipazioni dello Stato nelle grandi aziende pubbliche (Enel, Poste, Sace, Fintecna, Anas,Invitalia ecc.) per un controvalore di 40-50 miliardi (da destinare a riduzione del debito). La proprietà rimane pubblica, ma cambia l’etichetta e c’è l’esborso di denaro fresco: un esercizio di funambolismo che fa maquillage.

2) Anche la seconda tipologia (Monorchio e Salerno Aletta, Cisnetto, Rebecchini) prevede di concentrare in un unico veicolo (fondo di gestione patrimoniale o società per azioni) immobili e partecipazioni; le quote di proprietà tuttavia non sono scambiate sul libero mercato, come nella proposta Guarino, ma sono acquisite in via obbligatoria dai cittadini italiani (in proporzione, si presume, a qualche indicatore di ricchezza): di fatto non una cessione differita ma un prestito forzoso (nelle versioni che prevedono, sia pure a tempi lunghissimi, la restituzione delle somme investite) o una patrimoniale morbida (c’è un corrispettivo tangibile all’esborso dei cittadini). In questo schema, data la natura forzosa del congegno predisposto, i ricavi dello Stato sono immediati e certi, mentre nella proposta Guarino sono a medio termine e legati all’efficienza di gestione della Spa. La formula che ipotizza prelievi dai cittadini incontra due obiezioni. La prima ricalca l’obiezione mossa all’idea Guarino: nasce un simil-Iri che rischia di badare soprattutto ad auto-riprodursi (in ciò il fatto di essere una public company forse aiuta). La seconda obiezione è politica e investe il tratto un po’ da “oro alla patria” che l’iniziativa mostra: l’enormità del debito deriva dalla scelta politica (sbagliata) di espandere la sfera d’azione e le dimensioni dello Stato, ma a pagare i conti finali sono i cittadini cui neppure è garantito un cambio dirotta.

3) Nella terza tipologia (Mediobanca; Nocera e Luttwak) il patrimonio, immobili e/o partecipazioni, non è usato, come nelle proposte precedenti, quale asset di una Spa  le cui azioni – valorizzate, si presume, nel tempo – sono destinate alla cessione; funge invece da garanzia per l’emissione di nuovi titoli il cui ricavato è impiegato per ridurre il debito. Si introduce così un effetto leva con il vantaggio di aumentare l’incasso a breve, ma al contempo si stabilizza l’esistenza della Spa e si mantengono gli asset vincolati al suo interno. Mediobanca e altri istituti ipotizzano di costituire – con criteri tali datenerla fuori dal perimetro pubblico - una società veicolo che riceve in dote da Stato ed Enti locali beni per un valore di 80-90 miliardi e, su questa garanzia, emette obbligazioni a lungo termine. Banche e assicurazioni sottoscrivono i titoli consegnando Btp che dal veicolo sono trasmessi allo Stato a riduzione del debito. Di fatto un grande swap che consente alle banche di alienare a prezzo convenzionale titoli dai corsi ormai deboli e allo Stato di cancellare debito a valore facciale. Il veicolo rimane possessore degli asset e sono immaginate dismissioni in tempi favorevoli.

L’Italia ha un debito pubblico molto elevato sia in cifra assoluta sia in rapporto al Pil, detiene attivi poco redditizi (con rare eccezioni), gode di una fama politica non brillante (su riforma dello Stato e riduzione del debito le promesse sono state tante, i fatti pochi). Nei prossimi anni dovrà affrontare una recessione forse lunga, dinamiche monetarie non favorevoli, impegni con i partner europei molto pesanti. Operazioni finanziarie che dislocano abilmente il debito da una parte all’altra del perimetro pubblico danno sollievo temporaneo ma forse non sono all’altezza della complessità attuale. Cessioni reali di beni, basate su congegni che sfalsano i tempi fra incasso (rapido) e vendita (differita secondo le fasi di congiuntura), danno più sicurezza ai conti e più fiducia agli investitori. La scelta fra prelievo forzoso e appello al mercato, invece, ha carattere politico: i cittadini e le imprese – va però ricordato - patiscono già livellidi prelievo molto elevati.

Volevo suggerire una quarta proposta (Fabio Marinelli). Per certi versi simile a quella di (Mediobanca; Nocera e Luttwak), che invece si basa sul famoso Ordine Esecutivo 11110 di Kennedy e sulle teorie di Gesell:

Ordine Esecutivo 11110
EMENDAMENTO DELL'ORDINE ESECUTIVO N. 10289
MODIFICA RELATIVA ALL'APPLICAZIONE DI CERTE FUNZIONI CHE RIGUARDANO IL
MINISTERO DEL TESORO

In virtù dell'autorità affidatami dalla sezione 301 del Titolo 3 del Codice degli Stati Uniti, viene ordinato quanto segue: 
La Sezione 1 dell'Ordine Esecutivo n. 10289 del 19 settembre 1951, come modificata, viene qui ulteriormente modificata - 
Aggiungendo alla fine del paragrafo 1 di cui sopra il seguente sottoparagrafo(j): 
(j) L'autorità di cui è investito il Presidente dal paragrafo (b) della sezione 43 della Legge del 12 maggio 1933, come modificata (31 U.S.C. 821(b)), di emettere certificati argentiferi contro qualsiasi deposito d'argento, argento o normali dollari d'argento nel Tesoro non legati alla restituzione di qualsiasi certificato argentifero preesistente, di prescrivere la denominazione di questi certificati argentiferi e di emettere normali monete d'argento e valuta sussidiaria redimibile in argento 

Revocando i sottoparagrafi (b) e (c) del paragrafo 2  predetto. 
Sez. 2 I cambiamenti effettuati da questo Ordine non devono influenzare qualsiasi atto effettuato o qualsiasi diritto acquisito o qualsiasi causa o processo in atto o iniziato in qualsiasi causa penale o civile prima della data di quest'Ordine ma tutte queste responsabilità continueranno e verranno esatte come se il detto emendamento non fosse stato effettuato. 
John F. Kennedy, Casa Bianca, 4 giugno 1963.

Invece dell’argento, in Italia si darebbe in garanzia il fondo costituito con acquisto obbligatorio da parte dei cittadini più abbienti di azioni o una delle altre ipotesi previste sopra.

Ovviamente, dato che questo nuovo denaro sarebbe più appetibile dell’Euro, perché provvisto di una garanzia reale, andrebbe trovato un modo per impedirne l’accumulo e farlo circolare.

L’unico modo è quello di stabilire una strategia simile a quella di Gesell.

Il nuovo denaro dovrebbe avere la forma di buoni spesa elargiti alle famiglie più bisognose.

A sostegno va fatto notare l'elementare ma solido argomento secondo cui una moneta in più nelle tasche del ricco resta facilmente ferma, mentre nelle mani del povero diventa immediato strumento di spesa a beneficio della domanda e per questa via della produzione.

La cifra ipotetica iniziale sarebbe di circa 5000 euro di buoni spesa a famiglia all’anno con tagli da 50 euro.

I buoni spesa come si è fatto per la vecchia Social Card potrebbero essere ancorati a delle offerte speciali delle più grandi catene di distribuzione e avranno libera circolazione come il denaro contante.

I buoni spesa dovrebbero rimanere in circolazione per almeno 6 anni e su di essi andrebbe apposta una marca da bollo elettronica (alla Gesell) dell’1% del valore di facciata al mese (ciò è facilmente realizzabile con una carta elettronica liberamente scambiabile con un chip di ricarica, non nominativa). Questo per incentivarne la circolazione e raggranellare un po’ di denaro per finanziare l’iniziativa.

E’ ovvio che l’1% di ricarica alla fine di ogni mese, incentiverebbe alla spesa il cittadino per non sobbarcarsi la spesa della marca da bollo elettronica. I supermercati sarebbero invece ben lieti di pagarla in funzione di un cospicuo aumento del fatturato. Quindi accadrà paradossalmente che alla quarta settimana del mese, invece che il deserto, ci sarà un iperafflusso della clientela verso i negozi.

Sulla carta andrebbe scritto Repubblica Italiana "buono spesa garantito dal fondo xxxxx", per renderla più appetibile anche agli scettici. Comunque avrebbe corso forzoso e obbligo di essere accettata come il denaro contante.

La UE non potrà eccepire nulla, perché non si tratta di una moneta, ma di un credito sociale erogato al cittadino più povero con una Social Card speciale.

Sta poi alla genialità della Banca d'Italia e del Governo trovare le soluzioni più adatte con adeguata legge di copertura, per risolvere i vari problemi della durata della carta, della eventuale cambiabilità in banca con denaro contante e della selezione delle famiglie aventi diritto. ecc. ecc.

In questo ultimo caso la vigorosa ripresa dell'economia dovuta alla maggiore liquidità garantita dalla carta, agevolerebbe una riduzione del debito pubblico in virtù delle normali imposte che già presenti (IVA, IRPEF ecc. ecc.).

Non va sottovalutata poi la possibilità di collegare il Fondo Nazionale con un nuovo tipo di banca che avrebbe le caratteristiche della BANCA WIR svizzera. Dato che la moneta agganciata al fondo è una moneta complementare che rappresenta il credito e non il debito, essa potrebbe diventare un'unità di conto per la compensazione debiti/crediti in un circuito virtuoso tra medie e piccole imprese come avviene oggi in Svizzera. La moneta WIR complementare attualmente ha un giro di affari di 3 miliardi di Franchi svizzeri.

 Vedere link: La malattia del denaro.

 

La licenza sottoscritta è valida solo per la 4° proposta di Fabio Marinelli, il resto dell'articolo è di Antonio Pilati de "Il Foglio" e Massimo Lucchetti del Corriere della Sera.

 

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Pubblicato il 9/8/2012 alle 11.49 nella rubrica economia.

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