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Perché le banche sono tanto odiate? Un decalogo per tirarle fuori dai guai
post pubblicato in economia, il 6 luglio 2017


scritto da il 03 Luglio 2017

La reputazione delle banche è ai minimi storici. La fiducia nei loro confronti pure. Ogni poco ne fallisce una. I correntisti hanno paura, i risparmiatori non si sentono tutelati, i cittadini considerano ingiusto che – con denaro pubblico – si salvi chi, per mero guadagno, ha provocato la crisi.

Eppure, il loro ruolo è fondamentale. Senza banche l’economia non gira. Per funzionare, il sistema economico ha bisogno di: 1) banche commerciali, che raccolgano (con obbligo di rimborso) il risparmio domestico e lo trasformino in investimenti produttivi nell’economia reale; e 2) banche d’investimento, che assistano le imprese nelle operazioni straordinarie (aumenti di capitale, emissione e collocamento di titoli, acquisizioni, fusioni, ristrutturazioni, cessioni, scissioni) e amministrino i patrimoni privati (gestione di portafoglio attraverso fondi d’investimento).

Perché siamo arrivati a questo punto? Per mancanza di visione, avidità, poca professionalità. Negli ultimi 30 anni, le banche non hanno risposto in maniera adeguata ai cambi macroeconomici e alle dinamiche di settore. Hanno rinunciato a capire la complessità del contesto e si sono concentrate sulla ricerca del profitto a breve termine. In altre parole, hanno dimenticato il loro ruolo nella creazione di valore economico e sociale, finendo per operare in opposizione alle esigenze di produzione, crescita e occupazione. Nel loro “modello di business”, l’attività di intermediazione del credito è diminuita ed è aumentata quella d’investimento nei mercati finanziari, con una maggiore assunzione di rischi. Sotto l’occhio a volte impreparato e spesso compiacente dei regolatori, sono progressivamente venuti a mancare tre elementi essenziali del settore bancario, quali: 1) l’equilibrio tra i rapporti di attività e passività (i.e.: la struttura dello “stato patrimoniale” è diventata più fragile); 2) la professionalità – e spesso l’onestà – di molti banchieri;  e, inevitabilmente, 3) la fiducia dei clienti nella loro banca. Un (non breve) excursus storico chiarirà quanto affermato.

Dopo la II guerra mondiale il circolo è virtuoso: l’economia reale cresce, le banche prestano (e guadagnano). Fino agli anni ‘70, le banche commerciali seguono un “modello di business” tradizionale: raccolgono i depositi delle famiglie e – dopo un’analisi di rischio – fanno prestiti a imprenditori e aziende. La struttura del loro “stato patrimoniale” è semplice e chiara: i depositi vengono classificati come passività (parte del “passivo”), mentre i prestiti al settore reale – una volta concessi – diventano attività (parte dell’“attivo”).

Grazie all’intermediazione del credito, le banche svolgono anche una (più o meno consapevole) funzione di sviluppo, essenziale alla crescita: garantiscono che risorse limitate finanzino progetti meritevoli – per lo più investimenti del settore privato. In altre parole, i prestiti bancari (l’“attivo”), stimolando l’attività economica, contribuiscono alla crescita del prodotto interno lordo (Pil) e ad un aumento dell’occupazione. Una forte domanda d’investimento viene dal settore tecnologico-informatico, trainato da innovazioni pro-produttività. Tassi di interesse elevati garantiscono una redditività più che buona.

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Negli anni ’80 la crescita dipende dal debito, e il capitalismo finanziario prende il sopravvento sul capitalismo industriale. Nei paesi avanzati, l’invecchiamento della popolazione riduce i consumi e aumenta il risparmio. I tassi di interesse reali a lungo termine iniziano a scendere. La crescita economica decelera e dipende sempre più dall’accumulazione di debito (privato e pubblico).  Con la liberalizzazione dei movimenti di capitale, le dimensioni del settore finanziario rispetto al Pil si espandono. Con la “finanziarizzazione” dell’economia (financialization), chi gestisce il denaro (l’economia finanziaria) diventa più importante di chi produce beni e servizi (l’economia reale). La finanza diventa essa stessa “prodotto” – inizio e fine del ciclo produttivo – e mette in secondo piano il ciclo produttivo tradizionale, in cui il prodotto dipende dall’interazione tra territorio, impresa, capitale, lavoro e tecnologia. Non è un fenomeno nuovo: negli Stati Uniti era già successo tra fine 1800 e inizio 1900, quando – con la nascita dei grandi trust e la conseguente accumulazione (e concentrazione) di ricchezza e potere – un settore finanziario sempre piu` grande e complesso mise le basi per la crisi del 1929.

Negli anni ’90 si riduce la  domanda di credito, i profitti scendono. Nonostante la costante riduzione dei tassi di interesse, la domanda di credito scende. La grandi aziende, “Corporate America” in testa,  iniziano ad ammassare liquidità sotto forma di cash e asset a breve. Le banche fanno sempre meno prestiti e vedono scemare la loro principale fonte di guadagno, il “reddito da interessi” (interest income). Le passività (il risparmio delle famiglie) non rendono. Per farle fruttare, le banche adocchiano i proventi da “commissioni e provvigioni” (fee income); per accedervi, devono essere in grado di investire i depositi.

Per tornare a guadagnare, le banche spingono la deregulation. In grado di influenzare il policymaking, l’oligarchia finanziaria spinge per una forte deregolamentazione del settore. Negli Stati Uniti, nel 1999 viene abrogata, sotto la presidenza Clinton, la legge Glass-Steagall – approvata nel 1933, durante la presidenza Roosevelt, per separare banca commerciale e banca d’investimento. Le banche d’investimento possono tornare a fondersi con le banche commerciali, rendendo così il “passivo” di queste ultime (le risorse dei depositanti) disponibile ad essere investito.

Attratte dagli alti rendimenti dei mercati finanziari, le banche investono – invece che prestare all’economia reale (e tradiscono il rapporto fiduciario con i depositanti). Sempre meno regolamentati, gli istituti di credito adottano un “modello di business” più rischioso: 1) diminuiscono l’attività di prestito all’economia reale (percepita come un esercizio laborioso e meno redditizio); 2) delegano il controllo dei rischi alle (spesso compiacenti) agenzie di rating; e 3) assumono maggiori rischi, investendo le proprie passività (i depositi delle famiglie) nei mercati finanziari, in crescita in quel momento. Il rapporto fiduciario si incrina: con i risparmi loro affidati, le banche fanno investimenti a rischio.

La redditività aumenta, ma il contributo delle attività bancarie alla crescita del Pil e alla generazione di posti di lavoro diminuisce. Le banche entrano in operazioni sempre più distanti da quelle di intermediazione del credito tra depositanti (risparmiatori) e mutuatari (imprenditori e aziende). La struttura del loro “stato patrimoniale” cambia significativamente, soprattutto per quanto riguarda la composizione dell’“attivo”, più esposto a strumenti finanziari redditizi ma rischiosi – quali azioni, obbligazioni e mercato immobiliare. Gli strumenti finanziari illiquidi aumentano i rischi di valutazione e dunque di contagio: in caso di caduta dei mercati, gli  “attivi”- iscritti a costo storico nello “stato patrimoniale” – devono essere valutati a prezzo di mercato (mark to market). Per mitigare (e per nascondere) i rischi, le banche comprano prodotti derivati over-the-counter (Otc).

Le banche diventano sempre più grandi, standardizzate, staccate dal territorio. Alla ricerca di economie di scala per diluire i rischi assunti e diminuire i costi, le grandi banche si dedicano a attività di fusione e acquisizione (M&A). Con il beneplacito dei regolatori, comprano piccole banche locali, riducendo la concorrenza e aumentando la concentrazione del settore.

Le banche locali – tradizionalmente dotate di rapporti di lunga data e di informazioni qualitative – perdono la relazione privilegiata con i propri clienti e subiscono una standardizzazione dei processi, delle impostazioni aziendali (corporate settings) e del “modello di business”, perdendo importanti vantaggi, quali: a) la capacità di monitorare i rischi delle famiglie e delle imprese locali; e b) la libertà nell’allocazione dei loro depositi. I prestiti al settore privato locale diminuiscono ulteriormente, le piccole e medie imprese (Pmi) vengono private del credito, si crea sempre meno occupazione.

Aumenta la complessità del sistema finanziario. Le grandi banche, “too big to fail”, ignorano i dettami del regolatore. Il sistema finanziario diventa più concentrato e complesso, con meno istituzioni ma di dimensioni maggiori,dipendenti l’una dall’altra per la loro sopravvivenza. Spesso, le banche fanno prestiti senza che nel loro “stato patrimoniale” sia presente la corrispondente passività (un deposito); di fatto – creando un attivo per sé e potere di acquisto per il prestatario – battono moneta. I modelli standardizzati delle agenzie di rating non riescono a catturare adeguatamente i rischi. Nel corso del tempo, le banche assumono rischi finanziari sempre maggiori, in gran parte non controllati, e alcune diventano “troppo grandi per fallire” (“too big to fail”), per essere regolate e per poter funzionare. Aumentano i rischi sistemici: più la banca è grande e più è propensa a rompere le regole. Negli Stati Uniti, le 10 più grandi istituzioni finanziarie controllano il 75 per cento degli attivi del settore bancario.

Scoppia la crisi del 2008, le banche vengono salvate. Nell’autunno del 2008, il mercato interbancario smette di funzionare,  gli istituti di credito non si scambiano il denaro tra loro e senza l’intervento delle autorità monetarie – che iniettano abbondante liquidità – il mondo della finanza collasserebbe. Le banche centrali forniscono finanziamenti a costo zero e la possibilità di riparare lo “stato patrimoniale” acquistando debito pubblico (garantito dal loro stesso intervento, e dunque privo di rischi).

Socializzazione delle perdite, privatizzazione dei guadagni, bassa crescita. I cittadini provano rabbia e diffidenza, e denunciano l’ingiustizia: le perdite derivanti dall’assunzione di rischi eccessivi divengono pubbliche, mentre i precedenti guadagni rimangono privati. I mercati finanziari non hanno trasformato il risparmio in ricchezza. Ancora una volta, la composizione dello “stato patrimoniale” delle banche cambia: le passività (i depositi dei risparmiatori) sono ora allocate in attivi più sicuri e a redditività più bassa: titoli di stato e depositi presso le banche centrali. I prestiti al settore privato diminuiscono ulteriormente. La crescita ristagna. Aumenta la percentuale degli “attivi sicuri” sul totale degli “attivi bancari”, impattando negativamente il conto economico: le banche guadagnano meno.

La regolamentazione diventa più attenta, aumentano i requisiti patrimoniali prudenziali. L’ambiente normativo e regolatorio si fa più severo, volto a sviluppare la resistenza del sistema bancario sia all’incertezza che alle turbolenze. Gli Accordi di Basilea obbligano le banche ad aumentare il loro capitale statutario in base ai rischi che hanno in bilancio (Basilea III richiede il 4,5 per cento di Common Equity Tier 1), costringendo le banche tradizionali a scegliere tra una minore redditività e il rischio di ricevere sanzioni. Oggi, le banche che combinano l’attività di banca commerciale e d’investimento sono poche – ma tutte di grandi dimensioni: esempi sono Citi, JPMorgan, Bank of America, Deutsche.

Le banche prestano meno e guadagnano meno. La redditività bancaria soffre: a) condizioni macroeconomiche più deboli; b) scarsezza di capitale impiegabile in attività di prestito; c) una riduzione delle commissioni e del reddito generato dal trading; e d) aumento dei costi ricorrenti. Soffrono in particolare le istituzioni (compagnie di assicurazione e di fondi pensione) che offrono prodotti a rendimento garantito a lungo termine. La riduzione dei costi diventa imprescindibile.

Negli ultimi 10 anni il quadro macroeconomico diventa ancora più difficile. I tassi di interesse reali continuano il loro declino e la crescita ristagna (stagnazione secolare): a) alti livelli di debito – sia pubblico che privato – limitano gli investimenti e la crescita della produttività; b) la disoccupazione mantiene i salari fermi e i redditi reali stagnanti, indebolendo la domanda aggregata; e c) la riduzione della leva finanziaria incrementa i risparmi programmati. Il risparmio globale delle grandi aziende, Corporate America in testa, sale nel 2015 a quasi il 14 per cento del Pil mondiale, dal 9 nel 1980. L’innovazione rallenta il ritmo e – di conseguenza – la produttività scende. Il settore reale riduce ulteriormente la sua domanda di credito, con un impatto negativo sulla redditività.

Il contesto competitivo sta cambiando ancora. L’attività bancaria è in trasformazione. La tecnologia agevola i concorrenti non tradizionali: le piattaforme digitali, le blockchains e l’autenticazione biometrica per le transazioni di pagamento stanno riducendo i posti di lavoro. Con l’electronic banking, le filiali diventano ridondanti. Il “sistema bancario ombra” (shadow banking) è in crescita costante. Diviene più sottile la linea di confine tra conformità legale e fiscale da un lato, e il mantenere il segreto bancario dall’altro. L’aumento della disuguaglianza e la concentrazione della ricchezza portano a una crescita dei depositi dei super-ricchi (ultra high-net-worth individuals – individui dotati di un patrimonio netto di almeno 30 milioni in dollari del 2012), mentre l’incertezza spinge la domanda di asset sicuri.

Cosa succederà? In futuro, le banche continueranno ad affrontare un contesto difficile e una diminuzione della redditività a causa di: a) complesse prospettive macroeconomiche e politiche; b) una regolamentazione sempre più coercitiva; e c) l’aumento della concorrenza da parte del “sistema bancario ombra” e delle aziende fintech. Nei prossimi anni le banche internazionali continueranno ad allontanarsi dall’attività di retail banking e a vendere le franchigie in perdita. Le banche regionali avranno maggiori opportunità. Negli Stati Uniti, il presidente Trump e il Congresso spingeranno per una maggiore deregolamentazione. L’Unione Europea si concentrerà sullo sviluppo di meccanismi di assicurazione e di salvataggio dei depositi, ma le vulnerabilità del settore finanziario non saranno affrontate di petto; de facto, come in Giappone, tassi di interesse negativi tasseranno le banche che mantengono riserve, senza incoraggiare l’attività di prestito. Trattamenti fiscali diversi in giurisdizioni diverse creeranno forti divergenze.

Per sopravvivere, è necessaria una gestione più capace e responsabile, non un capitale più elevato. Quando l’economia reale cresce, le banche fanno profitti, e a loro volta – grazie all’esercizio del  credito – favoriscono produzione, crescita e occupazione. Il circolo è virtuoso. Senza crescita dell’economia reale, invece, le banche tendono a dimenticare il loro ruolo di intermediazione; anziché facilitare la crescita cercano profitti in altro modo, nelle attività di investimento a rischio e di M&A.

Ecco il decalogo. A lungo termine, tuttavia, prospereranno solo le banche in grado di:

1) capire la complessità del contesto;

2) puntare su competenza, professionalità e specchiata moralità dei propri dirigenti;

3) creare valore economico e sociale attraverso l’intermediazione del credito e il monitoraraggio dei rischi;

4) trovare una presenza geografica ottimale per le loro operazioni;

5) ridurre la loro vulnerabilità alle pressioni regolatorie (in particolare, a un aumento dei requisiti patrimoniali e all’irrigidimento di autorizzazioni e regolamenti);

6) collaborare con le autorità monetarie per:

  a) affrontare la minaccia sistemica derivante da attività non regolamentate (su tutte, shadow banking e fintech);

  b) migliorare l’attività regolatoria, richiedendo maggiore competenza e meno automatismi dettati da meri modelli quantitativi; e

c) trovare il giusto equilibrio tra conformità legale e fiscale da un lato, e segreto bancario dall’altro;

7) utilizzare la concorrenza tra shadow banks e fintechs a proprio vantaggio;

8) rimanere redditizie, aumentando l’efficienza e riducendo il costo dei loro modelli operativi attraverso ristrutturazioni, chiusura di succursali e digitalizzazione dei processi;

9) mantenere l’equilibrio tra i rapporti di attività e passività affinché il loro “stato patrimoniale” sia solido; e – cosa più importante:

10) ristabilire il rapporto di fiducia e una relazione privilegiata con i propri clienti, prestando servizi utili a soddisfare le loro esigenze, quali una gestione patrimoniale personalizzata, con capacità di riservatezza e protezione dei dati.


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permalink | inviato da fabio1963 il 6/7/2017 alle 13:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ecco perchè l'economia italiana non si riprende...
post pubblicato in economia, il 23 marzo 2017


C'è un grande problema demografico in Italia: nascono circa 50.000 bambini in meno all'anno di quelli che servirebbero x sostituire i vecchi.
Poi emigrano circa 100.000 giovani con titolo di studio ogni anno.
Vengono sostituiti da 150.000 migranti che hanno un titolo di studio equivalente a -3. Sì avete capito bene è negativo, ci vorranno 3 anni solo perché acquisiscano la capacità di sopravvivenza base di un bambino.
Arrivano in Italia senza mai aver visto un medico, senza vaccinazioni, e senza assicurazione sanitaria provocando un impatto disastroso sul nostro SSN.
Saranno impiegati per almeno 5 anni come schiavi nell'economia agricola e manifatturiera del SUD mafioso.
Il saldo negativo solo per il titolo di studio è -20 a persona, cioè ogni anno abbiamo un impoverimento culturale totale di - 3000.0000 di anni.
Considerato che per far arrivare al titolo di studio un giovane si spendono circa 200.000 euro pro-capite, ogni anno l'Italia perde 30 miliardi di euro solo per il gap culturale.
Poi va considerata la voragine provocata al SSN che ammonta circa a 15-20 miliardi di euro.
Praticamente i profughi ci costano circa 50 miliardi di euro all'anno.
I pochi che pagano le tasse verserebbero all'erario e all'INPS circa 10 miliardi di contributi all'anno.
Il saldo negativo è quindi di 40 miliardi di euro all'anno.
Il governo italiano sembra convinto che l'abbondanza di manodopera a basso costa possa rilanciare la nostra industria manifatturiera. Ma è un grave errore di valutazione, perché per battere la Cina occorre una manodopera altamente specializzata come quella tedesca.
Invece la manodopera straniera può fare lavori non specializzati in catena di montaggio largamente inferiori a quelli cinesi come qualità e tecnologia.
Perciò la nostra economia non si riprenderà mai, anche perché gli imprenditori italiani e i loro figli sono inferiori come qualità e capacità a quelli tedeschi.
La strada da seguire è quella del terziario evoluto e della industria manifatturiera come quella che avviene nelle fabbriche di Mercedes, Bmw e Porsche dove gli operai specializzati guadagnano 2500 euro al mese più premi di produzione.
Invece da noi si sta seguendo la strada opposta e perdente, dello stipendio basso e del lavoratore non specializzato.
Auguri industriali italiani perdenti ed evasori fiscali!
E' ormai venuta a mancare la convenienza di tenere i risparmi nelle banche
post pubblicato in economia, il 16 dicembre 2015


E' ormai venuta a mancare la convenienza di tenere i risparmi nelle banche:

1) gli interessi sono bassissimi;
2) si pagano spese altissime di conto corrente;
3) c'è il "bail in" e non si può andare sopra i 100, ma anche se i soldi vengono protetti, in caso di fallimento si riavranno dopo anni e senza interessi;
4) i nostri soldi vengono prestati non a imprenditori meritevoli, ma a parentes e clientes e da quello che sembrerebbe venuto fuori dagli ultimi scandali dietro percentuale;
5) i manager, pur facendo male, vengono pagati con stipendi principeschi attingendo ai nostri soldi.

Morale della favola: mai più soldi in banca, al massimo metteteli nelle cassette di sicurezza, per non dare soddisfazione a questo sistema ultramarcio! E se vi dicono: "se tutti facessero così l'economia non funzionerebbe", rispondete: "sì perchè fino ad adesso ha funzionato!"
Facciamo lo sciopero dei risparmiatori!

se la Grecia esce dall'euro perdiamo 300 miliardi, conviene regalare alla Grecia 100 miliardi facendo scendere il suo rapporto debito/PIL ad 1, così diventa sostenibile e noi ne risparmiamo 200.
post pubblicato in economia, il 3 luglio 2015


praticamente sarebbero solo 2 mesi di Quantitative Easing, non aiutare la Grecia in questo modo è un crimine!
Ultime economiche dalla UE
post pubblicato in economia, il 7 gennaio 2015


Il salvataggio della Grecia è costato circa 300 miliardi di euro. Siccome siamo in 500 milioni nella UE, ognuno di noi ha sborsato 600 euro.
In realtà non abbiamo salvato la Grecia, ma le banche tedesche e francesi che garantivano per il debito pubblico greco.
Prova ne è il fatto, che adesso che sono fuori pericolo, i tedeschi e i francesi non si oppongono alla fuoriuscita della Grecia dall'euro in caso di vittoria di Tsipras!
Almeno queste sono le cazzate che dice la Merkel che più che a Berlino dovrebbe essere messa alla berlina!

Sembra che gli UK minaccino di andarsene dalla UE. La fuoriuscita dei parassiti britannici sarebbe un grande vantaggio per l'economia continentale, per tale motivo non se ne andranno (purtroppo).
Dopo la cazzata delle finte elezioni separatiste scozzesi gli "sterlinari" non hanno più nessuna credibilità. Il loro leader mercanteggerà qualche concessione da 4 soldi e continueranno tranquillamente a fregare i polli con la loro economia finanziaria parassitaria!

La Russia, la Cina e l'India si sono accordate per fare a meno dei petrodollari per l'acquisto di energia.
Tutte le volte che ciò è successo gli USA hanno dichiarato guerra o isolato la nazione colpevole di non usare i dollari.
Adesso lo stanno facendo con la Russia, ma ciò provoca grandi danni economici all'Italia che è un grande partner commerciale della Russia.

Bisogna sventare il progetto degli stati del Nord-Europa che vede una UE divisa in 3 parti:

1) parte finanziaria parassitaria prerogativa di UK, Benelux e Scandinavia;
2) parte industrializzata pregiata appannaggio di Francia e Germania;
3) parte manufatturiera da 4 soldi a carico dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna).

Il progetto è iniziato con la fuga di 100.000 cervelli italiani all'anno sostituiti da 300.000 extracomunitari senza alcun titolo di studio (tanto per stare in catena di montaggio non serve).
Alla fine del processo in corso gli stipendi dei PIGS saranno la metà del Nord-Europa, nonostante la moneta comune dell'euro. 
Tutto questo è un progetto criminale!

C'è una nazione le cui banche hanno dato mutui fino al 100% del valore degli immobili a chi non poteva onorarli, provocando una bolla speculativa immobiliare.
Le Agenzie di Rating e le Banche d'Affari hanno inserito i derivati collegati ai mutui in investimenti garantiti con tripla AAA. 
Quando i compratori di immobili non hanno potuto più pagare i mutui si è scatenata una crisi globale a catena, dove i risparmiatori di tutto il mondo hanno rimesso i loro risparmi.
Se una qualsiasi nazione del mondo avesse fatto una cazzata simile, il Fondo Monetario Internazionale l'avrebbe castigata severamente e le Agenzie che hanno detto il falso sarebbero state chiuse.
Invece agli USA non è stato fatto niente, sono rimasti impuniti e le loro Agenzie di Rating continuano a raccontare cazzate: il capitalismo è finito!
Chi investe in qualsiasi cosa che non siano immobili o metalli preziosi è un suicida!

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La pazzia della scienza: anche Harvard sbaglia!
post pubblicato in economia, il 20 maggio 2013


Uno degli articoli più citati negli ultimi anni dai sostenitori dell’austerità sarebbe basato su un errore di calcolo in un foglio di Excel. Nel 2010 Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, due economisti di Harvard che hanno occupato posti di alta responsabilità al Fondo Monetario Internazionale, hanno pubblicato un articolo dal titolo «Growth in a Time of Debt» nel quale, analizzando le statistiche del periodo 1946-2009, sostengono che la crescita è considerevolmente più bassa nei paesi in cui il debito pubblico supera il 90% del PIL.

In due anni questo articolo è diventato molto influente: citato in più di 500 articoli universitari, menzionato dall’ex segretario di stato al Tesoro degli Stati Uniti Timothy Geithner, dal candidato repubblicano alla vice presidenza Paul Ryan o dal commissario europeo agli affari economici Olli Rehn.

Da alcuni giorni, però, si è scatenata una polemica a partire da un intervento di Mike Konczal, ricercatore del Roosevelt Institute che ha riportato i risultati di uno studio condotto da tre economisti dell’università del Massachusetts, Thomas Herndon, Michael Ash et Robert Pollin che hanno avuto accesso ai dati usati da Rogoff e Reinhart.

Secondo questi ricercatori, Rogoff et Reinhart hanno escluso dai dati alcuni anni e paesi e soprattutto, anche se per il Financial Times non è l’errore più importante, hanno fatto un errore in una formula di Excel che ha escluso cinque paesi (Australia, Austria, Belgio, Canada e Danimarca) dal calcolo del tasso di crescita media quando il debito supera il 90%. Errore che fa abbassare questo tasso medio di 2,2% in realtà a -0,1%…

L'errore di formula di Reinhart e Rogoff: le celle da L45 a L49 sono state dimenticate nel calcolo della media della colonna L

Errore che fa abbassare questo tasso medio di 2,2% in realtà a -0,1%…

La sinistra americana ha immediatamente accolto questo nuovo studio. «Quanta disoccupazione è stata provocata dall’errore aritmetico di Reinhart e Rogoff?» si chiede Dean Baker, codirettore dell’Economic and Policy Research, facendo appello a «una rivalutazione delle politiche di austerità budgetaria negli Stati Uniti e altrove». Il blog ThinkProgress denuncia, da parte sua, «un errore di un’immensa importanza politica e economica» e attacca il modo in cui la stampa aveva dato conto del lavoro di Reinhart e Rogoff.

I due economisti di Harvard hanno risposto con un comunicato in cui, senza esprimersi sull’errore di calcolo, sottolineano la correttezza delle conclusioni fattuali del proprio studio. «Una risposta pessima», secondo il premio Nobel per l’economia Paul Krugman che li accusa di «sfuggire la critica». Per Justin Wolfers, intervistato dal New York Times«hanno ragione a dire che la struttura di base dei loro risultati regge» ma «i loro critici hanno ragioni a dire che la loro forza è sminuita».

Cinica la conclusione di Matthew Yglesias di Slate.com: «E’ letteralmente l’articolo più influente nel dibattito pubblico politico sull’importanza della stabilizzazione del debito, quindi di certo ora cambierà tutto. O, piuttosto, non cambierà nulla».

L'IMU e la guerra delle bollette
post pubblicato in economia, il 17 dicembre 2012


E' ormai appurato il fatto che è impossibile riuscire ad eliminare l'odiata tassa dell'IMU, perché altrimenti i comuni non avrebbero più i soldi per l'ordinaria amministrazione e ce ne stiamo accorgendo dal disastroso stato delle infrastrutture (strade, servizi ecc. ecc.) che ha provocato il taglio dell'ICI fatto da Prodi e Berlusconi. Tale tassa paradossalmente rappresenta una specie di affitto medio di 100 euro al mese per mantenere la disponibilità delle proprietà personali.

Le famiglie si stanno quindi concentrando in modo partigiano per fare resistenza contro il caro bollette, specialmente per gas-metano e energia elettrica.

In massa hanno cambiato gestore o sono ricorsi a stufe a pellets, legna o altro.

Considerato che (al centro-nord) una famiglia media di 3-4 persone  e una casa di 100 - 120 mq consuma 1500-1700 metri cubi di gas con una spesa media dai 1300 ai 1500 euro, se ne va uno stipendio solo per il riscaldamento.


La stessa famiglia media consuma 3000 - 3300 kwh di energia elettrica con una spesa media di 1050 - 1150 euro e altro stipendio che se ne va.

Consigli per risparmio energia elettrica:

      classe A  
LAVATRICE   600 300  
LAVASTOVIGLIE   600 300  
FRIGO GRANDE   600 300  
FORNO   600 600  
ALTRO   600 600  
TOT.   kwh 3000 2100  
         
    1050 € 735 €  
         
         
Consumo annuo 3kw 4,5 kw 6kw 10 kw
1200 kwh € 0,18 € 0,33 € 0,35 € 0,41
2100 kwh € 0,18 € 0,29 € 0,30 € 0,33
2700 kwh € 0,19 € 0,28 € 0,29 € 0,31
3600 kwh € 0,22 € 0,28 € 0,29 € 0,30
4500 kwh € 0,24 € 0,28 € 0,29 € 0,30
6000 kwh € 0,29 € 0,29 € 0,30 € 0,31
7500 kwh € 0,28 € 0,30 € 0,30 € 0,31


Per i consumi degli elettrodomestici vale la "regola del 600": ognuno consuma 600kwh all'anno. Però se si cambiano i vecchi apparecchi con nuovi di classe A, tale consumo viene rispettivamente dimezzato a 300 kwh. 
Nell'esempio in tabella cambiando i 3 elettrodomestici citati si possono risparmiare 315 euro all'anno considerato un costo medio per Kilowatt/ora di 0,35 euro.


Consigli per il risparmi del gas:

Oltre ai citati cambi di fornitore, alle scomode stufe a pellets e a legna, consiglio di riscaldare una parte della casa con climatizzatore a pompa di calore inverter (può essere usato per scaldare d'inverno e rinfrescare d'estate). 

Tale sistema può abbattere il consumo del gas del 40-50% a seconda della frazione di superficie della casa che si decide di riscaldare in tale modo, chiudendo i rispettivi termosifoni. Consiglio di lasciare aperti solo i termosifoni del bagno e delle camere nelle consuete fasce orarie.

Ovviamente anche la corrente va pagata, ma un inverter ad alta efficienza energetica tipo Daikin o Mitsubishi consente risparmi di un fattore 5,25 (contro 3,6 di un classe A), cioè tali apparecchi appena accesi consumano 350 watt, ma dopo un quarto d'ora si stabilizzano nella funzione economy su un consumo intorno ai 20 watt.  Si può dire che anche per questi apparecchi ultramoderni vale la regola del 600: cioè 300 kwh per l'estate e 300 Kwh per l'inverno.

Quindi si può avere un risparmio medio di 560 euro di gas (40% di 1400 euro) con aggiunta di spesa elettrica pari a circa 100 euro per l'inverno. Il saldo di risparmio annuo per il gas è pari quindi a 460 euro.

Se rispettati entrambi i consigli si possono risparmiare 460 + 315 = 775 euro all'anno!

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La virtuosità dello sciopero del superfluo

 


"La prima necessità dell'uomo è il superfluo"  -  Albert Einstein

Questo post è venuto fuori da un dialogo con i colleghi di lavoro: "per quale motivo negli anni '70 e '80 i nostri genitori sono riusciti a mettere da parte qualche soldo per comprare la casa e invece adesso non ci si riesce?"

La pazzia del superfluo impera in Italia: siamo il Paese che ha più automobili e cellulari pro-capite, per non parlare del festival dei decoder: se si guarda sotto i televisori troviamo minimo un decoder digitale terrestre e satellitare, ps2 e/o ps3, nintendo xbox e/o 360, lettore divx e/o blue-ray. Senza poi considerare che qualcuno ha la TV in ogni stanza persino in bagno! (Sembra che solo per fare stare in stand-by questi apparecchi serva una centrale elettrica turbogas). Per qualche cittadino l'ultimo libro letto negli ultimi anni (o l'unico) è il libretto delle istruzioni della TV, del cellulare o dell'auto. Questo non significa che poi gli italiani sappiano usare la TV, il cellulare o l'auto!

Premetto che come ho scritto in questo articolo le retribuzioni dei dipendenti sono calate progressivamente dal 1975 e quindi già solo questo basterebbe per spiegare il fenomeno, però ci siamo divertiti con i colleghi a togliere il superfluo e a cercare dei comportamenti virtuosi che in più vanno d'accordo con la natura (vedere sito http://www.fareverde.it/ e lo schema allegato):  schema risparmio

Comportamento vizioso:                       virtuoso:                                                                           Risparmio:


 

Sito per il calcolo dei risparmi con auto a GAS: http://www.ecomobile.it/risparmio/risparmio_index.htm. Va aggiunto un risparmio ulteriore dovuto al costo del bollo inferiore per auto a GAS. Si possono risparmiare altri 500 euro per ogni auto optando per un'assicurazione con compagnia che gestisce telefonicamente i clienti e altri 100 euro se si sceglie una banca "online". Se non usate i fidi già assegnati in banca, chiudeteli, si risparmia circa il 2% all'anno.

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/09/17/foto/consumi_come_risparmiare-42665920/1/

P.S. Dato che il fatturato del gioco d'azzardo è di 80 miliardi all'anno, si consiglia di fare uno sciopero di Lotto, Superenalotto, Totocalcio, calcio scommesse, Poker e lotterie varie: non ci crederete ma in media ogni famiglia italiana spende 2700 euro in queste cazzate delle lotterie! LINK1 e LINK2 .

Se aggiungiamo al totale della tabella i 2700 euro salvati dal gioco d'azzardo arriviamo a 12000 euro: praticamente si potrebbero risparmiare 1000 euro al mese con questi semplici consigli.

Non omettete di denunciare chiunque evade le tasse: se tutti pagassero le tasse non ci sarebbe stata la stangata di Monti.

Molti diranno che facendo così l'economia del Paese crollerebbe, perchè ci sarebbero meno soldi che circolano, però potrebbe essere un'idea per i consumatori ecologisti: facciamo un bello sciopero dei consumi attenendoci alla lettera a questo schema.

Invece sta succedendo il contrario: le categorie del superfluo (calciatori, ristoratori, turistico alberghiere ecc. ecc.) piangono per la crisi e vorrebbero scioperare loro. Facciamogli vedere che abbiamo le p...e, facciamo noi un bello scioperino dei consumi, almeno per un mese, così ne vedremo delle belle!

Ovviamente  non ce l'ho con queste categorie di persone, però anche loro bisogna che si diano una regolata: come può essere credibile un comparto come quello dei calciatori dove 6-700 persone della massima serie si dividono un miliardo di euro? Va anche considerato che il calcio è uno sport marcio, infatti molti giocatori si vendono le partite!

Per ridare credibilità al gioco ci vuole una bella purga (nel senso medico di svuotamento dell'intestino) sia dei giocatori che dei giornalisti: lasciamoli tutti a secco per un anno! Diamo in massa la disdetta agli abbonamenti calcio TV e disertiamo gli stadi!

  

Ricordiamoci che in USA per un episodio analogo (sciopero dei giocatori di baseball), la lega dei professionisti del baseball ha sospeso il campionato per un anno: la rincorsa dei compensi è finita subito (lo stesso stava per succedere anche per il basket)! 

 Dato che i dirigenti del calcio italico non hanno abbastanza coraggio, aiutiamoli noi con un bello sciopero del tifoso: disertiamo gli stadi e le TV  a pagamento, quando c'è la pubblicità segniamoci i prodotti reclamizzati dal calcio in black-list evitando appositamente di comprarli! 

Il discorso di Monti di fermare il calcio per 3 anni appare esagerato, fermiamolo almeno per un anno e non diamo retta ai giornalisti, specialmente quelli sportivi che partecipano alla divisione degli immondi compensi indebiti!

 


 



 


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Proposte Amato-Bassanini, Deaglio, Guarino, Cisnetto, Mediobanca per uscire dalla crisi.
post pubblicato in economia, il 9 agosto 2012



 

Da Panorama n. 35 del 22 agosto 2012


 

Le proposta di Mario Deaglio  e Donato Vena sono state aggiunte da Fabio Marinelli.



 

 

Per leggere il libro proposta di Donato Vena andare in questo LINK

 

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LINK PDF   raccolta proposte - www.astrid.eu ------------- Mario Deaglio proposta sull'ORO

 

È POSSIBILE FARLO SENZA RICORRERE A PATRIMONIALI STRAORDINARIE?

Cessioni, rientro di capitali e Btp più lunghi 
Sei ipotesi per tagliare il debito pubblico

La proposta Amato-Bassanini: un mix di interventi per ridurlo di 200 miliardi in 8 anni La «conversione» dell'ex presidente del Consiglio rispetto all'idea della patrimoniale

 

È possibile tentare qualcosa di più di quanto abbia promesso Vittorio Grilli per aggredire il debito pubblico italiano senza cadere nelle promesse mirabolanti ma di dubbia realizzazione come quelle appena fatte da Angelino Alfano? Ed è possibile riuscirci senza ricorrere a massicce imposizioni patrimoniali straordinarie? La risposta che viene dall'ex premier Giuliano Amato e dal presidente della Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini, è positiva. Una terza via è praticabile, e potrebbe dare 150-200 miliardi entro il 2017 e altri 150 nel quinquennio successivo se si insisterà con coerenza sulle misure adottate. Ma ci vuole coesione nazionale al di là delle mutevoli maggioranze di governo e una certa centralizzazione delle decisioni rispetto alla babele delle periferie. Perché non esiste una sola mossa vincente, ma un mix di interventi di diverso genere.
Per inquadrare la nuova proposta, che è stata inviata al premier Mario Monti e al ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, vanno ricordate le due linee in campo al momento. La prima è quella dello stesso Grilli, che aveva prospettato, nell'intervista al Corriere , una serie di cessioni di immobili e partecipazioni dello Stato e degli enti locali per 15-20 miliardi l'anno per 5 anni. Il debito verrebbe così abbattuto, a regime, per 75-100 miliardi e la sua incidenza sul Prodotto interno lordo attuale diminuirebbe di 5-7 punti percentuali. Se a partire dal 2014 l'economia riprendesse a crescere, l'incidenza del debito sul Pil calerebbe ancora un po'. Grilli è attendibile ma potrebbe essere un po' troppo prudente.
L'altra linea è quella del segretario del Pdl, che vorrebbe un clamoroso colpo secco: un taglio da 400 miliardi in 5 anni per riportare l'incidenza del debito pubblico sotto il 100% del Pil. L'idea principale è quella di costituire un fondo al quale verrebbero conferiti nel quinquennio beni pubblici da «pagare» con il ricavato di speciali emissioni obbligazionarie con il rating massimo perché garantite da quei medesimi beni. Con l'incasso così ottenuto, Stato ed enti locali cancellerebbero un'equivalente porzione del debito. Ma come ciò possa concretamente avvenire non è ancora chiaro. Senza mettere in campo l'oro della Banca d'Italia, infatti, è difficile che le agenzie di rating concedano la tripla A alle obbligazioni del fondo di Alfano. Di questi tempi, il rischio Paese prevale su tutto: basti pensare che la Cassa depositi e prestiti non va oltre il rating della Repubblica italiana pur avendo un core tier 1 del 28%, assai più alto di quello delle consorella tedesca KfW che tuttavia gode della tripla A proprio perché tedesca. Le riserve auree, poi, sono una materia troppo delicata per essere trattate in modo estemporaneo: una materia troppo legata alla Banca centrale europea e ancor più al suo destino: se la Bce diventerà, come tanti si augurano anche in Italia, prestatrice di ultima istanza e stampatrice senza limiti prefissati di moneta, forse un po' d'altro oro le potrà essere utile per non gettare sul mercato carta pura e semplice. Non a caso sul tema adesso si tace.
In conferenza stampa, Alfano ha speso molte parole per polemizzare contro il Pd che, secondo lui, vorrebbe aggredire il debito pubblico soltanto attraverso un'imposta patrimoniale di ampia portata. In realtà, il Pd non sta coltivando alcun progetto di «patrimoniale» pesante una tantum , ma per bocca del responsabile economico, Stefano Fassina, ha proposto a suo tempo un prelievo annuale leggero sui grandi patrimoni analogo a quello da anni attuato in Francia (dove, peraltro, non ha risolto granché). Meglio sarebbe stato rispondere alle due obiezioni che l'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, muove a tutte le proposte che prevedono il conferimento di beni pubblici a società-veicolo che si finanziano emettendo obbligazioni a tassi ridotti perché garantite da quei beni.
La prima obiezione si compendia nella domanda che l'antico agente di cambio milanese, Aldo Ravelli, poneva a chi gli prospettava vendite grandiose: « Chi l'è el rilavatari? ». La seconda è più articolata: se i beni pubblici costituiscono la garanzia del debito pubblico, un conto è vendere e cancellare una quota di debito, un conto ben diverso è togliere garanzie dal grosso del debito pubblico per porle al servizio di emissioni privilegiate. Queste ultime, infatti, spunterebbero forse tassi migliori in quanto debito senior , ma poi il grosso del debito diventerebbe junior e subirebbe un contraccolpo negativo sui propri tassi. È tutto da dimostrare che il saldo finale tra tassi che si riducono e tassi che si alzano sia conveniente. Ora la proposta Amato-Bassanini, che è firmata anche da Giuseppe Bivona, Davide Ciferri, Paolo Guerrieri, Giorgio Macciotta, Rainer Masera, Marcello Messori, Stefano Micossi, Edoardo Reviglio e Maria Teresa Salvemini sotto l'egida del centro studi Astrid, reimposta l'intera questione sulla base di un realismo ambizioso, ma senza nuove tasse, nemmeno nella versione light di Fassina.
Sul piano politico, l'elemento interessante è il ripensamento di Amato, che fu tra i primi a proporre l'abbattimento del debito pubblico attraverso un prelievo fiscale straordinario di 30 mila euro a carico degli italiani abbienti. Gli undici convengono sui pericoli recessivi di una imposta patrimoniale. Sul piano culturale, va notata la convergenza tra giuristi di cultura socialista come lo stesso Amato e Bassanini ed economisti di scuola liberale come Masera, che ha un importante passato di banchiere, e Micossi, brillante segretario dell'Assonime, l'associazione delle società per azioni.
Nel merito, gli undici dell'Astrid propongono un intervento articolato in sei mosse che entro il 2017 dovrebbe dare un gettito ipotizzato in 178 miliardi:
a)     cessione di immobili per circa 72 miliardi (di cui: 30 dalla cessione agli inquilini dell'edilizia residenziale pubblica; 16 dalla dismissione di immobili di enti previdenziali; 15 da immobili di Regioni ed enti locali; 6 da caserme e sedi delle Province da smantellare; 5 dal cosiddetto federalismo demaniale);
b)     30 miliardi potrebbero venire dalla capitalizzazione delle concessioni (le sole lotterie danno 1,6 miliardi l'anno);
c)      40 miliardi valgono le partecipazioni (Eni, Enel, Finmeccanica, St Microelectronics ed ex municipalizzate quotate);
d)     15 miliardi potrebbero venire imponendo agli enti previdenziali degli ordini professionali di aumentare la quota dei loro investimenti in titoli di Stato di lungo periodo, oggi ferma al 10% del portafoglio (considerando i maneggi sugli immobili, ne avrebbero giovamento i pensionati futuri);
e)     16-17 miliardi potrebbe essere il flusso nel quinquennio proveniente dalla tassazione dei capitali clandestinamente costituiti da italiani in Svizzera, previo accordo con il governo di Berna;
f)       5 miliardi potrebbero venire da incentivi e disincentivi fiscali volti all'allungamento delle scadenze e alla riduzione del costo medio del debito pubblico.
Astrid si inserisce nel solco dell'azione del governo che ha affidato alla Cassa depositi e prestiti la costituzione di due grandi fondi immobiliari da 10 miliardi l'uno. Diversamente dalla proposta Alfano (almeno per quanto se ne è capito), l'Astrid punta molto sui soggetti esistenti. Invece del super fondo di cui non si conosce el rilevatari di ravelliana memoria, gli undici vorrebbero fosse messa in campo la Cassa depositi e prestiti che già raccoglie 300 miliardi di risparmio privato. Pur non essendo una banca, la Cassa già sconta in Bce i suoi effetti creditizi per 25 miliardi, destinati a finanziare per metà lo Stato e per metà l'economia. Ma qui dovrebbe fare da pivot della valorizzazione delle partecipazioni, oggi del Tesoro, in società quotate e non quotate come le Poste, nelle ex municipalizzate quotate e nelle 5.500 aziende municipali non quote, 2.800 delle quali attive nei servizi pubblici locali, che sono da aggregare e ristrutturare per poter poi essere cedute in tutto o in parte. Insistendo, si potrà arrivare anche alla cifra di Alfano. Ma in 8 anni, non in 5. Altrimenti bisogna ipotizzare, come fa il segretario del Pdl, che l'accordo fiscale con la Svizzera dia il triplo di quanto stima Astrid. Come se gli italiani, che avevano esportato capitali in Svizzera, li lasciassero tutti, ma proprio tutti, a disposizione del fisco anziché spostarne una parte in altri paradisi.
Massimo Mucchetti - Corriere della Sera del 8-8-2012
 
 
Otto anni dopo la “riflessione inquietante” di Guarino

Attaccare il debito (ma di brutto)

Da un articolo de "Il Foglio" di Antonio Pilati del 15 febbraio 2012

 

L'articolo descrive 3 proposte per ridurre il debito pubblico, mediante la creazione di un fondo con garanzia degli immobili di Stato.

In fondo è presente anche una 4° proposta di Fabio Marinelli.



Il 6 agosto 2004 Il Corriere della Sera pubblica in evidenza un’analisi di Giuseppe Guarino con un titolo che oggi, a quasi otto anni di distanza, appare molto attuale: “Il debito pubblico? Serve una cura choc. E’ il vero freno dell’economia italiana”. Il sommario auspica “un impegno bipartisan per accelerarne la discesa”. Ma è il contenuto che, in alcuni passaggi, fa impressione: “Nel sistema comunitario gli Stati membri non sono tenuti ad aiutarsi reciprocamente. Sono legittimati a trarre profitto dalle difficoltà degli altri. In 20 anni le nostre residue imprese maggiori o le migliori banche potrebbero passare sotto controllo estero. La causa cronica che debilita l’economia italiana è il debito. (…) Siamo prossimi a un punto di non ritorno. Anziché insistere con il metodo di sottoporre ancora per anni la collettività a salassi annuali dell’ordine di 20-30 miliardi di euro senza che se ne intravvedano benefici va valutato se non sia di maggior vantaggio incidere sul debito con tecniche che non comportano oneri né per il cittadino né per le imprese”.

Negli anni in cui cessa l’uso delle monete nazionali e i confronti di competitività con i Paesi dell’euro sono all’ordine del giorno, il tema del debito pubblico cattura l’attenzione politica. Nel marzo 2002 Tremonti, ministro dell’Economia, vara Patrimonio S.p.a. che forma un veicolo flessibile dove concentrare, in vista della dismissione, una parte di rilievo degli immobili pubblici. Nel 2003 è redatto, secondo gli standard internazionali, il primo stato patrimoniale del settore pubblico che fa emergere un rapporto patrimonio/Pil pari al 137% (valore più alto di quello medio dei partner europei). Il DPEF 2004, seguendo indicazioni Ue, prevede per il debito una riduzione di due punti percentuali annui durante il quadriennio che chiude al 2008. Guarino completa la sua analisi con una proposta radicale (realizzare un’operazione finanziaria in grado di portare rapidamente il rapporto debito/Pil almeno sotto la soglia del 90%) che è presentata nell’ottobre 2005 a una giornata di riflessione su “Debito pubblico e competitività” organizzata da Nexus (un’associazione di cultura politica promossa da Enrico Manca). L’idea parte da “una riflessione inquietante”: “la spirale ascendente del debito è destinata a prodursi a partire da qualsiasi momento, indipendentemente dal livello del rapporto debito/Pil che sia stato raggiunto, quando concorrano le due condizioni della crescita insufficiente dell’economia e della insussistenza di risorse ulteriori. La circostanza che lo Stato si dimostri incapace di arrestare l’ulteriore deterioramento del rapporto debito/Pil potrebbe costituire un preannuncio di bancarotta. La gravità delle conseguenze deve indurre a molta prudenza quando si ipotizza che tra quattro o cinque anni, per effetto della ripresa dell’economia mondiale, o di quella comunitaria o di quella dell’Italia in particolare, il problema potrebbe risolversi da sé. Se queste attese andassero deluse e se nel frattempo si fossero bruciate le ultime risorse disponibili, lo stato di default sarebbe inevitabile”.

Con la fine della legislatura 2001-2006 il tema del debito scivola in secondo piano: la congiuntura migliora, declina l’enfasi sulle grandi opere pubbliche (da finanziare per qualche via), cambia il governo. La strategia standard, che prevede l’erosione del debito con graduali avanzi annui suscitando i timori di Guarino (con i piccoli passi si finisce sempre, al primo refolo di vento, per tornare indietro), riprende a dominare: il controllo rigoroso dei conti (Padoa Schioppa prima, Tremonti poi) ridà sicurezza, fa scendere di qualche punto il rapporto debito/Pil e vela la fragilità di fondo.

La debolezza strutturale però non è sanata e anzi due processi che guadagnano forza nella seconda metà del decennio la aggravano. Da un lato aumenta, fino a raggiungere il 40% del totale, la quota del debito italiano detenuta da soggetti esteri: ciò implica un deflusso netto di capitali e assoggetta il costo del debito a valutazioni poste fuori dalla sfera d’influenza dell’emittente statale. Dall’altro lato cresce nell’area dell’euro, complicandone sia il governo sia la razionalità sistemica, la divergenza d’interessi tra gli Stati membri, acuita dalla barocca sovrapposizione delle norme. Quando nel 2008 la crisi finanziaria tramuta la brezza in tempesta e il dissolvimento di fiducia, dopo le banche, investe gli Stati che per salvare il sistema del credito dilatano il debito, gli elementi profondi di fragilità del nostro bilancio pubblico rimbalzano in primo piano, con un aspetto ancora più drammatico di quello mostrato negli anni in cui Guarino formulava la sua diagnosi predittiva.

Le divergenze all’interno dell’eurozona portano prima ad ammettere – durante la disputa sul salvataggio della Grecia – e poi a teorizzare che gli Stati membri, per i quali fino a poco tempo prima il rischio sul debito era stimato pari a zero, sono suscettibili di default. Ciò si riflette duramente sui titoli italiani: cresce il rischio percepito, le agenzie di rating segnalano allarme, i detentori esteri escono, s’innalza il premio richiesto: comincia la danza degli spread. Il tocco finale lo dà la bulimia normativa dell’Unione: appare una buona idea, nell’estate degli spread, aggiungere al tradizionale vincolo sul deficit (che non deve superare il 3% annuo; ma noi ci siamo impegnati dal 2013 al pareggio) anche un obbligo relativo al debito: i Paesi che, come l’Italia, hanno un rapporto debito/Pil superiore alla soglia ammessa del 60% sono tenuti a ridurre l’eccedenza di 1/20 all’anno. La combinazione delle due norme consegna all’Italia compiti a casa da brivido: il pareggio di bilancio implica nel 2013 un avanzo primario stimato oltre i 100 miliardi; con il rapporto debito/Pil oggi al 120% e il Pil destinato a calare, il taglio annuo previsto per lo stock di debito si aggira intorno ai 50 miliardi: ciò significa che per rispettare alla lettera gli impegni europei nel 2013 dovremo avere un avanzo primario superiore a 150miliardi, oltre l’8% del Pil.

Sono cifre difficili da sostenere:  le misure necessarie per realizzarle scatenerebbero una dura recessione. Le soluzioni che si prospettano sono allora solo due: o spuntare, in sede di negoziato europeo, qualche deroga alla clausola di riduzione annua dell’eccedenza di debito oppure realizzare cessioni di patrimonio in modo da abbattere lo stock di partenza. Per ora il governo dedica attenzione ai flussi, all’equilibrio di bilancio, ma si può immaginare che, superata l’emergenza immediata, dovrà rivolgersi alla questione degli stock.

Nel frattempo si sono moltiplicati gli esercizi sul tema e ormai si contano numerose varianti  raggruppabili in 3 tipologie.

1) La prima prevede lacostituzione di una Spa, all’inizio di totale proprietà dello Stato, che raccoglie e amministra il patrimonio pubblico (immobili, partecipazioni, crediti), si quota in Borsa e provvede a una cessione progressiva delle azioni (il cui valore si immagina correlato all’efficienza della gestione): con ilricavato lo Stato riduce il debito. E’ la proposta Guarino a suo tempo contrastata da obiezioni di stampo liberale: si crea un enorme centro di potere, un nuovo Iri, destinato ad agire più per conservarsi che per vendere asset e azioni (ponendo le premesse per scomparire). Una versione minimalista della medesima idea prevede che Cassa depositi e prestiti acquisti con liquidità propria le partecipazioni dello Stato nelle grandi aziende pubbliche (Enel, Poste, Sace, Fintecna, Anas,Invitalia ecc.) per un controvalore di 40-50 miliardi (da destinare a riduzione del debito). La proprietà rimane pubblica, ma cambia l’etichetta e c’è l’esborso di denaro fresco: un esercizio di funambolismo che fa maquillage.

2) Anche la seconda tipologia (Monorchio e Salerno Aletta, Cisnetto, Rebecchini) prevede di concentrare in un unico veicolo (fondo di gestione patrimoniale o società per azioni) immobili e partecipazioni; le quote di proprietà tuttavia non sono scambiate sul libero mercato, come nella proposta Guarino, ma sono acquisite in via obbligatoria dai cittadini italiani (in proporzione, si presume, a qualche indicatore di ricchezza): di fatto non una cessione differita ma un prestito forzoso (nelle versioni che prevedono, sia pure a tempi lunghissimi, la restituzione delle somme investite) o una patrimoniale morbida (c’è un corrispettivo tangibile all’esborso dei cittadini). In questo schema, data la natura forzosa del congegno predisposto, i ricavi dello Stato sono immediati e certi, mentre nella proposta Guarino sono a medio termine e legati all’efficienza di gestione della Spa. La formula che ipotizza prelievi dai cittadini incontra due obiezioni. La prima ricalca l’obiezione mossa all’idea Guarino: nasce un simil-Iri che rischia di badare soprattutto ad auto-riprodursi (in ciò il fatto di essere una public company forse aiuta). La seconda obiezione è politica e investe il tratto un po’ da “oro alla patria” che l’iniziativa mostra: l’enormità del debito deriva dalla scelta politica (sbagliata) di espandere la sfera d’azione e le dimensioni dello Stato, ma a pagare i conti finali sono i cittadini cui neppure è garantito un cambio dirotta.

3) Nella terza tipologia (Mediobanca; Nocera e Luttwak) il patrimonio, immobili e/o partecipazioni, non è usato, come nelle proposte precedenti, quale asset di una Spa  le cui azioni – valorizzate, si presume, nel tempo – sono destinate alla cessione; funge invece da garanzia per l’emissione di nuovi titoli il cui ricavato è impiegato per ridurre il debito. Si introduce così un effetto leva con il vantaggio di aumentare l’incasso a breve, ma al contempo si stabilizza l’esistenza della Spa e si mantengono gli asset vincolati al suo interno. Mediobanca e altri istituti ipotizzano di costituire – con criteri tali datenerla fuori dal perimetro pubblico - una società veicolo che riceve in dote da Stato ed Enti locali beni per un valore di 80-90 miliardi e, su questa garanzia, emette obbligazioni a lungo termine. Banche e assicurazioni sottoscrivono i titoli consegnando Btp che dal veicolo sono trasmessi allo Stato a riduzione del debito. Di fatto un grande swap che consente alle banche di alienare a prezzo convenzionale titoli dai corsi ormai deboli e allo Stato di cancellare debito a valore facciale. Il veicolo rimane possessore degli asset e sono immaginate dismissioni in tempi favorevoli.

L’Italia ha un debito pubblico molto elevato sia in cifra assoluta sia in rapporto al Pil, detiene attivi poco redditizi (con rare eccezioni), gode di una fama politica non brillante (su riforma dello Stato e riduzione del debito le promesse sono state tante, i fatti pochi). Nei prossimi anni dovrà affrontare una recessione forse lunga, dinamiche monetarie non favorevoli, impegni con i partner europei molto pesanti. Operazioni finanziarie che dislocano abilmente il debito da una parte all’altra del perimetro pubblico danno sollievo temporaneo ma forse non sono all’altezza della complessità attuale. Cessioni reali di beni, basate su congegni che sfalsano i tempi fra incasso (rapido) e vendita (differita secondo le fasi di congiuntura), danno più sicurezza ai conti e più fiducia agli investitori. La scelta fra prelievo forzoso e appello al mercato, invece, ha carattere politico: i cittadini e le imprese – va però ricordato - patiscono già livellidi prelievo molto elevati.

Volevo suggerire una quarta proposta (Fabio Marinelli). Per certi versi simile a quella di (Mediobanca; Nocera e Luttwak), che invece si basa sul famoso Ordine Esecutivo 11110 di Kennedy e sulle teorie di Gesell:

Ordine Esecutivo 11110
EMENDAMENTO DELL'ORDINE ESECUTIVO N. 10289
MODIFICA RELATIVA ALL'APPLICAZIONE DI CERTE FUNZIONI CHE RIGUARDANO IL
MINISTERO DEL TESORO

In virtù dell'autorità affidatami dalla sezione 301 del Titolo 3 del Codice degli Stati Uniti, viene ordinato quanto segue: 
La Sezione 1 dell'Ordine Esecutivo n. 10289 del 19 settembre 1951, come modificata, viene qui ulteriormente modificata - 
Aggiungendo alla fine del paragrafo 1 di cui sopra il seguente sottoparagrafo(j): 
(j) L'autorità di cui è investito il Presidente dal paragrafo (b) della sezione 43 della Legge del 12 maggio 1933, come modificata (31 U.S.C. 821(b)), di emettere certificati argentiferi contro qualsiasi deposito d'argento, argento o normali dollari d'argento nel Tesoro non legati alla restituzione di qualsiasi certificato argentifero preesistente, di prescrivere la denominazione di questi certificati argentiferi e di emettere normali monete d'argento e valuta sussidiaria redimibile in argento 

Revocando i sottoparagrafi (b) e (c) del paragrafo 2  predetto. 
Sez. 2 I cambiamenti effettuati da questo Ordine non devono influenzare qualsiasi atto effettuato o qualsiasi diritto acquisito o qualsiasi causa o processo in atto o iniziato in qualsiasi causa penale o civile prima della data di quest'Ordine ma tutte queste responsabilità continueranno e verranno esatte come se il detto emendamento non fosse stato effettuato. 
John F. Kennedy, Casa Bianca, 4 giugno 1963.

Invece dell’argento, in Italia si darebbe in garanzia il fondo costituito con acquisto obbligatorio da parte dei cittadini più abbienti di azioni o una delle altre ipotesi previste sopra.

Ovviamente, dato che questo nuovo denaro sarebbe più appetibile dell’Euro, perché provvisto di una garanzia reale, andrebbe trovato un modo per impedirne l’accumulo e farlo circolare.

L’unico modo è quello di stabilire una strategia simile a quella di Gesell.

Il nuovo denaro dovrebbe avere la forma di buoni spesa elargiti alle famiglie più bisognose.

A sostegno va fatto notare l'elementare ma solido argomento secondo cui una moneta in più nelle tasche del ricco resta facilmente ferma, mentre nelle mani del povero diventa immediato strumento di spesa a beneficio della domanda e per questa via della produzione.

La cifra ipotetica iniziale sarebbe di circa 5000 euro di buoni spesa a famiglia all’anno con tagli da 50 euro.

I buoni spesa come si è fatto per la vecchia Social Card potrebbero essere ancorati a delle offerte speciali delle più grandi catene di distribuzione e avranno libera circolazione come il denaro contante.

I buoni spesa dovrebbero rimanere in circolazione per almeno 6 anni e su di essi andrebbe apposta una marca da bollo elettronica (alla Gesell) dell’1% del valore di facciata al mese (ciò è facilmente realizzabile con una carta elettronica liberamente scambiabile con un chip di ricarica, non nominativa). Questo per incentivarne la circolazione e raggranellare un po’ di denaro per finanziare l’iniziativa.

E’ ovvio che l’1% di ricarica alla fine di ogni mese, incentiverebbe alla spesa il cittadino per non sobbarcarsi la spesa della marca da bollo elettronica. I supermercati sarebbero invece ben lieti di pagarla in funzione di un cospicuo aumento del fatturato. Quindi accadrà paradossalmente che alla quarta settimana del mese, invece che il deserto, ci sarà un iperafflusso della clientela verso i negozi.

Sulla carta andrebbe scritto Repubblica Italiana "buono spesa garantito dal fondo xxxxx", per renderla più appetibile anche agli scettici. Comunque avrebbe corso forzoso e obbligo di essere accettata come il denaro contante.

La UE non potrà eccepire nulla, perché non si tratta di una moneta, ma di un credito sociale erogato al cittadino più povero con una Social Card speciale.

Sta poi alla genialità della Banca d'Italia e del Governo trovare le soluzioni più adatte con adeguata legge di copertura, per risolvere i vari problemi della durata della carta, della eventuale cambiabilità in banca con denaro contante e della selezione delle famiglie aventi diritto. ecc. ecc.

In questo ultimo caso la vigorosa ripresa dell'economia dovuta alla maggiore liquidità garantita dalla carta, agevolerebbe una riduzione del debito pubblico in virtù delle normali imposte che già presenti (IVA, IRPEF ecc. ecc.).

Non va sottovalutata poi la possibilità di collegare il Fondo Nazionale con un nuovo tipo di banca che avrebbe le caratteristiche della BANCA WIR svizzera. Dato che la moneta agganciata al fondo è una moneta complementare che rappresenta il credito e non il debito, essa potrebbe diventare un'unità di conto per la compensazione debiti/crediti in un circuito virtuoso tra medie e piccole imprese come avviene oggi in Svizzera. La moneta WIR complementare attualmente ha un giro di affari di 3 miliardi di Franchi svizzeri.

 Vedere link: La malattia del denaro.

 

La licenza sottoscritta è valida solo per la 4° proposta di Fabio Marinelli, il resto dell'articolo è di Antonio Pilati de "Il Foglio" e Massimo Lucchetti del Corriere della Sera.

 

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La mappa del potere
post pubblicato in economia, il 12 luglio 2012


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L'unica cosa buona del Blog di Beppe Grillo è un interessante programma (http://mappadelpotere.casaleggio.it/) dove si possono tracciare le connessioni tra i consigli di amministrazione delle aziende italiane quotate in borsa.

Mi sono divertito a tracciare il collegamento tra i gruppi nemici CIR-Mediaset, Espresso-Mondadori, ed ho notato che il collegamento avveniva attraverso 2 persone: Giovanni Perissinotto e Mario Greco.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-06-02/general...

Eliminato il primo, infatti è stato nominato il secondo a guidare le Generali, che secondo il mio schema sono il modo in cui dialogano Berlusconi e De Benedetti, coinvolgendo anche l'insospettabile Zona Inter.

Divertitevi anche voi a tracciare i vostri schemi, noterete che "stranamente" molti siedono in diversi consigli di amministrazione, forse è questo il motivo per cui la borsa del settimo paese industrializzato vale la metà della Apple?

Ho provveduto ad evidenziare i gruppi e i personaggi per rendere più chiaro il discorso:

per esempio nel percorso superiore dalla Cir alla Mediaset ci sono 2 CdA di separazione: Fiat e Pirelli.

Nel percorso inferiore dall'Espresso alla Mondadori c'è solo un CdA di separazione: Saras.

In entrambi i percorsi troviamo appartenenti al gruppo Generali e comunque si attraversa l'area Inter (Pirelli-Saras).

Quindi le Generali e l'area Inter fanno da mediatori tra De Benedetti e Berlusconi.

Il Prof. Ferdinando Superti Furga che è Presidente del Collegio Sindacale di Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Publitalia 80 S.p.A., Fininvest S.p.A. e di Saras S.p.A. è sicuramente quello che durante il derby Inter-Milan sta peggio!!!

Se soltanto un consiglio di amministrazione con almeno 2 consiglieri in comune separa 2 gruppi acerrimi nemici, figuriamoci il resto della borsa! Se non ci credete provate anche voi a fare le Vostre mappe personalizzate.

Sconsiglio vivamente a qualsiasi persona di investire in aziende rivali che abbiano consiglieri in comune, quindi prima di investire in borsa controllate che consiglieri, revisori contabili ecc. ecc. siano esclusivi dell'azienda che vi interessa.

Vi sfido a trovare una S.p.A. con consiglieri e revisori in esclusiva.

Come all'estero già lo sapevano? Scusate io l'ho capito in ritardo...

 

 

La borsa italiana vale un morso della Mela
 



La famosa Apple che produce IPAD, IPHONE e computer con relativi software, ha una capitalizzazione in borsa di circa 600 miliardi di dollari che in Euro (al cambio di 1,26) equivalgono a 476,2 miliardi.

 

Vanno anche considerati i 97,6 miliardi di dollari di cassa che equivalgono a 77,5 miliardi di euro.

Tenuto conto che la borsa italiana vale circa 320 miliardi per avere il controllo di tutte le aziende italiane quotate in borsa basterebbe avere 163,2 miliardi (51%).

Ciò significa che la Apple potrebbe rilevare il controllo di tutte le aziende italiane quotate in borsa impegnando la sua liquidità + il 14% della capitalizzazione.

Ebbene sì avete capito bene: con 1/7 del valore della sua capitalizzazione più la liquidità la Apple potrebbe comprarsi l’Italia quotata in borsa!

Questo paradosso significa che l’Italia ha fatto male ad abbandonare l’Olivetti, l’unica impresa che era arrivata a combattere ad armi pari con i colossi del settore.

Si è preferito salvare l’industria automobilistica, le banche ed altre aziende che appartengono alla vecchia economia, con scelte che alla luce dei fatti si sono rivelate un errore madornale.

Salvare la Olivetti avrebbe consentito di mantenere una propria produzione strategica dell’informatica, tenuto conto che quello che è importante nelle nuove tecnologie è l’idea.

Se andiamo a vedere, infatti, la produzione delle apparecchiature tecnologiche della Apple e di altri giganti del settore è localizzata in Cina, ma la produzione del Know-How è localizzata negli USA.

Dopo Apple nella classifica della liquidità vengono:

  1. Apple  (633 miliardi di dollari);
  2. Exxon Mobil (430 miliardi);
  3. Wall Mart (266 miliardi);
  4. Google (249 miliardi);
  5. Microsoft (248 miliardi);
  6. IBM (240 miliardi);
  7. General Electric (234 miliardi);
  8. Chevron (233 miliardi);
  9. AT&T (228 miliardi);
  10. Berkshire  (221 miliardi).
A conferma di quanto evidenziato sopra sulle prime 9 aziende USA in classifica, 5 appartengono alla nuova economia.


 

 

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Blook: The future of Homo Sapiens (Sapiens?) by Fabio Marinelli - Italia - MRNFBA6.. is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at fabiomarinelli.ilcannocchiale.it.
Permissions beyond the scope of this license may be available at f.marinelli@alice.it

 

La borsa italiana vale un morso della Mela
post pubblicato in economia, il 2 luglio 2012




La famosa Apple che produce IPAD, IPHONE e computer con relativi software, ha una capitalizzazione in borsa di circa 600 miliardi di dollari che in Euro (al cambio di 1,26) equivalgono a 476,2 miliardi.

 

Vanno anche considerati i 97,6 miliardi di dollari di cassa che equivalgono a 77,5 miliardi di euro.

Tenuto conto che la borsa italiana vale circa 320 miliardi per avere il controllo di tutte le aziende italiane quotate in borsa basterebbe avere 163,2 miliardi (51%).

Ciò significa che la Apple potrebbe rilevare il controllo di tutte le aziende italiane quotate in borsa impegnando la sua liquidità + il 14% della capitalizzazione.

Ebbene sì avete capito bene: con 1/7 del valore della sua capitalizzazione più la liquidità la Apple potrebbe comprarsi l’Italia quotata in borsa!

Questo paradosso significa che l’Italia ha fatto male ad abbandonare l’Olivetti, l’unica impresa che era arrivata a combattere ad armi pari con i colossi del settore.

Si è preferito salvare l’industria automobilistica, le banche ed altre aziende che appartengono alla vecchia economia, con scelte che alla luce dei fatti si sono rivelate un errore madornale.

Salvare la Olivetti avrebbe consentito di mantenere una propria produzione strategica dell’informatica, tenuto conto che quello che è importante nelle nuove tecnologie è l’idea.

Se andiamo a vedere, infatti, la produzione delle apparecchiature tecnologiche della Apple e di altri giganti del settore è localizzata in Cina, ma la produzione del Know-How è localizzata negli USA.

Dopo Apple nella classifica della liquidità vengono:

  1. Apple  (633 miliardi di dollari);
  2. Exxon Mobil (430 miliardi);
  3. Wall Mart (266 miliardi);
  4. Google (249 miliardi);
  5. Microsoft (248 miliardi);
  6. IBM (240 miliardi);
  7. General Electric (234 miliardi);
  8. Chevron (233 miliardi);
  9. AT&T (228 miliardi);
  10. Berkshire  (221 miliardi).
A conferma di quanto evidenziato sopra sulle prime 9 aziende USA in classifica, 5 appartengono alla nuova economia.

 

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Laureato a Bologna. Mi affascina occuparmi come hobby della sociologia e filosofia, tenendo ben presenti i problemi della natura, che soffre oltremodo per la presenza asfissiante dell'uomo. Il mio ideale è trovare una forma di convivenza degli uomini che: 1) abolisca le guerre; 2) promuova uno sviluppo sostenibile; 3) trovi un equilibrio permanente con la natura del pianeta Terra; 4) ridistribuisca le risorse tra tutti gli abitanti del pianeta; 5) aumenti le risorse relative su scala mondiale, mediante diminuzione della popolazione con un rientro morbido sotto i 4 miliardi, prima della fine del petrolio. "Imagine there's no countries It isn't hard to do, Nothing to kill or die for And no religion too. Imagine all the people Living life in peace... You may say I'm a dreamer But I'm not the only one. I hope someday you'll join us And the world will be as one. Imagine no possessions, I wonder if you can, No need for greed or hunger A brotherhood of man. Imagine all the people Sharing all the world..." Imagine di John Lennon
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