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Raccolta di temi trattati su Facebook parte 1: democrazia, capitalismo, cristianesimo, comunismo.
post pubblicato in diario, il 15 aprile 2010


Discussione filosofica su social network risalente ad ottobre 2009 e aggiornata al giugno 2012.
 

"L'Italia è vittima di un disastro antropologico in cui la maggior parte dei cittadini tra le 3 vite di Kierkegaard ha scelto la vita estetica” (Fabio Marinelli - 2011).
"La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma il menù del giorno dopo" (Kierkegaard).
 "Vivere senza etica significa giocare senza regole, senza regole si gioca da soli, si arriva primi ma anche ultimi: facendo la media si arriva a metà classifica. Viviamo in una società di mediocri senza regole!” (Fabio Marinelli - 2010).
"Un dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando riflette"..........."Ciò che ha reso lo Stato un inferno è il fatto che l'uomo abbia voluto farne il proprio paradiso" (Friedrich Hölderlin).
 
Dialogo tra Fabio Marinelli (colore di sfondo del testo in celeste) e "Anonimo" che ha deciso di non rivelare il suo nome. 

 
Fabio Marinelli 
C'è un grosso problema che riguarda l'etica dell'effettiva rappresentanza del cittadino da parte dei politici, che addirittura mette a repentaglio la vera democrazia. Ma poi è giusto che esista la democrazia? Nella maggior parte del mondo non esiste, è una "fortuna" che abbiamo solo noi occidentali! Anche gli americani con Obama iniziano a ricredersi sull'Asia-Africa e la democrazia: sembrerebbe incompatibile con l'islam, e le altre religioni. In Asia e Africa non c'è mai stata la democrazia (il Giappone non conta perché lo considero ormai "occidentalizzato"). Se si considera la Russia come gran parte asiatica: tale fatto da solo potrebbe spiegare il fallimento dell' Unione Sovietica: non può esistere il comunismo senza democrazia! Quindi l'esperimento del comunismo, in fin dei conti, è stato fatto nel continente sbagliato. Tutte le valutazioni di critica degli storici andrebbero riviste alla luce di questa evidenza (vedere link). Siamo in attesa di valutare l'esito delle rivoluzioni del Maghreb e egiziana. Oggi le democrazie sono messe in crisi da loro stesse, dalle loro debolezze e inefficienze, contraddizioni e pigrizie. Il primo problema della democrazia è dato da quello che sembra la sua forza: le elezioni. Ogni volta che ci si avvicina alla scadenza elettorale i leaders tendono a fare concessioni pericolose per essere rieletti, e gli stati democratici in periodo pre-elettorale perdono la loro efficienza. La democrazia è soggetta alle stesse problematiche dell'economia, infatti non esiste una legge elettorale perfetta, la matematica ha dimostrato che tra le ipotetiche scelte di tutti i cittadini prevarrà quella dell'elettore mediano e per tale motivo esistono i fenomeni della "corsa al centro" dei partiti politici, quello del "saltare sul carro del vincitore" da parte dell'elettore indeciso e quello dell’”effetto gregge” dei partiti populistici. Per tale motivo chi detiene il potere della TV e dei sondaggi è in grado di orientare la decisione degli elettori mediante strategie ad hoc e la formazione di partiti populistici qualunquistici "della pagnotta". (Vedere paradosso di Condorcet, teorema di Arrow e teorema dell'elettore mediano). Il nemico che le attacca viene dal loro interno, dalle "promesse mancate" suggerite dalla democrazia stessa: questo nemico interno è il populismo. E' l'insoddisfazione per il funzionamento effettivo dei sistemi democratici che spinge alla vittoria i partiti populisti, come le recenti elezioni in Olanda e in Finlandia dimostrano. Anche l'Italia non è immune da questa tendenza, in quanto insieme all'Ungheria, siamo l'unica nazione europea governata in tempi recenti (e anche antichi) da partiti populisti: Lega Nord e PDL sono partiti con esaltazione del leader, manicheisti, dove esiste una contrapposizione fideistica noi/loro, l'ossessione di subire cospirazioni, il disprezzo per le regole e i poteri terzi, e il considerare il popolo come legittimatore col voto di un'unzione suprema. Questa legittimazione populistica serve per squilibrare i 3 poteri e fare leggi "ad personam". Quindi purtroppo in Italia non possiamo dare lezioni di democrazia a nessuno, perché abbiamo preso una deriva populistica. Anche il rimedio all’attuale casta politica, sembra provenire da un altro partito populista, il Movimento 5 Stelle che è diretto da un capo che ha un “conflitto di interessi con la serietà”. Infatti essendo Beppe Grillo un comico, ogni volta che parla dovrebbe dire se in quel momento scherza, oppure è diventato un comune cittadino e sta parlando seriamente. Ma d'altronde se Grillo parlasse come un comune cittadino, nessuno gli darebbe retta, perché non farebbe ridere!

Anonimo 
Insomma quando si parla del fallimento delle ideologie, delle teorie sociologiche e anche di qualche religione bisognerebbe chiedersi: "ma sono compatibili con l'essere umano?". E bisogna capire veramente cos'è l'uomo!  Il guaio è che nessuno ancora ha capito l'uomo! (Vedere enciclica "Fides et Ratio" di Giovanni Paolo II nella quale il Papa non considera la filosofia alternativa alla fede  "Spe Salvi" di Benedetto XVI).

 

Tabella delle religioni e forme di governo-economia in rapporto alle religioni (Fabio Marinelli 2010).


 
Fabio Marinelli
Finora le verità filosofiche più importanti sull'uomo le ha dette Totò"siamo uomini o caporali?" -"l'occasione fa l'uomo ladro!"Bisogna azzerare tutto e ripartire da queste 2 frasi. Tutte le leggi e le teorie socio-politiche dovrebbero basarsi su queste verità dell'animo umano. (Vedere importantissimo LINK).
Se dai ad una persona anche un piccolissimo vantaggio sugli altri indubbiamente lo sfrutterà a suo favore. Tale persona non si curerà del fatto etico che tale vantaggio gli derivi dal servizio che deve fare agli altri, nè che rubare sia sbagliato (in fondo la vera etica naturale sul furto è questa: "se intravedo la possibilità di farla franca, perchè non rubare?").
L'uomo prima di essere in società era un cacciatore, nomade e raccoglitore, e quello che trovava era suo (homo hominis lupus (Plauto Asinaria v.495): lo stato di natura dell'uomo è egoistico di Thomas Hobbes). Tutto ciò succedeva solo 10.000 anni fa: secondo me ancora i nostri geni non si sono adattati al cambiamento culturale derivato dalla scoperta dell'agricoltura. Secondo Hobbes esisterebbe un "diritto di natura" che darebbe all'uomo non civilizzato la libertà totale delle proprie azioni. Dopo la scoperta dell'agricoltura e la formazione delle comunità più grandi, l'uomo ha rinunciato ad un pò della sua libertà stabilendo un "patto" con gli altri di reciproco vantaggio. Questo patto è alla base del moderno "contratto sociale" che ha dato vita agli stati nazionali.
Ci sono ancora delle popolazioni nomadi che non hanno mai sottoscritto questo patto e hanno mantenuto la libertà originaria. La formazione degli stati nazionali ha però azzerato la "terra di nessuno" in cui i nomadi potevano viaggiare liberamente. Per tale motivo non me la sento di condannare più di tanto gli zingari e ritengo esagerate le misure messe in atto dalla Francia a metà settembre 2010. Mi sono sforzato di mantenermi imparziale nella storia della formazione del mondo moderno, consiglio perciò le seguenti letture che appartengono sia alla sinistra che alla destra:
 
 
 Prima di studiare l’uomo, la natura e Dio è obbligatorio conoscere queste frasi di Spinoza:

I sapienti considerano gli uomini, non come sono, ma come vorrebbero che fossero: è per questo che per lo più, invece di un'etica, hanno scritto una satira, e non hanno mai concepito una politica che potesse essere messa in pratica, ma teorie da considerare chimeriche o che avrebbero potuto trovare realizzazione nel paese di Utopia, o nell'età dell'oro dei poeti, ovvero lì dove n'era bisogno alcuno.

I sapienti considerano le passioni che ci travagliano come vizi dei quali gli uomini cadono vittime per propria colpa; ed è per questo che hanno l'abitudine a deriderle, deplorarle, biasimarle, o (se vogliono essere considerati più devoti) di maledirle. Essi si ritengono pertanto di fare opera divina e di toccare il vertice della saggezza, quando riescono a lodare in ogni modo una natura umana che non esiste in nessun luogo e a fustigare con le parole quella che realmente esiste.

Gli uomini non nascono civili, lo diventano.

Populismo: “dal momento che gli uomini sono guidati dalle passioni più che dalla ragione, ne segue che una moltitudine si unisce naturalmente e desidera essere guidata come da una sola mente, non per una spinta razionale, ma per qualche comune passione, o appunto per una comune speranza, o timore, o desiderio di vendicare un danno”.

La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia

Ciascuno ha il sovrano diritto di pensare liberamente in materia religiosa e poiché non è dato di supporre che si possa recedere da tale diritto, deterrà ciascuno il sovrano diritto e la sovrana autorità di giudicare liberamente in materia di religione e conseguentemente dispiegarsela e interpretarsela

Anonimo 
Dal 1650 circa, si sa con 
John Locke che la proprietà privata è un diritto naturale: lavorando l’uomo accumula dei beni che sono suoi, perché sottratti con fatica alla natura. Dato che i beni naturali sono in gran parte deperibili si è inventato il denaro per conservare il frutto del lavoro (il denaro non è deperibile).
C’è stata un’esigenza antropologica di formare degli stati nazionali sempre più grandi, perché le varie comunità formatasi vedevano nello stato la garanzia della protezione dei propri beni (vedere tabella). Montesquieu diceva che "il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente". Uno stato moderno deve avere i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario separati. Ognuno dei poteri deve rispettare gli altri. Formare uno stato nazionale consente di avere la sovranità monetaria e quindi di formare una moderna economia con debito pubblico, che almeno all'inizio, quando lo stato è giovane, dà la possibilità di autofinanziarsi creando più denaro circolante con beneficio di tutti i cittadini (si tratterà dopo dei problemi patologici del debito pubblico).

Negli stati con religione cattolica specialmente, dove la democrazia era più giovane e meno evoluta, chi ha ereditato o comprato latifondi, mettendosi d'accordo con gli altri latifondisti e i grandi industriali [finanziatori del Popolo d'Italia, perché interventisti per aumentare la produzione industriale bellica: Esterle (Edison), Bruzzone (Unione zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo), Parodi (armatori) ecc. ecc.] ha sponsorizzato il fascismo (Italia, Spagna e Sudamerica). Ciò ha portato ad accentrare i 3 poteri in una sola mano con i risultati che tutti abbiamo visto. 
Il "non-expedit" papale lasciò virtualmente fuori dalla politica i cattolici dal 1861 al 1919: la politica, che nei paesi protestanti assunse subito la forma di un bipartitismo, grazie anche alla presenza equilibrata dei religiosi (che si schierano ancora oggi un pò con i progressisti e un pò con i conservatori), in Italia oscillò dal non-expedit alla DC (con una assenza-presenza patologica dei cattolici che comunque si schierarono sempre da una sola parte). 
Anche dopo il fascismo (del quale i cattolici in parte furono la causa per la loro assenza dalla politica), in Italia non si fecero 2 partiti di progressisti e conservatori, ma invece ci fu un'inversione di tendenza dei cattolici che accorsero in massa alla politica fondando un loro partito, con un clericalismo simile ai paesi islamici di oggi. 
Dal 1948 (elezioni truccate dalla CIA?) al 1992 (tangentopoli), la DC rimase al potere ininterrottamente: il suo partito era come una balena bianca che inglobava tutto. Facendo parte l'Italia del blocco occidentale era di fatto impedita un'alternanza politica a causa della guerra fredda. Si sarebbe potuto evitare tale fenomeno negativo se si fossero fondati 2 partiti in stile protestante-anglosassone non religiosi e non marxisti. Ma proprio a causa della storia patologica italiana si fondarono la DC e il PCI: la DC come reazione al non-expedit e il PCI come reazione al fascismo. 
La storia quindi presentava il conto all'Italia per gli errori fatti nel 1861 con un processo unitario fatto in modo improvvisato, senza tener conto della differenza tra Nord e Sud e del fatto che nel nostro Paese c'era il Capo del cattolicesimo (vedere sotto il punto n. 5 e le teorie di Gioberti).  
Quindi gli italiani furono vittime e carnefici allo stesso tempo di un esperimento socio-politico ancora in atto che prevede: 20 anni di fascismo, la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale, 50 anni di Democrazia Cristiana e 20 anni di berlu*sconismo: un qualsiasi paese si sarebbe dissolto per questi 100 anni di negatività, invece stranamente siamo ancora in gioco, però è evidente a tutti la profonda crisi che stiamo attraversando (e che verrà descritta sotto). Gli altri paesi normali osservano questo esperimento italico di disastro civico e antropologico e il più delle volte fanno il contrario, facendo bene.

 
Fabio Marinelli
L’esperimento dell’Unione Sovietica  invece (Marx e Lenin), sembra essere fallito (oltre al motivo già spiegato che la Russia è per gran parte asiatica), perché si è visto che il comunismo è utile solo dopo guerre o catastrofi naturali per far ripartire l’economia iniziando dal razionamento (lo stato accentra tutte la proprietà e se ne serve per garantire con dei piani economici forzati la ripresa della produzione).
Ma successivamente va ristabilita l’iniziativa privata e la proprietà privata (esperimento attuale della Cina), perché solo esse danno il conforto all’uomo di sapere che se ha voglia di impegnarsi di più, questo suo sforzo maggiore può essere conservato e tramandato ai figli. E' ovvio che il sistema capitalistico deve essere intrinsecamente sicuro nel conservare i risparmi dei lavoratori, pena il fallimento.
Sembrerebbe che il capitalismo a differenza del collettivismo-comunismo-socialismo, dia più slancio alle scelte individuali, in quanto l'individuo privilegia l'impegno per se stesso piuttosto che per la collettività in quanto (oltre al fatto egoistico), riesce a controllare di persona in modo più efficiente il meccanismo causa-effetto delle sue azioni traendone anche una ricompensa più immediata e confortevole "pavloviana" (sotto forma di guadagno e/o gratificazione tanto da sentirsi immediatamente soddisfatto).
Il comunismo non produce tanta ricchezza ma la distribuisce meglio, il capitalismo produce più ricchezza ma è incapace di distribuirla in maniera equa.
Sicuramente mantenere una certa libertà individuale, mantenere la proprietà privata e mantenere la libertà religiosa  - per dirla in termini fisici -  aumenta l'energia del "sistema-paese" capitalistico facendolo arricchire maggiormente (la mano invisibile di Adam smith: la sommatoria delle piccole scelte egoistiche di ogni persona, porta ad una crescita del mercato e dell'economia. La similitudine da fare è quella con le particelle di un fluido, che aumentato di calore, le vede muovere più velocemente e disordinatamente). L'organismo sistema-paese arricchisce con un ordine produttivo al suo interno, a spese di un aumentato disordine nell'ambiente circostante. La somma dell'entropia totale però è maggiore, e ciò permette lo sviluppo dell'economia a scapito dell'ambiente esterno (http://it.wikipedia.org/wiki/Nicholas_Georgescu-Roegen  - Economia ed Entropia). Tale sviluppo è possibile finchè l'ambiente naturale del pianeta è in grado di reggere il disordine creato dallo sviluppo economico (vedere secondo principio della termodinamica: anche la Terra non è un sistema isolato perché è soggetta a delle forze esterne da cui attinge energia: solare, gravitazionale ecc. ecc.).
Però si è visto con l’attuale crisi economica mondiale che anche costruendo un villaggio economico globale in tutto il mondo, alla lunga il capitalismo porta a delle enormi storture sia contro la natura che contro la gente (sfruttamento e impoverimento delle risorse naturali e delle persone, dovuto al fatto che il pianeta Terra non è infinito e la sovrappopolazione ne sta misurando i suoi limiti geografico-economici vedere link con ampia ed esauriente trattazione del fenomeno).
Per quello che riguarda l'influenza della libertà religiosa nella crescita economica, si è già visto che in tutti i paesi cattolici il capitalismo è dovuto passare sotto dittature fasciste prima di raggiungere una parvenza di equilibrio. Ciò sembra sia dovuto al problema della carenza di etica laica nei paesi cattolici (vedere spegazione più in basso), ma anche al paradosso che il cattolicesimo è una forma più integralista di cristianesimo, e Gesù Cristo aveva predicato una certa comunione dei beni tra i cristiani rispettata dalle prime comunità cristiane. Quindi il cristianesimo integralista è più vicino ad una forma collettivistica dell'economia, la quale però dovrebbe passare in secondo piano in funzione dell'aldilà, che è ritenuto più importante dell'aldiquà (si è già accennato al discorso del "non-expedit" papale - vedere anche il saggio sull'etica di Cantillo a fondo pagina).
Negli stati più evoluti (protestanti), invece l’economia basata sul denaro ha portato al vero capitalismo sfrenato e al neoliberismo (Weber: L'etica protestante e lo spirito del capitalismo - vedere anche più in basso). 


Anonimo 
Avere tanti soldi dà un potere a chi li detiene, superiore a quello degli altri cittadini più poveri. Tale potere porta a dei condizionamenti (corruzione? - raccomandazioni?) sui politici per garantirsi leggi “ad hoc”. Per fortuna in Italia il potere giudiziario nel 1992/93 ha azzerato la DC e il PSI gravemente compromessi con un sistema di corruzione (il sistema pentapartito-Craxi-CAF e tangentopoli avevano raddoppiato il debito pubblico dal 60% del PIL al 120% in 10 anni 1983-1992).
Dal punto di vista economico aumentare il debito pubblico, non rappresenta una manovra sempre negativa, perché può aiutare un paese a sviluppare la propria economia, però in questo periodo i soldi venivano impiegati solo per iniziare i lavori degli appalti e spartirsi le tangenti, a nessuno interessava poi se i lavori venissero conclusi e in quali condizioni: tale modo di fare diede il via al triste fenomeno delle opere "incompiute" e tangentopoli. Il debito pubblico non rappresenta un grosso problema se è interamente sottoscritto dai cittadini (come succede in Giappone), in quanto gli interessi rimangono in circolo nell'economia nazionale, ma quando inizia ad essere acquistato anche all'estero, gli investitori internazionali pretendono delle garanzie per riacquistarlo, altrimenti si è costretti ad aumentare gli interessi: se si supera un certo interesse il debito non è più sostenibile e lo stato va in default. Questo è quello che è successo nel 1992, ed è il motivo principale perché l'Italia ha rinunciato ad un pò di sovranità monetaria per mettersi al riparo dello scudo dell'Euro (bisogna dire che il processo di unificazione europea non si è ancora concluso, poiché non esistono a tutt'oggi-2011 degli eurobond federali).

 
A 150 anni dall'unità d'Italia si può notare un'unica costante: il debito pubblico sopra il 100%
 
I cattolici italiani non sono stati capaci di dividere la politica dalla religione (addirittura fino a metà degli anni '70 per tutti i problemi etici aborto-divorzio-eutanasia-ecc. si seguiva i dettami della Chiesa pur vivendo in una repubblica democratica laica, come ancora avviene nei paesi islamici 
)
 
 e a tutti gli effetti il cattolicesimo 
 
è stato un partito politico travestito da religione (avere la tessera della Democrazia Cristiana e/o frequentare la parrocchia ha garantito per molti anni una casa e un lavoro a spese anche dei contribuenti non cattolici). 
 
 
 
 
 
 
 
 
L'azzeramento della DC ha lasciato orfani del partito milioni di cittadini che non sapevano a chi dare il voto. Invece di riflettere con un "mea culpa" per l'aver mischiato il sacro con il profano, questi "cristiani" aspettavano qualcuno che proseguisse l'insana abitudine del "datemi il voto e avrete pappa fatta per tutto", dimostrando ancora una volta (se ce ne fosse bisogno) che guardavano più all'aldiquà che all'aldilà!
 
 
 
Quindi il Sistema Paese, che era abituato a tangentopoli, avendo perso il controllo dei politici di riferimento, si è consegnato nelle mani di un plutocrate populista che è sceso in campo personalmente fondando un proprio partito solo perché aveva i soldi per farlo (e per salvarsi dal fallimento della sua azienda in crisi), senza dimostrarne chiaramente ed ineccepibilmente la provenienza (vedere link con strepitosa storia con la S maiuscola):
Vince regolarmente le elezioni perché è padrone dei mezzi di comunicazione ricevuti a suo tempo dal sistema pentapartito-Craxi-CAF (legge Mammì e populismo-catodico), di cui è stato capace di raccogliere il testimone, in questo esperimento socio-politico che dura dal 1922 come una staffetta del male (vi stupirete, ma lui fa sempre finta di criticare la Prima Repubblica, sputando sul piatto su cui ha mangiato e agitando lo spettro del comunismo per far paura ai cattolici, terrorizzati di dover vivere una vita terrena senza favoritismi rispetto  ai non-cattolici). Anni dopo, nel 1990, l’insospettabile antiberlus*conista Vittorio Feltri commentò il varo degli atti normativi con queste parole: "Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi e il Pli con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l'altro la perla denominata 'decreto Berlu*sconi', cioè la scappatoia che consente all'intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi (al ritorno da un viaggio istituzionale all’estero ndr) in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna".
Gino Paoli coniò per questo fenomeno (berlu*sconismo) il seguente aforisma: "Una volta avevamo politici che facevano affari. Oggi abbiamo affaristi che fanno politica".  Questo aforisma fotografa bene la situazione italiana: un Paese bloccato da 20 anni con imprenditori che non sono veri imprenditori e politici che non sono veri politici (la nave ormai è in mano al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono non riguardano più la rotta, ma il menù del giorno dopo). Il berlu*sconismo è questo: "perchè perdere tempo e denaro a pagare le tangenti ai politici? Diventiamo noi stessi politici, senza però abbandonare gli affari, così ci facciamo tutte le leggi e gli appalti che ci servono". Berlu*sconismo = populismo-catodico, plutocratico-carismatico-affaristico con conflitto di interessi sistematico, sfacciato, ostentato e doloso. E' la consapevolezza profonda dell'imprenditoria (ciò vale solo x la medio-alta), dell'impossibilità del poter fare impresa senza regole truccate e quindi senza la corruzione. Ogni anno la Corte dei Conti dice che bisogna lottare contro la corruzione dilagante e il governo berlu*sconiano ha abbreviato i tempi di prescrizione e vuole ridurre l'intercettazione telefonica dei presunti corrotti. In Italia non c'è mai stata un'imprenditoria darwiniana basata sulla selezione da merito, le famiglie al potere sono sempre le stesse, immischiate in più consigli di amministrazione contemporaneamente (con solo il 3% di donne presenti contro il 33% della Scandinavia) e con le mani in pasta dappertutto: il 10% di questa casta detiene il 45% della ricchezza e conseguentemente del potere. E' una "democrazia" profondamente malata e in decadenza. Non appena i mercati mondiali si sono aperti con la globalizzazione, questa nostra imprenditoria ha subito dimostrato quanto "non valeva". Del resto anche il presunto boom economico italiano si basava sullo sfruttamento e non appena si è introdotto lo statuto del lavoratore, il sistema è potuto andare avanti soltanto mediante il trucco dell'aumento del debito pubblico e dell'inflazione: praticamente si sono dati più soldi ai lavoratori, ma molti gli sono stati tolti subito con l'inflazione e gli altri verranno tolti ai nostri figli col debito pubblico (vedere figura). Aggiornamento: con la legge 120 del 12 luglio 2011 è stata prevista una quota rosa per i CDA. Con la legge sull'università per eliminare il nepotismo, sono state impedite le assunzioni di personale (da ricercatori a docenti) con parentela fino al quarto grado compreso.
La fine della crescita: l'ultimo picco di crescita degli anni '80 è una pseudocrescita fatta a spese del debito pubblico. Non appena siamo entrati nella UE che non ci ha consentito di aumentare il debito e l'inflazione, la crescita è finita (Marcello De Cecco: "la svalutazione della lira del 1992 servì per consentire agli industriali italiani di ripagare i debiti che avevano in valuta straniera. Con la lira svalutata hanno guadagnato di più con le esportazioni e così hanno coperto i debiti....La solita manovra, una redistribuzione [del reddito] del tutto italiana a favore degli esportatori. Ma ora con l'euro non si può più fare....Solo che con la svalutazione del '92 sono cominciati anche i veri guai redistributivi dell'Italia. I soldi sono andati nelle tasche di chi fa i profitti invece che in quelle dei lavoratori dipendenti. Una svalutazione è sempre a danno dei lavoratori dipendenti"). Quindi gli industriali si sono arricchiti grazie al debito pubblico (e all'inflazione) che pagheranno i cittadini, adesso la Marcegaglia, per aumentare la crescita dei suoi soci, vorrebbe farlo a spese dell'aumento dell'età pensionabile. Questi dati inconfutabili la dicono lunga sulla presunta capacità della nostra "imprenditoria".
Stiamo assistendo ad un salto generazionale in cui milioni di giovani non riescono a trovare lavoro e non pagano i contributi per la pensione, la responsabilità è dello Stato che ha sperperato tutti i soldi del debito pubblico e adesso invece di sostenere i giovani impiega 70 miliardi all'anno per pagare gli interessi del debito stesso. I giovani laureati vanno all'estero a cercare lavoro e gli altri stati li accolgono a braccia aperte contenti di avere, brillanti talenti già formati a spese dell'Italia, e pronti a lavorare. Da quando Meucci, Marconi, Fermi e Faggin sono dovuti fuggire all'estero regalando ad altri paesi lo sfruttamento del telefono, della radio-radar, del reattore atomico e della CPU x computer a silicon gate (solo per citare alcune invenzioni "di poco conto"), in questo Paese malato, in cui da più di un secolo è in corso l'esperimento socio-politico del male, non è cambiato niente!
Comunque tale sistema malato, come è accaduto per i latifondisti-fascisti e il pentapartito-CAF sembra destinato a fallire, in quanto si è visto che il populismo-catodico, plutocratico-carismatico, porta a fare delle leggi “ad personam” che non necessariamente fanno l’interesse dei cittadini elettori, ma quelli di oligarchie, in più c'è di nuovo la tentazione di accentrare i 3 poteri dello Stato in una sola mano. Tornando all'aforisma di Kierkegaard, non importa più che la nave stia affondando, l'importante per il "comandante" è salvare se stesso e per distrarre i suoi elettori ipnotizzati dalla TV, vuole che la sua orchestra suoni mentre il Titanic affonda! Non per niente comici come Crozza hanno scherzato (Italialand), ritraendo il Presidente della Repubblica con un megafono che dice "si salvi chi può, abbandonate il Paese!". 
Assegnando il governo a Monti, Napolitano ha giocato l'ultima carta possibile per salvare il Paese rimanendo con l'Euro, in quanto l'ipotesi di lasciare l'Euro farebbe ritornare l'inflazione a 2 cifre per almeno 10 anni, con dimezzamento di tutti i risparmi dei lavoratori, quindi non risulta praticabile.
Per quello che riguarda l'ingombrante presenza della Chiesa Cattolica in Italia bisogna dire che il cattolicesimo indubbiamente ha condizionato la vita politica del Paese per vari motivi (In questo paragrafo il termine "laico" ha sempre il significato politico proprio della laicità dello Stato da non confondere con gli altri significati!):
 
1.     La laicità dello stato. Le scienze politiche si occupano del dogma della laicità dello stato in una moderna democrazia. Ciò significa che una "moderna democrazia occidentale = democrazia laica", in questo contesto le funzioni dello stato devono essere nettamente separate da quelle religiose, in quanto uno stato moderno per funzionare si serve di scienze oggettive che derivano da teorie economiche, scientifiche e fisiche. Invece la Chiesa si serve di teorie che riguardano fenomeni di origine metafisica. Libera Chiesa in Libero Stato ha questo significato: la Chiesa si occupa della metafisica, lo Stato si occupa dei fenomeni scientifici oggettivi, ognuno deve essere libero di operare nei suoi ambiti, senza interferire con l'altro. Il discorso della laicità dello stato non è stato ancora recepito dai nostri politici per incompetenza, ignoranza o perché gli ha fatto comodo: se si vuole conquistare l’elettorato cattolico è meglio non fare discorsi di laicità dello Stato. Ma ciò significa ritornare indietro di 400 anni, ignorando tutti i progressi della filosofia e delle scienze politiche che ci sono stati. Dopo non si venga a dire che l’Italia è un Paese arretrato: l’Italia è un paese a livello degli altri paesi islamici del mediterraneo: un Paese appena uscito dal medioevo dove fino a poco tempo fa un libro sacro costituiva la legge (vedere link). Es. di un problema da affrontare in modo fisico o metafisico: diffusione delle malattie tipo HIV, HBV, HCV e HPV che si trasmettono con il sangue e anche con attività sessuale, gravidanze precoci. Un paese normale introdurrebbe l'informazione sessuale fin dalla prima media, dove vengano insegnati concetti scientifici di astinenza sessuale, pulizia e alla fine anche profilattici. Se in questo paese la Chiesa ha un grosso potere dovuto a vari motivi, ci sarà una resistenza all'educazione sessuale nelle scuole e l'astinenza sessuale verrà trasformata nel concetto metafisico di castità (virtù assimilabile alla temperanza) prima del matrimonio come unico sistema per risolvere tutti i problemi.  Lascio alla maturità del lettore la verifica dell'efficacia del metodo fisico e di quello metafisico! Per chi non lo sapesse il continente africano ha 40 milioni di sieropositivi da HIV!
2.     L'etica laica e l'etica religiosa. La predicazione cattolica che dice: "non abbiate paura siete già salvi, perché Gesù Cristo ha vinto tutti i peccati" (leggere tutta la lettera di S. Paolo ai Romani, specialmente nel capitolo 6 in cui è spiegata l'assurdità del continuare a vivere nel peccato se uno ha abbracciato la fede), si presta a delle strumentalizzazioni politiche per quello che riguarda l'etica. In teoria anche Hitler potrebbe essersi salvato se all'ultimo momento si fosse pentito. Dio potrebbe salvare anche tutti e l'inferno potrebbe essere vuoto, però in una comunità di persone che vivono come Stato non ci si può esimere dal classificare la coerenza etica dei comportamenti delle persone. Nei paesi protestanti è ben seguito il principio di Kierkegaard nel considerare la vita come una scala di valori. A piano terra c'è una vita estetica e frivola priva di valori, al primo piano una vita etica e al secondo una vita religiosa. E' impossibile condurre una vita religiosa senza passare per la vita etica. Matteo 7, 21 - Non chiunque dice: "Signore, Signore" entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Per tale motivo considero chi si comporta come B. e i suoi seguaci praticanti della vita estetica. Nessun buon cattolico può essere tale se non ha una vita etica. Pertanto la posizione di B. è indifendibile dal punto di vista laico, filosofico e religioso. La Chiesa Cattolica dovrebbe introdurre nei suoi corsi di Catechismo una parte iniziale propedeutica basata sull'etica laica. Altrimenti tutto l'edificio non reggerà. Ovviamente qui non si vuole giudicare gli altri ritenendosi migliori, né essere neo-puritani, questa critica al presidente del consiglio e alla sua vita condotta nel peccato è necessaria perché la fede si vede dalle opere. Parliamo di una persona pluridivorziata che si arroga il diritto di dirigere una nazione e di cambiarne le leggi a suo uso e consumo, solo per aver vinto le elezioni dopo aver fatto il lavaggio del cervello ai cattolici mediante le sue TV false e immonde (link). La Chiesa che è perfettamente al corrente di queste falsità, per interessi materiali (ha paura che la sinistra una volta al potere metta l'ICI sugli edifici di sua proprietà, in più è interessata al finanziamento delle proprie scuole private), continua ad appoggiare Berlu*sconi, Fini, Bossi e Casini, uomini pluridivorziati che vivono e prosperano nel peccato (vedere il proverbio siciliano: "futti, futti ca Diu pirduna a tutti!"). Dato che non c'è più la scusante del pericolo del comunismo, la Chiesa dovrebbe rispettare ormai la laicità dello Stato, senza influenzare con la falsità della morale dualistica l'elettorato cattolico.
3.     La morale dualistica. Il problema del male (da "Incontro col drago" di Uwe Steffen, ed. Red) ha origine nella sua stessa storia. Consiste nel fatto che il credente si identifica con il bene e lotta contro il male che identifica nei suoi nemici. La lotta contro il male non mira a incorporarlo nell’ordine divino ma a distruggerlo. Erich Neumann ha descritto come segue il meccanismo psicologico proprio di questo tipo di morale: la coscienza dell’Io si identifica con i valori etici stabiliti in modo assoluto e nega i valori opposti. Questi valori negati e rifiutati, che pure fanno parte della personalità, vengono proiettati verso l’esterno su persone o gruppi di persone (soprattutto minoranze religiose, razziali o sociali). In questo modo il “nemico interiore” viene combattuto, punito e annientato demonizzandolo sotto forma di “nemico esterno”. La “figura nemica” è la proiezione dei propri lati oscuri rimossi. Ogni lotta di partito o di classe, ogni battaglia e ogni guerra di religione è l’espressione visibile dell’eruzione dell’Ombra collettiva inconscia. Essa offre la possibilità, all’individuo e alle masse, di dar sfogo all’aggressività accumulata in modo del tutto legale e accettabile e magari di ricevere anche dei riconoscimenti per questo. Quanto più rigorosa è la repressione del lato negativo, tanto più rigorosa è l’azione contro il “nemico”. Questa morale si è rivelata incapace di debellare gli istinti costrittivi nell’uomo e di sconfiggere il male (sia la componente sociale del proprio atteggiamento personale cosciente, sia l’impulso aggressivo e distruttivo della razza umana) come parte della propria personalità e in quanto tale lo accetti. Se questo avviene, la proiezione verso l’esterno e la mascherata per lo sradicamento del male identificato negli altri cessano di esistere. Solo allora si creano “le premesse per un atteggiamento davvero tollerante verso gli altri uomini, gli altri gruppi, le altre forme culturali spirituali e agli altri strati culturali” (E. Neumann, Tiefenpsycholigie und neue Etihik, Zurigo, p. 89). Solo quando l’uomo conoscerà il lato oscuro di sé riuscirà a sentire e ad accettare come parte di sé il lato Oscuro degli altri (...). Il dualismo bene-male ebraico-cristiano deriva dall'antica religione dello zoroastrismo. Ora è possibile identificare il male fondamentale, da eliminare, nel dualismo ebraico-cristiano? Gerhard Zacharias, per esempio, riconduce a esso alcuni problemi essenziali del nostro tempo:
-      la morale dualistica (psicologia del capro espiatorio);
-      il satanismo, in cui si manifesta l’aspetto oscuro, centrale del cristianesimo;
-      la crisi ecologica come conseguenza della demonizzazione dell’elemento terreno-vegetativo;
-      la tensione est-ovest e nord-sud come conseguenza di atteggiamenti fondamentali contrastanti nei confronti del mondo, della natura umana e del divino.
Zacharias vede in questa tradizione dualistica non solo uno sviluppo erroneo, ma anche un processo di differenziazione storicamente e psicologicamente necessario, si pone tuttavia la questione di “una sintesi a un livello superiore, quindi non predualistico”. Egli ritiene necessario il superamento di quel processo di divisione vecchio quasi di duemila anni, che minaccia di distruggere l’uomo moderno e il suo mondo , il “recupero cosciente dell’unità del principio del bene e del male sia nel rapporto con il divino sia nel rapporto con il terreno”. Vedere link.
4.     Il peccato originale. La sfiducia nell'etica laica da parte della Chiesa. (Prima di leggere questo punto è necessario aver letto tutta la Lettera ai Romani di S. Paolo e il Catechismo della Chiesa Cattolica). Va rimosso anche il senso di colpa che ancora qualcuno inculca ai bambini nel catechismo. Il "siamo tutti peccatori" è un fatto culturale acquisito, ma ciò non deve minare fin da piccolo dal punto di vista psicologico il cittadino. Va spiegato che il cristiano non può salvarsi da solo e per questo è dipendente da Dio, questo è il significato del "peccato originale" , (dal Catechismo della Chiesa Cattolica: "...ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e dei costumi". Questa frase ha il profondo significato che l'uomo senza Dio è incapace di un'etica laica. Praticamente è come se si dicesse che nel mondo non potrà mai esistere una civiltà che faccia qualcosa di buono se lo stato dove si sviluppa questa civiltà è ateo (URSS). In questo contesto si spiega la lotta della Chiesa per introdurre le "radici cristiane" nella Costituzione Europea e il mantenimento del crocifisso anche nelle scuole statali. Si vede da quanto scritto nel Catechismo che la Chiesa è interessata al bene ultimo della salvezza dell'uomo, che può avvenire solo grazie a Cristo, in quanto il peccato originale ha minato "lo status naturale di santità" dell’uomo e la sua armonia con la natura che gli è diventata “aliena, ostile e soggetta alla schiavitù della corruzione”. Nello stesso modo in cui Epicuro aveva capito che esiste un "clinamen" che introduce i fenomeni casuali nella realtà fisica di tutti i giorni, impedendo teorie puramente deterministico-meccanicistiche, così la Chiesa afferma che esiste un "clinamen" che impedisce all'uomo senza Dio di fare cose buone. Il famoso matematico francese André Weil non per niente disse: "Dio esiste perché la matematica è non contraddittoria e il diavolo esiste perché non possiamo dimostrarlo", Infatti Weil dopo Gödel aveva capito che il "clinamen" dalla matematica stava andando verso la fisica e la natura, ma questo "clinamen" può essere paragonato ad un qualcosa di diabolico come afferma la Chiesa per la tendenza al peccato dell'uomo. Questo piano inclinato che come la pallina del flipper prima o poi conduce al "game over" del peccato può essere riportato in orizzontale con il battesimo. Tutti sappiamo che oggi il battesimo viene dato ai bambini appena nati, e se si fa una statistica penso che si possa dimostrare scientificamente che crescendo pecchino ugualmente o forse anche di più dei loro coetanei non battezzati (vedere in basso l'immagine delle 2 piramidi). Considerare il peccato originale in questo modo, oltre al senso di colpa, può portare a sfiducia nell’umanità e anche un senso di ostilità verso la natura (vedere pelagianesimo e predestinazione). Sembra che Dio abbia creato l'uomo e la natura in maniera difettosa ma ciò non è teologicamente ammissibile. L'uomo è stato creato per stare con Dio, se vuole fare da solo va verso il male. Questa pericolosa morale dualistica può essere capita solo con approfonditi studi di teologia che non sono alla portata dei comuni cittadini, che quindi oltre alla fede in Dio devono avere anche la fiducia nella Chiesa. Anche in questo caso si vuole mischiare una presunta dimensione metafisica dell’uomo ad una materiale e quindi fisica. Se i credenti aspirano alla vita eterna, per dare senso alla vita terrena, è difficile ammettere il paradosso del "santo laico" che va contro la concezione dualistica, perché il santo laico si sacrifica per l'umanità in modo filantropico inglobando il bene e male nel suo gesto, a prescindere dalla ricompensa suprema del paradiso al quale egli non crede perché ateo o agnostico - vedere punto 8 ).  La possibilità di scegliere tra il bene e il male, passando per una scala di valori ci fa constatare quando arriviamo al gradino più alto della vita religiosa, l'incoerenza del peccare (Lett. ai Romani: "14Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia. Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. 21Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. 22Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna.23Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore"). Però prima ci deve essere un passaggio attraverso la vita etica e l'abbandono del disprezzo per gli atei e gli agnostici con la consapevolezza che questi possono essere cittadini eticamente più corretti dei cristiani. Va abbandonata ogni forma di intolleranza religiosa verso le altre fedi, ma anche verso gli atei, gli agnostici e i laici. La fede è un fenomeno misterioso e non obbligatorio, un dono che Dio concede con la grazia e che ognuno è libero di accettare o meno (libero arbitrio). Non è detto che chi non accetta la fede sia un cittadino peggiore degli altri se è soggetto alla legge dello stato e alla sua coscienza etica laica personale. In uno stato moderno l'etica laica va incentivata e non sabotata! Non si può strumentalizzare la fede per fini politici di qualsiasi natura. L'esistenza di una scala etica di valori alla cui sommità c'è il cristianesimo, non può portare a delle leggi che vadano contro l'etica laica: perché vorrebbe dire che queste leggi sono filosoficamente, storicamente e politicamente profondamente sbagliate. Ciò significa che se si vuole fare una legge in cui ci sono dei valori etici religiosi, prima di portarla in commissione parlamentare, dovrebbe essere studiata da una commissione etica laica, per verificare che soddisfi i requisiti della laicità dello Stato. Dopo le leggi restrittive sulla fecondazione artificiale e quella in programma per il testamento biologico (caso Eluana Englaro), diventeremo un Paese talmente arretrato che "per nascere e morire bisognerà andare all'estero!".
5.     L’Italia confederata sotto la presidenza morale del Papa. Si è persa a suo tempo l'unica occasione storica in cui la presenza del Capo della Chiesa avrebbe potuto rappresentare un vantaggio per l'Italia: fare una Stato Confederale sotto la presidenza morale del Papa come diceva Gioberti. Certo tale stato (se si fosse fatto) sarebbe ancora in condizioni medievali, però ci avrebbe risparmiato sicuramente 2 guerre mondiali e milioni di morti. I 3 stati confederati si sarebbero evoluti secondo la loro vocazione senza strappi (agricoltura e turismo al SUD, piccola impresa, turismo e terziario al CENTRO e industrializzazione pesante al NORD), l'Italia sarebbe stata attualmente la vera Svizzera del Mediterraneo e ci saremmo risparmiati: Mussolini, il Craxi-CAF, Bossi e l'attuale populista di turno. LINK1 e LINK2. Un'altra delle responsabilità storiche della DC è quella di aver lasciato 4 regioni in mano alla mafia, di cui (almeno fino al 1980) Andreotti è stato un interlocutore. 
6.     Paradosso della fine del mondo. Molte religioni tra cui la Cattolica dicono che prima o poi verrà la fine del mondo (escatologia abramitica e non) e Gesù Cristo (o un'altra figura a seconda del tipo di religione) tornerà per  giudicare i buoni e i cattivi, quindi danno dei consigli per essere tra i buoni quando si verificherà tale evento. Il problema è che alcuni di questi consigli rischiano di provocare la fine del mondo. Il più pericoloso di questi consigli religiosi è: "crescete e moltiplicatevi" omettendo il controllo demografico. Si può facilmente dimostrare che l'aumento demografico incontrollato può causare la fine del mondo. Non valgono i discorsi religiosi "di mentalità egoistica nel controllo demografico", se si escludono eventi catastrofici (impatto di meteoriti ecc. ecc.), l'obiettivo di far vivere nel mondo (per il tempo che resta all'umanità) più persone possibili si raggiunge solo con la lotta contro l'aumento demografico! Sotto questa ottica le ragioni religiose "dell'egoismo del controllo delle nascite", assumono un aspetto non realista: paradossalmente il controllo demografico nel lungo periodo può garantire la vita sul pianeta Terra al maggior numero di persone possibili. Infatti inutile arrivare a 10 miliardi di persone sulla Terra, se piano, piano il consumo irreversibile delle risorse del pianeta porterà ad una riduzione drastica se non all'estinzione dell'umanità entro 3-4 generazioni. Si sa infatti che finora sono vissuti 60-80 miliardi di persone appartenenti alla specie homo sapiens sapiens sul pianeta Terra nel corso degli ultimi 150.000 anni, e andando avanti così si arriverà al massimo a 100 miliardi totali per il 2100. Poi tutto finirà per il consumo irreversibile delle risorse (vedere link)Invece se si incominciasse a regolare la popolazione mondiale fin da adesso, nulla impedisce che l'umanità possa (r)esistere per un altro milione di anni. Considerando una popolazione fissa stabile sulla Terra di 4 miliardi di persone, con generazioni di 25 anni, in un milione di anni si arriverebbe al numero di 160.000 miliardi di persone. E poi non è detto che finisca lì la storia dell'uomo! Quindi la religione paradossalmente rischia di causare la fine del mondo che predice!    http://it.wikipedia.org/wiki/Profezia_che_si_autoavvera.

7.     La scelta della povertà. Come diceva Ippolito Nievo nella Storia filosofica dei tempi futuri:"...bisogna metter via quel vecchio salmo della mortificazione della carne inventato dai ricchi a danno dei poveri; occorre dare a tutti una parte di felicità qui in questo mondo, ove siamo certi di goderla. Al resto pensi Iddio; e salute a tutti!". Ogni volta che la Chiesa appoggia quel "vecchio salmo" schierandosi apertamente con i ricchi conservatori, opera in modo perlomeno sospetto. Comunque Gesù e S. Francesco fecero il contrario: si schierarono con i poveri.
8.     Il paradosso del "santo laico". Dopo la morte di Vittorio Arrigoni e di tanti che si sono impegnati filantropicamente in missioni umanitarie pur essendo atei o agnostici, si intravede la pura gratuità del gesto, persino superiore al santo religioso. Il santo religioso sa che avrà come ricompensa il paradiso, invece il santo laico al massimo dona la sua vita per un miglioramento della condizione della specie umana. Il santo laico supera il concetto dualistico del bene-male immolandosi filantropicamente per la specie umana.
9.     La doppia importanza del sacrificio del celibato. Il sacerdote non rimane celibe in tutte le religioni, i motivi più importanti perché la religione cattolica ne ha fatto una regola sono fondamentalmente 2: 1) il sacerdote si dedica completamente alla parrocchia e ai fedeli; 2) dato che non ci sono eredi o spese per la famiglia, c'è una rinuncia ai beni terreni e tutti i frutti del lavoro svolto dai sacerdoti rimangono alla Chiesa. Il punto numero 2 da solo può spiegare perché il Vaticano si è andato gradualmente arricchendo nei secoli ed è l'unica Istituzione che dura da 2000 anni. Anche in questo caso è decisiva una scelta di povertà.
10.   La modifica del comandamento "non rubare". In Italia il furto sistematico che viene fatto agli altri è la raccomandazione. Rubare un posto di lavoro a tempo indeterminato ad un'altra persona è un furto che dura tutta la vita ed in più modifica il destino in modo irreversibile. La situazione lavorativa italiana è costituita da un puzzle di persone le cui tessere sono tutte fuori posto. Persino chi ha talento ed è bravo prima cerca la raccomandazione, mediante la quale va ad occupare il primo posto decente che gli capita. Perciò in questo sistema paradossalmente anche i raccomandati talentuosi non occupano il posto giusto, figuriamoci i non raccomandati. C'è un gravissimo danno al Paese, perché i posti non sono assegnati in modo meritocratico. La sommatoria di tutti questi comportamenti individuali sballati, porta ad un Paese non competitivo a livello mondiale, si è inventato il "familismo amorale" per fare una gara truccata. Praticamente in Italia si fa il contrario di quello che diceva RobertKennedy nel famoso discorso improvvisato alla morte di Luther King: "Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione". Dopo tangentopoli e il bollettino annuale della Corte dei Conti è ovvio citare anche la corruzione e la concussione. L'evasione fiscale drammatica che c'è in Italia sottrae risorse (100 miliardi all'anno di euro) con cui si potrebbero costruire nuovi ospedali, asili nido e residenze per anziani. E' necessario che la Chiesa inglobi nel comandamento "non rubare" tutte queste gravi patologie comportamentali che sono molto più gravi del rubare in se stesso e rappresentano un vero e proprio "disastro civico". Chi evade le tasse (o commette anche solo una delle nefandezze soprascritte) non può definirsi ne’ onesto cittadino e nemmeno un buon cristiano (e fa il contrario di quello che diceva Don Bosco),  si trova permanentemente nel "ground zero" della scala di Kierkegaard, insieme a chi uccide, a chi dice falsa testimonianza, a chi fa adulterio, a chi bestemmia e a chi ruba: chi disonora lo Stato è come se disonorasse se stesso e i suoi genitori!
 
   
Tornando a John Locke, egli diceva che lo stato deve invece essere non confessionale, ovvero laico, anche perché un'eventuale violazione di queste sue necessarie caratteristiche sarebbe controproducente: ne verrebbero lotte religiose destinate a gravi conseguenze anche politiche (Si consiglia di leggere attentamente queste encicliche fondamentali -> di Pio IX: "Quanta cura - Syllabus" , di Leone XIII: "Rerum Novarum", di Pio XI: "Mit Brennender Sorge" - "Divini Redemptoris", di Paolo VI: "Populorum Progressio" , di Giovanni Paolo II "Centesimus Annus" e "Caritas in Veritate" di Benedetto XVI).
Da questa idea di tolleranza religiosa Locke tuttavia esclude sia la Chiesa Cattolica, la quale è accusata di negare l'ideale di tolleranza volendo imporre la propria religione anche attraverso la natura confessionale dello stato, sia gli atei che, non credendo in nessun Dio, non sono affidabili dal punto di vista dei valori morali e in particolare nei giuramenti resi in nome della Bibbia (in Italia tale problema è stato superato con una formula di giuramento laico:"consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza"). La critica ai cattolici può spiegare il fenomeno del fascismo che 300 anni dopo gli scritti di Locke ha funestato Italia, Spagna, Portogallo e America Latina. L'avvento nei paesi cattolici di questa forma di dittatura, non è riconducibile direttamente alla Chiesa Cattolica, ma piuttosto al terreno favorevole incontrato in queste nazioni dove vigeva già una presunta forma di intolleranza.
Fabio Marinelli
Forse con la Chiesa sei stato un pò troppo severo, però condivido il discorso della scala dei valori di Kierkegaard. Grazie alla Chiesa penso che in Italia ci siano più persone che aspirano alla vita religiosa rispetto agli altri paesi e moltissimi ci riescono. Il problema è che se in media troviamo in Italia molte più persone che stanno al secondo gradino della vita religiosa rispetto agli altri paesi, d'altro canto ci sono poche persone che stanno al primo gradino della vita etica.
Manca quindi una "massa critica" di persone con vita etica in grado di sostenere la vita civile del Paese: il "familismo amorale" italiano e la presenza della Chiesa ha costretto l'italiano ad un "tutto o niente" con l'etica che per l'Italia e i cattolici ha senso solo se è religiosa. Statisticamente i religiosi sono comunque pochi e da soli non sono in grado di sostenere la vita etica del Paese, tenuto conto che chi perde la fede il più delle volte precipita nel baratro della legge della giungla che sta al "ground zero".
 
 
Le due piramidi della vita estetica, vita etica e vita religiosa a confronto.

 
Per quello che riguarda John Locke e le sue polemiche con il cattolicesimo, non penso che la colpa della difficoltà ad attecchire della democrazia sia solo della Chiesa. Il populismo in versione italica viene da lontano, si nutre di molte fonti ed è un'altra originalità italiana. Il lungo filo rosso che attraversa tanta parte della storia nazionale è quello dell'antidemocrazia, incarnatasi variamente nel clericalismo, nel fascismo, nel comunismo e nel sovversivismo rosso-nero sia dei primi del Novecento, sia degli anni di piombo. C'è una carenza storica di cultura politica liberal-democratica alla base del successo berlusconian-bossiano. Potestà della legge, universalismo delle norme e dei diritti, equilibrio dei poteri, e anche rispetto del cittadino, sono state le stelle polari di pochi nel secolo scorso. I molti che hanno occcupato posizioni maggioritarie durante il regime repubblicano non se ne sono curati più di tanto: avevano altre priorità, dal patrocinio di interessi clerical-corporativi immersi in un sistema clientelare, alla lotta di classe contro la democrazia borghese. Se avessero alzato lo sguardo ai principi del costituzionalismo liberale, la cedevolezza al "dispotismo suadente" di marca berlusconiana sarebbe stata ben più contenuta.
Va anche considerato che John Locke "predicava bene ma razzolava male", tutti sanno che si è arricchito con le azioni della Royal African Company impegnata nella tratta degli schiavi.
Proprio la schiavitù, infatti costituisce ancora indirettamente (nonostante siano passati 300 anni), come dirò in seguito, una causa di disparità ancora grande in un Paese come gli USA che deve la sua Costituzione alle idee di John Locke.
Comunque anche nei paesi più evoluti (specialmente quelli protestanti), dove non si è arrivati a dei livelli così bassi (come in alcune nazioni cattoliche), ci sono dei grossi problemi dovuti alla enorme differenza di destino se il sorteggio della nascita fa capitare in una famiglia ricca piuttosto che in una povera (vedere film "Una poltrona per due").
 
Vedere anche l'importantissimo e fondamentale link: la misura dell'anima.

 
Per tale motivo come è sbagliato il comunismo lo è anche il capitalismo: se uno è figlio di un miliardario non sarà mai uguale al figlio di un poveraccio. Perchè questa persona (il figlio del povero) che sperimenta fin da piccolo i disagi di una società non equilibrata dovrebbe piegarsi alle regole sbagliate e non-umane della stessa? Del resto anche Gesù diceva: "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio". (Vedere enciclica "Veritatis Splendor" di Giovanni Paolo II). Si badi bene che questa frase la disse dopo che il figlio di un ricco aveva rinunciato a seguirlo perché avrebbe dovuto donare tutti i suoi averi (tra l'altro ereditati e non guadagnati con la sua fatica) ai poveri.

 

Nei paesi protestanti, in media c'è meno corruzione rispetto ai cattolici (da Venerdì di Repubblica del 13/01/12).

 
Anonimo
Quindi il comunismo è incompatibile con la proprietà privata come lo è il cristianesimo (Mounier e Il Personalismo). Ma la proprietà privata e il capitalismo se non sono regolamentati portano a dei casini talmente grandi, da far diventare un inferno anche la realtà terrena, prima ancora di prendere in considerazione l'aldilà (nei paesi occidentali il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza). La fine del capitalismo arriverà, perché non si è dimostrato sicuro nel suo obiettivo fondamentale: saper conservare i risparmi dei cittadini. Perché un cittadino dovrebbe lavorare di più del necessario, se lo Stato non è in grado di tutelare questo suo sforzo maggiore?
Malthus aveva offerto in materia una lucida analisi di quelli che egli chiamava gli "ingorghi" causati da politiche fiscali inclini a lasciare piena libertà alla cosiddetta "mano invisibile" del mercato (l'illusione di Adam Smith). In particolare, denunciando come lo specifico ingorgo dell'accumulazione elitaria sia un fattore prepotente di caduta della domanda e perciò causa inesorabile di recessione. A sostegno va fatto notare l'elementare ma solido argomento secondo cui una moneta in più nelle tasche del ricco resta facilmente ferma, mentre nelle mani del povero diventa immediato strumento di spesa a beneficio della domanda e per questa via della produzione.
Keynes, durante la crisi più acuta del novecento, scrisse che il mondo intero si sarebbe risparmiato un sacco di guai se il pensiero economico e l'azione politica dei governi non avessero disatteso la lezione malthusiana. Parole che nella declinante Italia di oggi suonano di particolare attualità dinanzi a una prolungata frenata dei consumi che ha come interfaccia proprio una deviante distribuzione della ricchezza.
Rousseau diceva che ogni tanto bisognerebbe fare un “reset” della società perché riteneva che con il progredire delle stratificazioni e complicazioni della società civile ci si corrompe gradualmente perché ci si allontana dalla natura che lui reputava più morale, in quanto l’uomo allo stato selvaggio essendo in equilibrio con la natura, ha dei valori etici naturali (in effetti basta guardare le società più primitive tipo quelle degli indiani d’America e si vede che Rousseau aveva ragione). Altri filosofi si sono sforzati di creare delle società utopistiche (PlatoneTommaso MoroBacone e Campanella), ma tutti si sono dovuti arrendere al machiavellismo e guicciardinismo necessario per far funzionare una società moderna (vedere link).
 
 
 
Anti-deduttivismo
Anti-positivismo
Individualismo metodologico
 
 
APRIORISMO
 
FALLIBILISMO
Liberalismo classico
Utilitarismo
Democrazia liberale
Ludwig von Mises
(1881-1973)
apriorismo kantiano
 
Karl Popper
(1902-1994)
 
ANARCHIA
 
STATO MINIMO
Libertarianism
Giusnaturalismo
Critica
della democrazia
Murray Rothbard
(1926-1995)
apriorismo aristotelico
giusnaturalismo forte
 
Robert Nozick
(1938-2002)
spiegazioni a
"mano invisibile"
giusnaturalismo debole
Vedere link che spiega la tabella
 
Fabio Marinelli
L’analisi del mondo contemporaneo non può prescindere dal fatto che, a partire dai primi dell‘800, è stato il modello di sviluppo socio-economico capitalistico, la cui espressione più rilevante è l’industrializzazione, a segnare le sorti del mondo. Tale modello ha avuto e ha un impatto diverso in rapporto alle diverse società.
Laddove esso si è originato, in Inghilterra, e laddove esso ha assunto un carattere egemone, negli Stati Uniti, la sua evoluzione è avvenuta con una progressione tale da promuovere, per una logica intrinseca, la globalizzazione e il 
neoliberismo. Non è un caso che la deregulation, vale a dire l’affrancamento del capitalismo dai lacci e lacciuoli posti dallo Stato per impedirne una degenerazione (del tutto prevedibile) si sia avviata in Inghilterra (tatcherismo) e negli Stati Uniti (reaganismo).
Sull’esempio dell’Inghilterra, l’Europa ha aderito al modello capitalistico nel corso dell‘800. Tale modello, però, ha dovuto fare i conti non solo con una realtà sociale preesistente ben diversa da quella statunitense, che si è originata praticamente ex-nihilo, ma soprattutto con la pressione operata dal movimento socialista a partire dalla fine dell‘800 e con il “fantasma” del comunismo, incombente dall’epoca della Rivoluzione sovietica fino alla caduta del muro di Berlino.
Tale pressione ha costretto i governi europei ad alleviare le conseguenze sociali del capitalismo con il ricorso al Welfare State, che, soprattutto nei Paesi scandinavi, ha finito con il configurare un'organizzazione sociale di fatto social-democratica, caratterizzata da un sistema fiscale progressivo estremamente severo funzionale ad una continua ridistribuzione della ricchezza sociale.
Fuori dell’Europa, il modello capitalistico è stato adottato liberamente solo dal Giappone, laddove, però, esso ha attecchito su di una struttura sociale gerarchica ma, al tempo stesso, comunitaristica, quindi in qualche misura protetta dagli eccessi dell’individualismo competitivo.
La disuguaglianza è una conseguenza diretta dell’adozione più o meno integrale del modello di sviluppo socio-economico capitalistico.
Questo aspetto si può ritenere particolarmente importante perché esso aiuta a capire meglio quello che è avvenuto nel corso degli ultimi venticinque anni. Il neo-liberismo può, infatti, essere interpretato come un’autentica dichiarazione di guerra del capitalismo al modello giapponese che, negli anni 80, sembrava avviato verso una sorta di egemonia mondiale, e a quello europeo, descritto efficacemente da J. Rifkin ne "Il sogno europeo" (Mondadori 2004), in opposizione a quello statunitense.
La dichiarazione di guerra del neoliberismo, con la complicità delle istituzioni finanziarie internazionali (FMI, Banca mondiale, WTO), dominate dall’influenza statunitense, ha avuto effetti storicamente consistenti. Essa, infatti, per un verso, ha determinato la crisi, che ancora oggi appare profonda, del modello giapponese e la messa in discussione del Welfare State europeo, che è andato incontro ad un progressivo arretramento; e, per un altro, ha imposto alla globalizzazione, e quindi a tutti i paesi emergenti intenzionati a partecipare ad essa, un modello liberista (il Washington Consensus, stigmatizzato ripetutamente da Stiglitz) incentrato sul contenimento delle spese sociali, sui bassi tassi di interesse e sulla lotta contro l’inflazione: misure tutte atte a favorire lo sviluppo illimitato del capitalismo in un regime di più o meno totale indifferenza nei confronti dei bisogni sociali. Va anche detto che l'attuale teoria economica neoclassica dominante e il liberismo danno ai mercati la supremazia necessaria per stabilire i prezzi e la sopravvivenza in economia di mercato delle imprese. Prendendo spunto dal teorema di Arrow
, Amartya Kumar Sen ha dimostrato che, in uno stato che voglia far rispettare contemporaneamente efficienza paretiana e libertà possono crearsi delle situazioni in cui al massimo  un solo  individuo ha garanzia dei suoi diritti. Egli dunque dimostra matematicamente l'impossibilità di perseguire l'efficienza ottimale, secondo Pareto, e insieme il liberalismo. Il paradosso è analogo a quello di Arrow sulla democrazia. Come per quest'ultimo, sono possibili alternative sociali che non ne sono soggette, ma richiedono l'abbandono dell'una o dell'altra assunzione. L'importanza della negazione dell'ottimo paretiano consiste nel superamento del concetto che il solo mercato basti per sviluppare una società liberista, derivato dal teorema di Arrow  che fa da base anche per il lavoro di Herbert Scarf sul disequilibrio dei mercati lasciati a sé. Vedere ottimo link grafico.

 

Anonimo

 

L'art. 41 della Costituzione Italiana dice che l'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Quindi in teoria in Italia il neoliberismo selvaggio è proibito dalla Costituzione: per attuarlo bisognerebbe abolire questo articolo.

 
Fabio Marinelli
Io non farei troppi suggerimenti al nemico: si rischia che abolisca l'art. 41 nella parte più restrittiva. Ai fini di questo discorso sui "sommi sistemi" della civiltà moderna mi interessa piuttosto quello che la Costituzione Italiana dice per la proprietà privata: "Art. 42. La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati." La Costituzione non prevede l'esistenza della "terra di nessuno". E' proprio questo che non è naturale: fino a solo 10.000 anni fa i nostri antenati scorazzavano liberamente in tutto il mondo, invece adesso, non esiste alcun posto in cui uno può piantare una tenda senza dover rendere conto a qualcuno o allo stato. Nessuno ha pensato che se è naturale la proprietà privata, deve essere naturale anche la "terra di nessuno".

 
Anonimo
Il comunismo si basa su principi etici, il capitalismo sulla regola del profitto, comprare al costo più basso possibile per ottenere il massimo ricavo. Nessuna legge morale.
 
 
Fabio Marinelli
Infatti, già qui c'è una sostanziale differenza di natura etica: ma il problema fondamentale del capitalismo è che quando uno muore lascia tutto ai figli (a parte le tasse di successione), perpetuando una diseguaglianza. Bisogna che gli stati democratici trovino un sistema per impedire l'accumulo della ricchezza in una elite che aumenta con il passare delle generazioni. L'elite dominante diventa sempre più ricca ed indebolisce la democrazia in 2 modi: 
  • avendo più soldi delle altre persone comuni è in grado di influenzare il potere sia direttamente che indirettamente in modi diversi dal semplice voto individuale elettorale (altrimenti non si spiegherebbe perché pur essendo una minoranza riesca sempre a mettere i suoi uomini al potere); 
  • facendo fare le migliori scuole ai propri figli solo per il motivo che queste scuole costano tanto e i più poveri non se le possono permettere, di fatto garantiscono ai propri figli un accesso ereditario ai lavori migliori, ma dato che non è dimostrato (meiosi) che la natura consenta di trasmettere i geni dell'affarismo  (o qualsiasi altra caratteristica ritenuta virtuosa per la società) ai figli, trasmettere le cariche pubbliche o private ai figli (nepotismo) indebolisce la società. Il nepotismo in campo politico è un pericolo per la democrazia, perché determina una concentrazione di poteri (e conseguentemente capitali) nelle mani delle stesse famiglie, e perché ostacola il necessario ricambio della classe dirigente ed un accesso universale e meritocratico alle istituzioni e alla pubblica amministrazione, che vengono basate su un rapporto fiduciario anziché impersonale, tipico di uno Stato moderno. I legami personali possono compromettere l'indipendenza di un'istituzione e la sua credibilità morale. Se avviene ai più alti livelli dello Stato, fra dirigenze dei partiti di maggioranza e opposizione (oppure ministri, presidenze dei rami del Parlamento e della Repubblica), può trasformare una democrazia in una specie di monarchia costituzionale. Le leggi sul conflitto di interesse talora contengono dei vincoli di incompatibilità anche fra parenti e consanguinei.
Di fatto, alla luce di quanto evidenziato sopra, per qualsiasi società (che non vuole andare in decadenza) dovrebbe essere importante stabilire delle eque tasse di successione e fare in modo che le scuole migliori siano quelle pubbliche. Sembra un fatto trascurabile ma hanno fatto un conteggio sui neri d'America e risulta che rispetto ai bianchi partono con 70.000 dollari in meno. Però è una statistica di circa 10 anni fa: quindi penso che adesso il gap sia di 150.000 dollari a testa.


Anonimo 
Nipoti di schiavi. Ti sembra niente partire con una casa o con gli studi già pagati a confronto di qualcuno che non ha niente!!?
 
 
Fabio Marinelli
Infatti purtroppo è giusto, sono nipoti di schiavi, e dopo 200-300 anni ancora la differenza è di 150.000 dollari a testa.
Per non parlare poi dell'ingiustizia più clamorosa: in USA la percentuale dei carcerati neri è 7 volte quella dei bianchi, 1/10 dei neri adulti (dai 18 ai 65 anni) è in carcere! 1/3 dei ventenni neri è in carcere o libertà vigilata!
Quindi il capitalismo ha il difetto di perpetuare l'ingiustizia, da noi, è difficile fare statistiche così accurate, però si vede chiaramente la differenza tra nord e sud. Per non parlare di tutti gli emigrati che sono fuggiti all'estero per non sottostare a questa atavica ingiustizia.
L'emigrazione è l'unico strumento per sfuggire all'ingiustizia dell'essere diseredati e per ridistribuire la ricchezza mondiale.

Anonimo
50 milioni almeno gli italiani, o figli di italiani nel mondo: però funziona fino a quando ci sono terre di nessuno, o lavori che non vuole fare nessuno! Come ti dicevo l'altra volta il problema è che non c'è più posto sulla Terra, quindi il capitalismo finirà per mancanza di risorse e c’è il rischio di ritornare ad un economia di razionamento. Staremo a vedere, ci sarà da ridere o da piangere!
 

Fabio Marinelli

 
NORD del mondo contro SUD del mondo (dopo la fine della guerra fredda tra OVEST ed EST):
Il futuro sarà caratterizzato da una progressiva resistenza del nord del mondo al tentativo di colonizzazione inversa da pressione demografica del sud. Le prime avvisaglie di questo fenomeno sono i partiti di destra xenofobi e razzisti (Lega in Italia, Destra austriaca, svedese e svizzera, Sarkozi in Francia ecc. ecc.). La pressione demografica durerà almeno fino al 2050, e per colpa di questo fenomeno le sinistre più solidali dei paesi occidentali rischieranno di soccombere contro le destre xenofobe, alle quali per vincere le elezioni basterà mettere nel programma: "mandare via gli extracomunitari"La cosa più paradossale di questo fenomeno, è che gli industriali che sponsorizzano i partiti xenofobi hanno le loro fabbriche piene di extracomunitari: il loro motto non troppo segreto è infatti: "portare il nero alla fabbrica o la fabbrica al nero!".
 
 
 
Immagine presa dall'Espresso del 04 agosto 2011.
 
 
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Cos'è l'etica laica?
di Maria Mantello,   14 luglio 2008 (Docente di Filosofia e Storia)
 
L'etica si occupa dell'agire umano. E' scienza dell'agire. E come tale permette di giudicare la fondatezza morale delle azioni, perché dà i presupposti formali dell'agire bene. Non è quindi un elenco di norme, ma riflessione sulle condizioni e possibilità che garantiscono l'esercizio della libertà di scelta. 
Ogni azione implica una intenzionalità in vista di un risultato che si vuole conseguire e della volontà per conseguirlo. E' questa volontà che permette la realizzazione concreta dell'azione trasformando un'ipotesi di azione in atto reale. Ma ciò che rende possibile tutto questo è la nostra libertà di scelta. Possiamo dire allora, che l'azione è la realizzazione, mediante la volontà, della individuale libertà di scelta. Una libertà che è indagine razionale sulle possibilità e modalità di scegliere e dimensione pratica di ogni scelta. La nascita è un caso. L'unica cosa certa è che dobbiamo morire. In mezzo c'è la Vita, che si snoda in un tempo storico. Che si articola in spazi e tempi finiti. E' proprio questa consapevolezza della finitezza a dare un ruolo centrale al mio agire nella ineludibile responsabilità del mio esser-ci: particolare, singolare, storico. Dove attraverso le mie scelte mi autodetermino, ma incido anche sugli altri e sulla società. 
Poiché la libertà di scelta è un esercizio non certo comodo, proprio per la responsabilità che implica, c'è chi spera forse di potersi sottrarre a questo peso ponendosi sotto la cappa consolatoria di comportamenti aprioristicamente stabiliti da altri. Modelli tanto più assoluti quanto più rassicuranti nella speranza di essere assolti dalla libertà di scelta. Di essere sottratti dalla responsabilità dell'esser-ci, del  divenire-mondo. Tuttavia, chi si rifugia in questi assoluti non è affatto salvato dalla libertà di scelta.
 Chi abbraccia pacchetti morali dati una volta e per sempre, sceglie di adeguarsi ad una precettistica. E sua è la responsabilità di farsi portatore di modelli pregiudiziali, di idee blindate che esigono conformismo morale per sé e per gli altri. Un mondo di replicanti dell'Assoluto essere, dove ognuno prima di potersi realizzare in quanto individuo, dovrebbe prioritariamente omologarsi al modello già tutto descritto, prescritto, circoscritto. Ad un'idea di uomo, di donna presupposta. Un mondo di cloni. Dove l'individuo, espropriato dei possibili sperimentabili esistenziali acquieta se stesso magari sperando in disegni provvidenziali, proiettati finanche in immaginifici cieli. Un mondo dominato dal narcotico di un pensiero unico e di un'univoca morale. Un mondo dove ognuno, in una sorta di automatismo psichico, risponda  come il cane di Pavlov al suono della campana che ha stabilito per lui cosa è bene e cosa è male. Una volta per tutte ed universalmente. Per fede.
Tutto il contrario dell'etica laica, che fonda la scelta buona proprio sull'esercizio di dubitare, discutere, argomentare, verificare. L'azione non è un assoluto. Ma un fatto. E il fatto è descrivibile, analizzabile, dimostrabile per la bontà dei risultati che determina per sé e per gli altri. Per il confessionalismo morale questo è impossibile, perché la bontà dell'azione è ancorata nel trascendente, nella rivelazione. In una interconnessione  tautologica di idee supposte: Dio-Anima-Mondo, che pretendono di ingabbiare ogni azione-fatto in un assoluto-morale. Così, nella riproposizione agostiniano-tomista  dell'identità tra legge divina e legge umana, riemerge sempre una inquietante voglia di ordine teocratico. Quella che fa dire a papa Wojtyla:
 
"La legge stabilita dall'uomo, dai parlamenti... non può essere in contraddizione con la legge di natura, cioè in definitiva con l'eterna legge di Dio" (Memoria e identità, 2005). Quella che fa pretendere a papa Ratzinger di esigere dallo Stato leggi cattoliche, in quanto "Norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore... dallo Stato... norme che precedono qualsiasi legge umana: come tali non ammettono interventi di deroga da parte di nessuno" (Convegno sulla legge morale naturale, feb. 2007). 
Ma se l'Etica è quella particolare scienza (
téchne - tecnh come la chiamavano i greci), d'indagine critica e di verifica empirico-razionale su ciò che mi fa giudicare un'azione buona, nell'immanenza del progetto esistenziale, l'etica è arte della gestione responsabile della libertà di scelta nella autonomia morale. 
Sulla differenza tra azione autonoma ed azione eteronoma si gioca la dicotomia tra etica laica e confessionalismo. Per il laico, l'azione non ha la sua giustificazione etica, la sua garanzia in un ordine, un'abitudine e neppure in un capriccio. La garanzia della bontà dell'azione, ciò che la rende eticamente fondata, ciò che ne garantisce, potremmo dire l'epistemologia, è la scelta dell'azione per il fine che ha in se stessa. E' questo che fa buona la scelta. Ad esempio: se scelgo di aiutare una persona in difficoltà, la mia azione non può avere scopo altro, fine altro, al di fuori del fatto che ritengo positivo portare aiuto. Lì ed ora. Del tutto differente, se quell'aiuto è dato in funzione di un premio, o per evitare un castigo. In questo caso il fine è esterno all'azione. E' infatti il premio che ne riceverò, a determinare la mia volontà di agire. E se per avere quel premio dovessi fare l'esatto contrario, lo farei. E' questo il regno dell'eteronomia morale, che proprio nell'uso strumentale dell'azione, ne vanifica la bontà, perché la priva del valore della scelta per il suo valore di senso intrinseco. Ma non solo! Agendo così, uso strumentalmente anche me stesso, assoggettando la mia scelta ad altro/altri. Ad un potere esterno. E' proprio questa eteronomia, a giustificare defezione morale e fuga dalla responsabilità. 
La morale laica è sgombra dalle presupposizioni degli assoluti, quella confessionale fa degli assoluti il punto di partenza e quello di arrivo. La morale laica non è un sistema di valori contrapposto ad un altro, ma è la dimensione della libertà, ovvero il regno della libertà nella reciprocità delle libertà. Quella confessionale è il regno tautologico dell'eterno ritorno all'eguale. Essere che tarpa ed ingabbia ogni esistente, e che nell'eteronomia falsifica e strumentalizza anche ogni relazione intersoggetiva.  Ogni alterità è preventivamente eliminata, fagocitata, schiacciata in un totalitario Io assoluto. Al contrario, se si assume come strategia etica il principio laico dell'ermeneutica della verificabilità, è chiaro che ogni segmento della praxis obbliga a continue rivisitazioni nell'io, e alla comunicazione dialogica con ciascun altro io. Da un tale esercizio etico tutti avrebbero da guadagnare, proprio per le possibilità di garantire libertarie prospettive di asimmetriche pluralità. Solo così l'egoità si apre infatti alla visione degli esistenti possibili. 
Lo scontro allora non è tra credenti, diversamente credenti o quant'altro. Lo scontro, semmai è tra chi accetta di discutere e verificare, argomentando la bontà dei suoi assunti, e tra chi questo rifiuta. Perché rifiuta quella che Hanna Arent chiamava: "la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto ed unico essere tra uguali" (
Vita Activa). 
Allora chiediamo: La garanzia democratica può stare nel declinare la libertà in termini di appartenenza a gruppi chiusi, che vogliono trasformare la democrazia in dittatura della loro maggioranza? O nel declinare la libertà nell'appartenenza civica? Se la scelta è per la seconda ipotesi, non sarebbe più saggio che lo Stato si preoccupasse di garantire ogni individuo dalle pretese omologanti dei confessionalismi e  dal loro totalitarismo delle coscienze?  - scriveva Epicuro: "La giustizia  non è qualcosa che sia di per se stessa: essa è solo nei rapporti reciproci, dovunque e quante volte esista un patto di non arrecare e di non ricevere danno"(
Massime capitali, XXXIII). Solo in questo senso, ognuno è salvato dall'ingerenza dell'altro (compresa la pressione del gruppo familiare e sociale) e da ogni fanatismo morale. E' nell'etica laica, allora, che lo Stato deve garantire il diritto di libertà di religione e dalla religione. Ad ognuno secondo i suoi bisogni morali! Allora ecco che l'etica laica, che pretende che i valori vengano giudicati al di fuori dall'impenetrabilità dell'Assoluto Essere, può far paura solo ai dogmatici che non accettano che i principi morali possano essere soggetti a variabili, in relazione alle circostanze oggettive, storiche, in cui si pensa ed agisce. Non accettano che individui, famiglie, società sono il risultato di complesse interrelazioni causali, che si connotano, strutturano e cambiano nel tempo. Ma i paladini del confessionalismo morale, forse, non vogliono accettare soprattutto, che sempre più individui possano prendere coscienza, che attraverso gli Assoluti morali si perpetuano i rapporti di potere dominanti! Etica laica allora significa entrare nel disincanto che non ci sono valori e leggi eterne, ma neppure stereotipie di ruoli, funzionali solo ai padroni dell'anima. Relativismo e secolarizzazione, non sono allora il "demoniaco" da rifuggire, ma la constatazione che proprio dalla liberazione degli assoluti si può produrre una società più giusta. Dove finalmente, potremmo riappropriarci del significato originario della parola ethos, come "posto del vivere concreto",  per essere creatori di norme che garantiscano a tutta la comunità migliori possibilità di vivere serenamente. La parola comunità, ha al suo interno una preziosissima radice: "munus",  che significa dono, ma anche obbligo. E questo dono non è il sacrificio del proprio sé, ma il dono reciproco nel solidarismo delle libertà. Nella consapevolezza dell'etica laica che: "non possiamo essere costretti da altri a nulla più di ciò a cui  possiamo reciprocamente costringerli" (Kant, Metafisica dei costumi). Allora, se da una parte, possiamo e dobbiamo dialogare per convincere che solo su questo terreno, che è quello della laicità dello Stato, si può edificare la civile e pacifica convivenza democratica, dall'altra, dobbiamo avere il coraggio dell'intransigenza contro la pretesa totalitaria di chi vorrebbe far coincidere i diritti umani con i doveri confessionali. Il nemico non è chi professa una fede, ma chi vuole che la propria fede divenga legge per tutti. Scrive Amos Oz: "
Il fanatico è un punto esclamativo che cammina. Non ha una vita privata. Appare come un'altruista, visto che si interessa soprattutto agli altri. Ma non lo fa per capire l'altro, lo fa solo per costringere l'altro a essere ciò che lui pensa sia giusto essere. Per costui nessuna forma di mediazione  è possibile." Compito dello Stato è allora salvarci dall'ingerenza dei fanatici, proprio attraverso le garanzie dell'etica laica.
 
 Vedere anche questo saggio di Lodovici sui 4 paradossi dell'utilitarismo:
 
Vedere questo link della tesi di  laurea di Elisabetta Triola che descrive le nuove teorie economiche che si basano sulla teoria della giustizia di John Rawls. L'impostazione di Rawls è data da un sistema minimax che tutela il giocatore verso una giustizia minima per il "gioco della vita", accettata da tutti i giocatori, perché prima di giocare non sanno quale ruolo nella vita gli sarà dato dal caso (le difficoltà della vita sarebbero ben diverse se uno nasce handicappato e povero, oppure sano e ricco). E' ovvio che nella visione di Rawls si abbandona ogni concetto darwinistico della società, confrontata con il modello dell'evoluzione della natura che migliora la specie. Mentre in natura il membro della specie svantaggiato perde la possibilità di tramandare i suoi geni, nelle società con giustizia minima tale possibilità viene garantita. Come detto in precedenza non è possibile selezionare l'essere umano per la sua intelligenza o bellezza come avevano pensato gli scienziati nazisti razzisti tedeschi, in quanto il materiale genetico si mischia in maniera casuale prima della formazione dell'embrione (meiosi), in più non si conosce ancora come vengono espressi nel funzionamento del cervello i geni presenti nel DNA. Ci sono numerosi scienziati handicappati che hanno vinto premi scientifici prestigiosi (es. Hawking, Frisone) a testimoniare che l'intelligenza è un fenomeno misterioso e non misurabile.


Questi argomenti soprascritti sono trattati nelle riviste dell'Università di Trieste - Dip. Filosofia.
Ho scelto questo articolo che ritengo pertinente scritto in "filosofese", si parla dell'etica e delle sue trasformazioni a seconda del contesto religioso e politico.
 
Etica generale ed etica cristiana nel pensiero di Ernst Troeltsch
 Giuseppe Cantillo
  Dipartimento di Filosofia, Università di Napoli
  
1. Nelle sue riflessioni sui problemi dell'etica e in particolare dell'etica cristiana Troeltsch è sempre partito da considerazioni riguardanti l'etica generale ovvero da una teoria generale dell'etica come base di un sistema di etica che avrebbe dovuto comprendere una parte teoretica e una parte pratica. Nel fare ciò egli si inseriva nella linea di sviluppo del pensiero etico moderno inaugurato dalle analisi psicologiche e storiche dei moralisti inglesi del sei- settecento, che – come Troeltsch mette in luce nell’importante saggio storiografico ad essi dedicato nel 1903 – cercarono di fondare l’ autonomia dell’etico sulla base di un’analisi psicologico- immanente e di fissare finalità mondane indipendenti che – scrive Troeltsch. – “in parte dissolvevano le finalità cristiane, in parte le integravano” e in ciò ripresentarono “l’antica opposizione” tra un’etica eudaimonistica e un’etica idealistica (1).
Lungo questa linea di sviluppo gli altri due punti di riferimento principali di Troeltsch sono il pensiero morale di Kant e quello etico- religioso di Schleiermacher. Perciò fin dalle prime trattazioni tematiche dell'etica che si trovano nell’ ampio saggio del 1893-94 Die christliche Weltanschauungen und ihre Gegenströmungen e nei quaderni relativi al corso di lezioni del SS 1899, Troeltsch afferma che nell'indagine sull' etica si deve muovere dall' “osservazione dell’ ambito fenomenico dell'etico”, dalla descrizione del “fenomeno” morale quale si presenta immediatamente, per risalire poi ai suoi tratti comuni ed essenziali, alle sue condizioni di possibilità. Ora, tanto l'analisi della coscienza morale, quanto la riflessione sulle forme storiche della morale e sulle teorie etiche mostrano come condizioni di possibilità e aspetti essenziali e costitutivi dell’ esperienza morale il dovere, ovvero l’elemento normativo, e lo scopo, ovvero l’elemento teleologico: elementi che entrano spesso in collisione tra loro come mostra anche la storia del pensiero morale moderno, ma che in realtà sono strettamente correlati (2).
Certo – come Troeltsch pone in rilievo specialmente nel saggio del 1902 Grundprobleme der Ethik, che prende spunto da un confronto critico con I'Ethik di Wilhelm Herrmann – l'“essenza dell' etico è (...) l'intenzione morale”, la meditata “convinzione personale(...) della necessità e dell'universale validità del giudizio morale” e l' agire conformemente al dovere interiormente percepito (3).
D'altra parte – e Troeltsch lo aveva già osservato nel saggio del 1893-94 – si deve riconoscere che il dovere non potrebbe agire sulla volontà individuale senza avere anche “un'adeguata forza motivazionale”, se non vi fosse cioè da parte del soggetto agente “un piacere specificamente morale, il sentimento della dignità e del valore dell'etico”, del suo potere di innalzare l'esistenza ai di sopra del suo mero esserci naturale ed empirico. Con ciò l'adesione del volere soggettivo al dovere introduce “un momento teleologico”, il riferimento ad un elemento oggettivo, ad un bene o “fine ultimo oggettivo che conferisce senso e valore all'esistenza e indirizza l'agire dell'uomo verso una meta unitaria”. Si affaccia qui il concetto del “sommo bene” che non può consistere “soltanto nel conseguimento di un valore ideale della personalità, ma anche nella ordinata e sana conformazione della vita esteriore”. E, nel contesto del pensiero etico di Troeltsch, questa vita esteriore non si limita soltanto alla vita individuale, ma si estende alla realtà storico- sociale e culturale in cui la persona vive e si realizza.
Il “fine etico” viene perciò identificato da Troeltsch - in accordo con Herrmann - nel “fine della formazione della personalità” già riconosciuta da Kant come “radice” del “dovere” e come quell'aspetto di partecipazione al mondo intelleggibile che dà all’uomo il suo carattere di “fine in se stesso”. Ma non può non rilevare che la fenomenologia della vita morale rivela accanto ai fini e ai valori, che scaturiscono dal fine o valore soggettivo della formazione della personalità, anche fini o valori oggettivi, che trascendono l'individuo come tale e ai quali la coscienza morale si sente altrettanto immediatamente vincolata: la famiglia, lo Stato, la società, il dominio tecnico della natura, l’economia, la scienza. l'arte, la religione. Si viene così precisando quell’aspetto che H. Benckert ha definito come la Grundkonzeption del pensiero etico di Troeltsch, vale a dire la partizione - già accennata nel saggio del ‘93-94 – dell’etica generale in etica della personalità o etica soggettiva ed etica dei beni e valori culturali o etica oggettiva (4).
In questo modo Troeltsch approfondisce e sviluppa l’intenzione di Herrmann di integrare 1’etica soggettiva di Kant e quella oggettiva di Schleiermacher, come può vedersi specialmente nei corsi di lezioni sull’ etica pratica cristiana del WS del 1905/06 e del 1911/12, dove Troeltsch riconosce i “concetti fondamentali” dell'etica nel concetto del dovere o della legge morale, nel concetto del male o di ciò che è contrario alla morale, e nel concetto di un sistema di fini morali o di valori oggettivi o culturali (5).
Nel concetto di “dovere” o di “legge morale” si rivela “una tendenza della coscienza umana verso ciò che è moralmente necessario, che è analoga alla tendenza teoretica verso ciò che è logicamente necessario” (6). Il carattere doveroso, vincolante, del giudizio morale si fonda sulla coscienza della sua necessità, e la libertà consiste proprio nell’autonoma scelta che il soggetto agente fa in forza della percezione di questa “necessità ideale”,interiormente percepita. Con un evidente riferimento a posizioni rickertiane, Troeltsch afferma che “noi possiamo arrestare la nostra corrente di coscienza mediante l’idea del necessario”. In questo determinarsi in base all’”idea necessaria” opponendosi “alla corrente dell’ accidentale” consiste la “libertà” e la sua “affermazione” trasforma l’ io in “personalità” (7).
L’avvertimento del necessario in ciò che si presenta di volta in volta come dovere, cioè “la coscienza della doverosità, dell’obbligazione” è ciò che “esprime il carattere morale di un atto” (8). Si tratta quindi di un carattere formale che qualifica l’atto morale e, come Troeltsh sottolinea nel corso del ‘05/06, si presenta “difficile la questione del contenuto del dovere”. Quest’ultimo è insito nella natura dell’uomo, ma dal punto di vista del contenuto “si sviluppa con l’educazione”, sicché la riflessione morale “deve considerare i principi morali nella storia, per compiere in essa mediante l’apprendimento una selezione, che di nuovo accade attraverso un giudizio autonomo” (9).
Tuttavia, come appare più esplicitamente nel corso dell’ ‘11/12 il carattere formale del dovere non impedisce una sua articolazione in una costellazione di idee che si impongono con il sentimento dell’evidenza e della doverosità, e che diventano valori morali a cui il soggetto deve aspirare nel suo formarsi e affermarsi come personalità: vale a dire le idee del dominio di sé, dell’ autolegislazione, della ragione pratica, della libertà e della imputazione, da un lato e l’idea del riconoscimento dell’altro uomo altrettanto come soggetto in grado di affermarsi come personalità, dall’altro. Ed ora la validità universale, sovraindividuale dell’ autolegislazione della ragione pratica viene fondata attraverso il necessario radicamento della legge morale nella “ragione divina” (10).
Nel secondo concetto fondamentale, ovvero nel concetto del male si rivela la libertà, ma come arbitrio, segnata dall’irrazionalità di un uso della libertà “in opposizione al sentimento dell’ obbligazione”, all’ imperativo della ragione pratica. Nel male la volontà “obbedisce agli impulsi sensibili ed egoistici”, invece di sottoporli alla coscienza morale ponendoli al suo servizio. Il male per Troeltsch - che qui sembra seguire direttamente le considerazioni svolte da Kant sul “male radicale” nelle pagine della Religione entro i limiti della semplice ragione su cui aveva qualche anno prima scritto un importante saggio (11) - è essenzialmente il rinchiudersi del soggetto nella propria singolarità empirica, ovvero l’ inversione del rapporto di subordinazione tra legge morale e amore di sé. “Questo male – continua Troeltsch – è di fatto e empiricamente molto esteso e lotta dappertutto con il bene. Con ciò è legata la necessità della reazione contro il male, che ogni sistema culturale etico cerca a suo modo di creare” (12).
Quanto al terzo concetto fondamentale, quello di un sistema di valori, esso indica che, oltre al valore etico - soggettivo della personalità che si conquista nell’obbedienza alla legge morale, vi è “un altro oggetto dell’agire, cioè i beni culturali, necessari, oggettivi, ideali”, che – scrive Troeltsch nel corso del ’05-06 – “consistono nella famiglia, nella società produttiva, nello stato, nella scienza, nell’ arte e nella religione”. Essi “si sviluppano a partire da basi naturali, psicologiche, e si devono organiz-zare in un sistema muovendo da un centro unitario” (13). Solo realizzando questi beni e valori culturali – osserva Troeltsch nel corso dell’11/12 – “l’etica formale della legge morale si riempie di un contenuto concreto e la personalità etica acquista la vera e propria materia della sua attività” (14). Proprio a quest’ambito dell’etica oggettiva Troeltsch ha rivolto una particolare attenzione, ritenendo che in esso si presentino i “problemi fondamentali dell’etica”, che riguardano “la formazione di ogni singolo scopo per sé preso” e “la concezione dei rapporti reciproci tra i beni oggettivi” e, tra questi, in particolare il rapporto tra “finalità intramondane” e “fine religioso” – problemi che esigono necessariamente il riferimento a uno “sfondo di filosofia della storia”, a “un punto di vista sul divenire e sullo sviluppo della cultura” (15).
E’ qui inevitabilmente in gioco una “decisione”, una scelta esistenziale, dal momento che “le idee sul bene predominante sono molto diverse. Per molti è la famiglia lo scopo vitale principale, per altri è la vita politica; più raramente anche la scienza, la ricerca della verità o l’arte. Così anche la religione può essere un bene singolo, unico” (16). In ultima istanza tale decisione o scelta non può che rinviare ad una fondazione metafisica in una intuizione universale del mondo (17).
 
2. Sulla base di quanto si è detto si possono fissare alcuni punti fondamentali sul piano dell’etica generale.
In primo luogo il riconoscimento del carattere etico dei fini o beni culturali e quindi l’esigenza di una specifica etica per ognuno di essi.
In secondo luogo il riconoscimento dell'autonomia, sia pure non assoluta, di ognuno dei fini e beni culturali rispetto agli altri e anche rispetto al fine religioso che pur si presenta come “fine supremo”. A questo riguardo si può ricordare anche il saggio metodologico del 1913 su Religion, Wirtschaft und Gesellschaft dove Troeltsch afferma che religione ed economia costituiscono “due sfere distinte e autonome di causalità storica”, che tuttavia nella concreta realtà storica si incontrano e si influenzano reciprocamente. Il loro rapporto perciò si presenta come un rapporto di “interazione”, la cui precisa determinazione può essere formulata soltanto “caso per caso” sulla base di una individuata ricognizione storica; e ciò tanto più quanto più la religione e l'economia si sono rese autonome con l'irruzione delle religioni storico - universali da un lato e del razionalismo economico dall'altro (18). Ora, questo rapporto di “interazione”, come Troeltsch mette in rilievo a proposito dell’ideale etico religioso cristiano, riguarda non solo l’economia, ma tutte le sfere dei beni o valori intramondani – dalla famiglia alla società, allo Stato, alla scienza, all’arte – e si configura in modi e forme differenti anche in rapporto alla contingenza delle circostanze e dei contesti storici: “si producono su questo piano – osserva Troeltsch – interazioni che hanno un enorme significato per lo sviluppo e che sono fondate sulla contingenza (Zufall) dell’intreccio di formazioni completamente diverse e originariamente indipendenti l’una dall’altra” (19).
In terzo luogo il riconoscimento del carattere storico dei valori culturali in quanto “mediazioni” o “potenze” attraverso cui la ragione penetra nella struttura naturale umanizzandola, e quindi la difficoltà di costruire un “sistema” di valori culturali, di beni oggettivi, universalmente e stabilmente valido. Sul piano dell'etica dei valori culturali si può solo produrre una sintesi di valori costruita intorno a un “valore centrale”, a un “fine ultimo”, il quale è sempre un valore o un fine storicamente condizionato, relativo ad una determinata cerchia culturale e alla sua storia. alla situazione del momento di un particolare “spirito comune”, in cui vive l’individualità e senza di cui “non è possibile in generale alcuna formazione etica (...) della corrente della vita” (20). Questo comporta, tra l’altro, che nell’ambito del mondo occidentale il rapporto tra religione e cultura, quando non voglia fermarsi ad enunciazioni puramente metodologiche, non può non configurarsi come rapporto tra Cristianesimo e mondo, tra etica cristiana ed etica culturale.
 
3. Si è già detto che per l’uomo religioso il bene predominante è costituito dal “bene religioso”, sicché per lui il criterio di valutazione dei diversi sistemi culturali è dato dalla centralità della relazione con Dio e dal grado di spiritualizzazione e di moralizzazione a cui è pervenuta la coscienza religiosa. Se ci si colloca da questo punto di vista non si può non riconoscere, secondo Troeltsch, che storicamente “la sintesi tra idee morali e nucleo religioso si verifica nel modo più forte e intenso nel Cristianesimo” (21). La moralità della “religiosità cristiana” deriva dal fatto che per essa il bene religioso è un bene che ci viene comandato per interna necessità: “Noi dobbiamo avere religione per se stessa, e non perché ci è comandata dall’esterno o perché ci procura un bene. Noi dobbiamo (sollen) disciplinarci in modo tale che abbiamo religione – perveniamo ad essa, perché abbiamo il dovere (sollen)di averla. Reciprocamente nel dovere (Sollen) siamo costretti (müssen) a riconoscere un’obbligazione religiosa; poiché la religione per noi è diventata un’esigenza morale, per noi ogni comando morale diviene espressione della volontà divina” (22).
Lo stretto legame di religiosità e moralità che caratterizza l’etica cristiana comporta che “tutti i comandamenti morali della ragione, che mirano all’acquisizione della personalità, si presentano come effusioni dell’operare divino”, manifestazioni della volontà divina nella natura umana. In questo senso per l’etica cristiana nella rivendicazione dell’autonomia della coscienza morale si esprime la stessa legge divina:come dice suggestivamente Troeltsch “nell’autonomia parla la teonomia” (23). Il rispetto della legge morale è immediatamente “servizio divino”, dal momento che nella coscienza dei singoli si esprime l’universale ragione morale e questa ragione morale universale è la stessa ragione divina. “Così - scrive Troeltsch nel corso del 1905/06 - è contenuto nell’etico un momento religioso di fondazione e di sanzione” (24). Un “momento religioso” che è essenziale e immanente nel pensiero stesso dell’autonomia al punto tale - osserva ancora Troeltsch – da essere implicitamente ammesso anche da quei pensatori moderni, come Kant e Fichte, che contestano ogni principio teologico di fondazione dell’etica come un principio di eteronomia: anche per loro, infatti, “ il comando morale è una voce che proviene da un altro mondo”, è una “voce interiore” diversa dalla condizione del soggetto empirico, dell’uomo empirico, e perciò “può essere intesa soltanto come emanazione dell’essenza divina”. Il darsi della legge morale come un fatto della ragione si può spiegare soltanto come espressione della “volontà di Dio” (25).
Questa intima connessione tra autonomia e teonomia indica lo stretto sentiero attraverso il quale è possibile sperare di saldare il rapporto tra beni e valori sopramondani e beni e valori intramondani. Non v’è dubbio, infatti, che ogni etica religiosa, che è fondata sulla fede in un Dio “assolutamente sopramondano”(com’è “in Platone, nell’Islam ecc.”) tende a invitare il credente a “fuggire dal mondo”. Questo valeva anche per l’etica cristiana che inizialmente si opponeva al mondo dominato dal politeismo. Ma successivamente, sviluppando le tendenze già presenti nel giudaismo, l’etica cristiana “si è sempre più aperta verso il mondo”. Quest’ultimo, in ultima istanza, è “creazione di Dio”; non può essere, in sé, negativo. Nel compito religioso-morale della “dedizione a Dio(...) vi deve essere incluso anche il mondo” (26).
La determinazione di contenuto del “fine ultimo religioso”, ovvero del summum bonum, si articola in valori etici cristiani che, come tutti i valori etici, hanno un duplice lato: quello individuale e quello sociale. Il primo si riconduce all’idea della filiazione da Dio, che fa consistere nel rapporto della personalità con Dio la beatitudine e il secondo si riconduce all’idea di una “comunità oltreumana” fondata sull’amore che proviene da Dio e unisce gli uomini nel vincolo della fratellanza in Dio.La formazione della personalità nella comunità d’amore e nella comune relazione a Dio è – osserva Troeltsch – ciò che il Vangelo di Giovanni definisce come “vita” o come “vita eterna”: un’espressione in cui “la vita designa sia il compimento della singola persona sia il compimento della comunità di persone in Dio” (27). Senonché questo compimento nel contesto del mondo è necessariamente spostato nella ulteriorità. Così fin dall’inizio della storia dell’etica cristiana, brevemente richiamata da Troeltsch nel paragrafo 10 del corso del 1911/12, il regno di Dio assume decisamente un senso escatologico, mentre è la struttura oggettiva, istituzionale, della chiesa ad assicurare il fine ultimo della salvezza e a incarnare l’ideale della comunità, che solo raramente, e soprattutto in Oriente, assume una forma spirituale, presentandosi come comunità mistica dell’amore. Con il protestantesimo il fine ultimo della salvezza si interiorizza nella giustificazione per la sola fede e tende a identificarsi con il dolore per il peccato e con la sopportazione paziente della finitezza mondana. Il lato sociale, comunitario, del fine ultimo tende nella tradizione luterana ad essere indebolito, mentre viene in primo piano la dimensione dell’etica individuale.Al contrario – sottolinea Troeltsch- in quella calvinista prevale “il lato attivo e oggettivo” del fine ultimo, in quanto il rendere onore a Dio “esigeva la creazione di una comunità di santi e la giustificazione diventava il presupposto dell’agire pratico nella comunità e per la comunità”. Tuttavia nel calvinismo passava in secondo piano il principio dell’amore a confronto di quello della sottomissione all’assoluta sovranità di Dio che opera l’ elezione del credente predestinato a salvarsi (28). Autoumiliazione e dolore per il peccato sono i contenuti principali dell’etica pietistica, mentre nelle sette riemerge in primo piano “l’idea escatologica del regno di Dio”. Il regno di Dio, come fine ultimo, si trova nuovamente al centro dell’etica cristiana del mondo moderno fondata sul “ritorno dal dogma al vangelo”: in forme diverse Kant, Schleiermacher, Hegel, Rothe, Ritschl, il socialismo cristiano vanno tutti nella stessa direzione, anche se spesso il senso religioso del regno di Dio passa in secondo piano rispetto a quello etico(29).
Nel § 11 dello stesso corso di lezioni Troeltsch esamina tematicamente il rapporto tra lo scopo finale etico cristiano e gli scopi oggettivi intramondani, osservando che in generale tra fine religioso e beni oggettivi costituenti il “mondo” vi è una “tensione”, una “opposizione”, che però assume forme differenti nelle varie religioni positive. Essa infatti può presentarsi ora come una opposizione radicale e rigida che porta necessariamente alla esclusione dei fini intramondani da parte del fine religioso (“opposizione escludente”), ora come una opposizione che ammette invece la possibilità di una conciliazione, di un “compromesso”, ovvero di una “inclusione” dei fini intramondani nel fine religioso (“opposizione includente”).
L'opposizione escludente è caratteristica delle religioni “puramente ascetiche, antipersonalistiche e puramente mistiche”, le quali hanno un atteggiamento completamente pessimistico verso il mondo o lo riducono semplicemente a parvenza. Questo però – afferma Troeltsch – non è il caso del Cristianesimo, che eredita dal Giudaismo e specialmente dal profetismo la sua fede nella creazione e quindi un'accettazione attiva del mondo, e, “malgrado tutte le inclinazioni ascetiche in cui esso ha potuto deformare la propria natura sotto l'influsso della dottrina del peccato originale e della mistica, è in linea di principio una religione antiascetica” (30). Non solo nelle sue origini non vi è una ostilità attiva verso il mondo, ma anche quando, con l'istituzione della chiesa, si è marcata l'opposizione tra questa e la restante vita sociale, l'etica cristiana è stata sempre impegnata a stabilire un rapporto con il mondo inteso come il complesso delle formazioni sociali diverse dalla chiesa. Sicché la storia dell'etica cristiana, specialmente nella sua dimensione di etica sociale, si può presentare come la storia delle forme in cui pur tra oscillazioni spesso drammatiche si è venuta configurando l'“opposizione includente” del fine religioso con i fini intramondani; una storia alla cui ricostruzione Troeltsch ha dedicato costantemente la sua attenzione come la via obbligata per determinare i contenuti e i compiti di un'etica sociale cristiana adeguata alle esigenze della complessa società moderna.
Nella soluzione del problematico rapporto tra etica religiosa fondata sul fine o bene religioso e etica dei valori culturali, intramondami, una funzione significativa è svolta dalla concezione del male che ha l’etica cristiana. Il male infatti è concepito non come un carattere del mondo in sé o delle inclinazioni naturali dell’uomo, ma come “peccato”, cioè come conseguenza di un atto di volontà con cui l’uomo si è opposto e si oppone a Dio. E anche il suo superamento e il rafforzamento del bene implicano un atto di libera scelta dell’uomo, “la conversione dell’intenzione a Dio” (31). Questa “conversione”, che certo è resa possibile dalla fede nell’atto salvifico del Cristo e dall’azione divina della grazia (32), ma implica un atto di libertà, include in sé anche il “mondo” e quindi la centralità del valore o del bene religioso dà validità e significato religioso, anche al sistema dei valori o beni intramondani.
 
4. Grazie al principio dell’autonomia sia della dimensione etica che di quella religiosa e del nesso di questa autonomia con la teonomia, e grazie all’apertura al mondo e ai valori culturali, l’ethos cristiano si dimostra come “il più elevato”, anche se questo non significa che esso sia l’unico vero o che abbia un valore assoluto. Si ripresenta qui il concetto di “assolutezza del Cristianesimo” sostenuto da Troeltsch nel famoso libro del 1902, dove l’assolutezza significa la posizione relativamente più elevata. Istituendo un confronto con altre etiche religiose e filosofiche Troeltsch osserva che “l’Islam è una religione non ancora pienamente interiorizzata e moralizzata”, ma ancora dominata da regole esteriori, “statutarie”, e non riesce a compenetrare in senso etico - religioso i beni mondani, a cominciare dalla famiglia; l’etica buddista, da parte sua, ha solo un significato negativo, in quanto considera come dovere soltanto ”lo scioglimento dal mondo” e “l’ acquietamento della volontà”. Più vicini all’etica cristiana sono il platonismo e lo stoicismo, “che elaborano il pensiero di un’ obbligazione puramente interiore” e l’idea di Dio, ma ad essi mancano l’idea di un Dio vivente e salvifico e quindi manca “il superamento religioso del male”.
Solo nell’etica cristiana si verifica una “piena compenetrazione di spirito religioso e spirito morale”: l’elemento religioso risulta essere “moralizzato” in quanto assume una forma completamente interiore e il carattere di “pura doverosità”; l’elemento morale, a sua volta, viene risolto nel “fine religioso”. (33)
Dal primo punto, cioè dalla “moralizzazione” dell’elemento religioso, dipende quello che Troeltsch definisce come “l’aspetto primario, e anche più sorprendente, nella predicazione e nella pretesa morale di Gesù”, cioè la “rottura in linea di principio con ogni morale statutaria dell’osservanza liturgica, cerimoniale, politica e sociale” (34) e la sua fondazione nella convinzione interiore, nella “coscienza morale”(Gewissen) (35).
Dal secondo punto, cioè dalla risoluzione del fine morale nel fine religioso, deriva che l'etica cristiana, presa per sé, è un'etica specificamente religiosa, perché la predicazione di Gesù ha un contenuto puramente religioso, interiore, individuale, dominato dagli ideali della personalità interamente consacrata a Dio e all'amore fraterno in Dio, e parimenti dall'idea del regno di Dio che sta per venire e dalla preparazione delle condizioni personali per il suo accoglimento.
L'attesa dell'imminente regno di Dio non comporta una negazione del mondo, ma certamente una sua relativizzazione, una “indifferenza”verso di esso: perciò la predicazione di Gesù e la fede della prima comunità cristiana non presentano una vera e propria etica sociale, né un programma di riforma sociale. Al loro posto c'è l’appello a vivere con gli altri credenti nel Dio di Gesù in un rapporto fraterno, ovvero “nella comunione puramente religiosa dell’ amore”. Essi devono agire dentro gli ordinamenti terreni preesistenti e durevoli conformemente alla volontà santa di Dio, seguendo gli ideali eroici del “sermone della montagna”, al fine di prepararsi con la santificazione personale, che impegna parimenti l'amore del prossimo, all'avvento del regno. Quest'ultimo – osserva Troeltsch – non è però pensabile secondo i modelli storici di dominazione, ma “crea sulla terra un ordine nuovo, che (...) non ha nulla in comune con lo Stato, la società, la famiglia” e solo Dio può sapere, nella sua imperscrutabile volontà, quale figura avrà. I tratti fondamentali dell'originaria etica cristiana risultano essere allora da un lato “l'individualismo illimitato e incondizionato”, ovvero la personale decisione per la santificazione di sé nella comunione con Dio e nel servizio di Dio, dall'altro lato l'idea della “comunione d'amore”, ovvero “il fatto che coloro che si santificano per Dio s'incontrano nel medesimo fine” e sono chiamati ad attuare “la volontà divina d'amore”, non solo all'interno della comunità dei credenti, ma anche “verso gli estranei e i nemici” (36). L'amore del prossimo, l'amore fraterno, non indica, quindi, soltanto una disposizione soggettiva alla bontà e alla carità, alla comprensione e al rispetto dell'altro, ma ad un tempo un reale “collegamento” tra quanti sono “uniti in Dio” – collegamento che tende ad espandersi universalmente.
Certo il “comunismo religioso dell'amore” che nasceva dalla predicazione di Gesù non trasferiva l'eguaglianza dal piano religioso a quello sociale ed economico, né implicava l'idea di una proprietà collettiva, ma riguardava unicamente il consumo, la volontaria messa in comune dei beni per la loro utilizzazione, mentre ammetteva, anzi, “il guadagno privato continuativo come condizione della possibilità di donare e di sacrificarsi”. Tuttavia – osserva Troeltsch – esso costituisce un ideale essenziale dell'ethos cristiano originario dal quale successivamente sono state tratte le conseguenze sociali più radicali: “il monachesimo, i moti comunistici del medioevo, gli Anabattisti, gli entusiasti ed idealisti: tutti hanno seguito questa traccia” ed “anche la chiesa ha avvertito e riconosciuto molto bene questa coerenza logica”, solo che nella teoria del diritto naturale assoluto ha spostato la “comunità d'amore” nel paradiso perduto (37).
Se la predicazione di Gesù è indifferente verso il mondo e le sue strutture, specialmente con l'affievolirsi dell'attesa dell'imminente avvento del Regno e con l'affermarsi dell'organizzazione istituzionale della comunione dei credenti nella chiesa si modifica l'atteggiamento del Cristianesimo verso il mondo, che tende a porsi nei termini di un compromesso. Ne scaturisce una duplicità di atteggiamento verso le formazioni sociali e politiche, in particolare verso lo Stato. Il Cristianesimo da un lato riconosce la loro esistenza e se ne serve in quanto esse sono divenute “non senza la volontà di Dio” e contengono quindi “un certo elemento di bene”, ma dall' altro lato le svaluta e le considera nella loro indipendenza ed estraneità, “in quanto appartengono a un mondo tramontante e sono intrecciate dappertutto con il paganesimo” (38).
 
5. L’originaria ispirazione duplice e contraddittoria, che caratterizza la chiesa antica, non verrà mai del tutto meno nella storia dei rapporti del Cristianesimo con il mondo, così come nella stessa autoconfigurazione delle comunità ecclesiali. Tuttavia questa situazione contraddittoria esige sempre una risoluzione, specialmente per motivi pratici. E quando la chiesa antica si trovò di fronte ai nuovi e difficili problemi posti dalla espansione della cristianità, dal suo progressivo inserimento nelle articolazioni della società e dello Stato, dal mutamento della sua stessa composizione sociale, non poté fare a meno di cercare una via di uscita e di elaborare una concezione sociologica generale. Questa via di uscita fu trovata nella ricezione e nella modificazione cristiana del diritto naturale stoico - romano. Tramite l'assunzione della lex naturalis e la sua identificazione con il decalogo si realizzò un avvicinamento tra il piano naturale e razionale e quello soprannaturale e religioso, richiesto dalla nuova situazione: “Certo - scrive Troeltsch - l'attesa della civitas Dei, della Gerusalemme resta, e il mondo resta un regno del peccato e delle tenebre. Ma in questo regno delle tenebre si fa ancora strada un residuo della luminosità del Paradiso, la ragione naturale che promana da Dio e forma gli ordinamenti sociali razionali come basi e integrazioni degli ordinamenti della chiesa e del loro supremo ideale, che ora si rifugia nell' ascesi” (39).
Riprendendo lo schema della dottrina stoica, anche la dottrina cristiana distingue tra un diritto naturale assoluto e un diritto naturale relativo. Il primo coincide con la morale puramente cristiana che si trova espressa nel sermone della montagna e fonda una comunità d'amore, che non prevede né Stato né ordinamento giuridico, è “libera dal potere e dalla forza”, è “completamente priva di impulsi egoistici” e non conosce proprietà e guerra. Esso però e possibile, nella sua integrità, solo nella “condizione originaria”. Viceversa, in seguito al peccato originale si è dovuta affermare la legge naturale relativa allo stato di peccato che è identica con il decalogo e perciò anch'essa emanazione della ragione divina. Trovano così una sanzione etico - religiosa le istituzioni mondane della famiglia, della società, dello Stato, della proprietà, e viene giustificata anche la guerra. Malgrado le conseguenze palesemente contrastanti con l'ideale cristiano della comunità d'amore – osserva Troeltsch – l'ordinamento scaturito dal diritto naturale relativo “deve essere sopportato come punizione e scrupolosamente conservato come rimedio”. In particolare lo Stato da un lato appare come una conseguenza della condizione di peccato, in cui gli uomini per la loro convivenza hanno bisogno della coercizione, dell' autorità, e perciò come strumento di punizione viene svalutato rispetto alla chiesa, ma dall'altro lato viene considerato come un imprescindibile “mezzo di difesa contro il male” e riacquista valore in quanto istituzione voluta da Dio, prodotta dalla stessa ragione divina e destinata a cooperare con la chiesa «nella conservazione di un ordine etico del mondo” (40).
Considerando la storia dell'etica sociale cristiana, che Troeltsch ha ricostruito nei suoi scritti e specialmente nelle Soziallehren, si può affermare che essa si identifica con il diritto naturale cristiano interpretato e applicato in una forma “ora più conservatrice, ora più radicale” (41), vale a dire democratica. E, come Troeltsch pone in rilievo specialmente nei suoi saggi sul diritto naturale, la stessa etica laica della modernità è sorta proprio dalla secolarizzazione delle “idee giusnaturalistiche legate con l'individualismo cristiano” (42). La diversità dell'applicazione del diritto naturale cristiano in senso conservatore o radicale - democratico è connessa, oltre che alla situazione storico - sociale complessiva, alle varie forme di organizzazione della comunità prodotta dal Cristianesimo, che si riconducono secondo Troeltsch a tre “tipi ideali” di autoconfigurazione sociologica dell'idea cristiana: la chiesa, la setta, la comunità mistica (anche se in quest'ultimo caso non si può parlare di una vera e propria formazione sociologica). Mentre la chiesa ha un carattere prevalentemente oggettivo e istituzionale al quale riporta anche le formazioni ascetiche e mistiche del monachesimo, “la setta è invece la comunione dell'adesione volontaria e consapevole”, in cui “tutto dipende dall'effettiva azione e partecipazione personale” e la comunità non è sorretta e garantita “dal patrimonio comune”, ma “si attua immediatamente in una relazione personale di vita” (43) .
Nel tipo della setta Troeltsch distingue due tendenze fondamentali: la setta che si mantiene fedele all'ispirazione puramente religiosa del sermone della montagna ed è orientata a sopportare con pazienza le sofferenze e i mali del mondo, rinviando il trionfo della legge naturale assoluta alla fine dei tempi, e la setta combattiva e riformatrice che si ricollega, oltre che al sermone della montagna, al pensiero del regno di Dio e della sua realizzazione che comincia già nel mondo (44). Sul terreno della setta paziente e sofferente si compie prevalentemente, come nel caso dei Fratelli moravi, “il ritiro dei veri cristiani dal mondo pieno di pericoli per restringersi in una comunione fraterna” e il ritorno quindi all'ideale sociale del cristianesimo antico, che si esprimeva nella “rinuncia al mondo” e nell' “astensione dal diritto, dal giuramento, dalla proprietà, dalla guerra, dal potere” e nella pratica del servizio e della carità (45). Sul terreno della setta aggressiva, quale può essere rappresentata dalla setta taborita, si afferma invece l’idea dell'instaurazione di un ordine nuovo della società non più fondato sulla famiglia, sulla proprietà privata e sullo Stato, ma sui principi dell'uguaglianza, della sovranità del popolo identificato col regno di Dio, della proprietà comune(46).
 Sul terreno della setta combattiva, in particolare, si formano le idee democratiche più radicali, alle quali si possono ricondurre indirettamente gli ideali del socialismo moderno laico e si richiamano direttamente le posizioni del socialismo cristiano che, pur respingendo la lotta di classe, “si rifiuta - scrive Troeltsch - di divinizzare l'ordine borghese vigente” sulla base del diritto naturale relativo e riconquista per l'etica cristiana “il suo carattere utopistico e rivoluzionario”. La setta aggressiva - ammette Troeltsch -è fedele “all'interpretazione letterale del Vangelo”, che essa vuole attuare “anche nelle sue conseguenze sociali dell'individualismo radicale e dell'amore del prossimo» senza arrestarsi “dinanzi a nessuno dei beni della civiltà”. Il suo dramma, però, è che essa può instaurare il suo principio del diritto naturale assoluto solo ricorrendo a ciò che contrasta proprio con le stesse norme evangeliche, vale a dire ricorrendo alla forza e alla violenza o alla potenza dello Stato. Altrimenti non le resta che rifugiarsi nell'escatologia (47). Perciò Troeltsch è convinto che “la rivoluzione sociale non scorre nel sangue del Cristianesimo” (48). Egli piuttosto può sentirsi attratto dalla religiosità della setta paziente e sofferente, che si avvicina a quella della mistica e dello spiritualismo.
 Il terzo tipo di autoconfigurazione sociologica indicato da Troeltsch come comunità mistica o spiritualistica ha pochi legami diretti con il diritto naturale cristiano. Il misticismo e lo spiritualismo non hanno una propria, autonoma etica sociale cristiana; essi, infatti, sono “la riduzione a interiorità e immediatezza del mondo di idee consolidatesi nel culto e nella dottrina, che diventa possesso puramente interiore e personale dell'anima, intorno a cui possono formarsi soltanto gruppi fluidi e caratterizzati da relazioni puramente personali” (49). Per questo suo carattere soggettivo e interiore, puramente spirituale, e per la sua distinzione di principio dalle pratiche mondane, considerate nella loro indipendenza, il misticismo – già presente nel Cristianesimo primitivo – si è diffuso specialmente nel mondo moderno, fino a diventare, come spiritualismo, la forma di religiosità più corrispondente alla sua situazione culturale. Ma proprio perciò il misticismo – con i suoi principi della libertà di coscienza e dell'autonomia personale, del pluralismo della verità religiosa, della separazione tra religione e politica – ha contribuito in modo determinante all'edificazione del moderno diritto naturale laico (50) e ha influito notevolmente anche sulla concezione delle chiese come libere associazioni.
Inoltre misticismo e spiritualismo hanno inciso nella formazione del protestantesimo ascetico che ha fatto scaturire dal concetto protestante di fede le conseguenze che portano alla concezione religIosa moderna fondata non più sulla “rivelazione oggettiva esteriore” ma sulla rivelazione “interiore e soggettiva” e quindi sulla “convinzione della coscienza personale” (51). Nel “protestantesimo ascetico” Troeltsch, collegandosi alle ricerche di Max Weber, individua una formazione religiosa unitaria in cui si raccolgono “il calvinismo e il complesso delle sette battiste, metodiste, salutistiche” e, attraverso il pietismo, anche il neo-luteranesimo. Esso costituisce “un grande tipo sociologico complessivo dell’idea cristiana” diffuso specialmente nel mondo anglo-sassone e nelle regioni influenzate dal calvinismo, ma operante anche nei paesi di tradizione luterana (52). Le idee confluite nel protestantesimo ascetico hanno costituito le “radici” della cultura e della coscienza moderne: la separazione tra stato e chiesa e stato, la sovranità popolare, la tolleranza religiosa, la formazione volontaria delle comunità ecclesiali, la libertà di opinione, la riflessione morale autonoma, il principio dell’autonomia individuale. A fondamento delle teorie sociali, economiche e politiche del protestantesimo ascetico si trova la sua etica della professione e del lavoro sostenuta dall'idea della predestinazione: “La professione - scrive Troeltsch come mezzo dell'attestazione della grazia (...); la tensione instancabile del lavoro verso il fine che sta nell'al di là e quindi esige lavoro fino all'ultimo respiro, la riduzione di tutte le cose e i beni terreni a semplici mezzi di convenienza, la conformazione sistematica del lavoro come mezzo di repressione di tutti gli istinti di dissipazione e di pigrizia, l'uso generoso del prodotto del lavoro per la comunità religiosa e per il pubblico bene: ecco i suoi principi ideali (...) che recano un'impronta comune”(53). E’ questa l' “ascesi cristiana” da cui, secondo la tesi di Weber pienamente condivisa e difesa da Troeltsch, si è sviluppato “uno degli elementi costitutivi dello spirito capitalistico, e non soltanto di questo, ma di tutta la civiltà moderna: la condotta razionale della vita sul fondamento dell'idea di professione” (54). Sul piano politico il protestantesimo ascetico (o neo-calvinismo) si è orientato per lo più verso “una concezione liberale e democratica dello Stato, ma senza fisime ugualitarie”. Così esso ha realizzato la forma moderna di «compromesso con il mondo” attraverso “un sistema di comunità fondato sul primato degli individui, che è all'unisono con l'individualismo moderno” e attraverso una disposizione “ascetica”che “assume l'intero ambito della vita naturale nella finalità sopramondana, per cui essa perde il carattere dualistico di mortificazione e diventa lavoro metodico per la salvezza dell'anima e per il regno di Dio dentro le forme dell'attività professionale mondana” (55).
 Ma nonostante ciò, nonostante che attraverso la “civiltà anglosassone” costituisca ancora “una potenza storica mondiale”, anche questa forma storica dell'etica cristiana mostra di non essere più in grado di “dominare” la situazione del presente e di assicurare il “compromesso» con il mondo moderno. La ragione di ciò è il compimento del processo di mondanizzazione e secolarizzazione ed è già indicata da Weber nel modo più profondo nelle pagine conclusive de L'etica protestante e lo spirito del capitalismo: “Il puritano volle essere un professionista, noi dobbiamo esserlo. Poiché in quanto l'ascesi fu portata dalle celle dei monaci nella vita professionale e cominciò a dominare la moralità laica, essa cooperò per la sua parte alla costruzione di quel potente ordinamento economico moderno, legato ai presupposti tecnici ed economici della produzione meccanica, che oggi determina (...) e forse continuerà a determinare (...) lo stile di vita di ogni individuo, che nasce in questo ingranaggio (...). Solo come un mantello sottile, che ognuno potrebbe buttar via, secondo la concezione di Baxter, la preoccupazione per i beni esteriori doveva avvolgere le spalle degli "eletti". Ma il destino fece del mantello una gabbia d'acciaio. Mentre 1' ascesi imprendeva a trasformare il mondo e ad operare nel mondo, i beni esteriori di questo mondo acquistarono una forza sempre più grande nella storia. Oggi lo spirito dell'ascesi è sparito, chissà se per sempre, da questa gabbia” (56). A queste osservazioni weberiane, divenute ormai classiche, si richiama Troeltsch nella sua conclusione, dove osserva che lo Stato, la società, la vita economica non si lasciano più governare dalle idee del protestantesimo ascetico e più in generale dal pensiero cristiano: “Quel che il protestantesimo ascetico subordinò al pensiero religioso, come mezzo per l'instaurazione della signoria del Cristo, gli ha preso la mano e ha gettato via da sé le limitazioni e le direttive religiose, anzi in generale tutte quelle che si collegano al pensiero e alla metafisica”(57).
Tuttavia il riconoscimento dell'estrema difficoltà di elaborare una nuova filosofia sociale cristiana nella situazione del presente, in cui sempre di più ten dono a separarsi l'elemento religioso e quello economico-politico, non com porta per Troeltsch una rassegnata rinuncia a infondere nell' agire sociale e politico gli ideali dell'etica cristiana con il suo specifico orientamento escatologico: «Il pensiero del futuro regno di Dio – egli scrive nelle Soziallehren – (...) non toglie già valore, come ritengono avversari di corta vista, al mondo e alla vita del mondo, ma rinvigorisce le forze e (...) rende forte l'anima nella sua certezza di un ultimo assoluto senso e fine futuro del lavoro umano”(58).
Questo orientamento viene ribadito da Troeltsch anche dopo le drammatiche vicende della guerra e dei primi anni di Weimar. Nello scritto del 1922, Die Sozialphilosophie des Christentums, egli accentua ulteriormente il pensiero della distinzione tra religione, economia e politica e la convinzione che i problemi sociali e politici debbono essere affrontati con una mentalità assolutamente laica ed esigono «soprattutto conoscenze specifiche e forza di volontà”. Al tempo stesso però non manca di osservare che “problemi di così grande portata non si lasciano risolvere senza un approfondimento e un rinnovamento etico, senza il senso del bene e della giustizia, senza la disponibilità al sacrificio e alla solidarietà, senza una visione del mondo e della vita illuminata dalla fede” (59). Con ciò Troeltsch afferma l'influenza indiretta dell'etica cristiana e più in generale della religione sulla politica: “lo spirito che la religione può risvegliare con la sua stessa presenza gioverà ad una ricostruzione sociale e politica” (60).
Sia pure in una forma indebolita resta, così, ancora valido il progetto di etica cristiana enunciato da Troeltsch agli inizi del secolo, vale a dire il “Kompromiss” tra fini religiosi e fini intramondani secondo l’ideale di un “approfondimento etico-cristiano dei fini umani” e di “una umanizzazione dei fini cristiani”: un “compromesso” che non comporta mai una quietistica assunzione dell’esistente, ma è attivo e trasformativo, in quanto il suo obiettivo consiste nel fare in modo che “la vita al servizio dei fini della civiltà possa essere insieme un servizio di Dio e il servizio di Dio sia ad un tempo una trasfigurazione del mondo” (61)
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Note
 
(1).E. Troeltsch, Die englische Moralisten des 17.und 18.Jahrhunderts(1903), in Gesammelte Schriften, Bd. IV: Aufsätze zur Geistesgeschichte und Religionssoziologie, hrsg. v. H. Baron, Neudr. der Ausgabe 1925, Scientia Verlag, Aalen 1966,p.376. back
(2) Cfr. E. Troeltsch, Die christliche Weltanschauung und ihre Gegenströmungen(1893-94),in E. Troeltsch, Gesammelte Schriften, Bd. II: Zur religiösen Lage, Religionsphilosphie und Ethik, Neudr. der 2.Auflage 1922, Scientia Verlag, Aalen 1962, pp.250-51,254,258-59,261. back
(3) Cfr. E.Troeltsch, Grundprobleme der EthikErörtet aus Anlass von Hermanns Ethik (1902), in E. Troeltsch, Gesammelte Schriften, Bd. II, cit.,p.617 (tr. it., in E. Troeltsch, Etica, religione, filosofia della storia, a cura di G.Cantillo, Guida, Editori, Napoli 1974, p.197). back
(4) Cfr. H. Benckert, Ernst Troeltsch und das ethische Problem, Vandenhoeck u. Ruprecht, Göttingen 1932,pp.16-17. back
(5) Cfr. E. Troeltsch, Grundfragen der praktischen christlichen Ethik [Heidelberg, Winter 1905-06], eingel. u. hrsgb. von F. W. Graf, in "Mitteilungen der Ernst-Troeltsch-Gesellschaft", VII, 1993,p.73 (d’ora in poi abbreviato con la sigla: Ethik 05/06); E. Troeltsch, Praktische christliche Ethik. Diktate zur Vorlesung im Wintersemester 1911/12, aus dem Nachl. Gertrud von Le Fort, hrsg. v. E. von la Chevallerie u. F.W. Graf, "Mitteilungen der Ernst-Troeltsch-Gesellschaft", VI, 1991, p. 133 (d’ora in poi abbreviato con la sigla Ethik 11/12). back
(6) Ethik 05/06, p.73; cfr. Ethik 11/12,p.133: “Il primo concetto indica una tendenza della coscienza umana verso ciò che è necessario e verso ciò che deve essere, che è analoga alla tendenza teoretica verso ciò che è logicamente necessario” (il corsivo indica un’aggiunta nel testo dell’ ‘11/12). back
(7) Cfr. Ethik 05/06, pp.73-74. back
(8) Cfr. Ethik 05/06, p.74. back
(9) Ethik 05/06,p.74. back
(10) Cfr. Ethik 11/12,p. 133. back
(11) E. Troeltsch, Das Historische in Kants Religionsphilosophie , in "Kant-Studien", 9(1904), pp.21-154 (tr. it. di S. Sorrentino in E. Troeltsch, Religione Storia Metafisica, a cura di S. Sorrentino, presentazione di G. Cantillo, Libreria Dante & Descartes, Napoli 1997,pp.177-345).back
(12) Ethik 05/06, p.74; cfr. Ethik 11/12, pp.133-134. back
(13) Ethik 05/06, p.74. back
(14) Ethik 11/12, pp. 133-134. back
(15) E. Troeltsch, Grundprobleme der Ethik, cit., pp. 624-25 (tr. it., cit.,p.206). back
(16) Ethik 05/06, p.76. back
(17) Cfr. Ethik 11/12 , p. 134 : “La validità di questo scopo supremo a sua volta è fondabile in ultima istanza solo in termini metafisici, attraverso l’universale intuizione del mondo (durch die allgemeine Welteinsicht). back
(18) Cfr. E. Troeltsch, Religion, Wirtschaft und Gesellschaft (1913), in Gesammelte Schriften, Bd. IV: Aufsätze zur Geistesgeschichte und Religionssoziologie, cit., pp.24-30. back
(19) Cfr. E. Troeltsch, Recensione a W. Köhler, Idee und Persönlichkeit in der Kirchengeschichte, in Gesammelte Schriften, Bd. IV: Aufsätze zur Geistesgeschichte und Religionssoziologie, cit., p. 722. back
(20) Cfr. E. Troeltsch, Ethik und Geschichtsphilosophie, in E. Troeltsch, Der Historismus und seine Überwindung. Hrsg. v. F. von Hügel-Kensington(1924), Neudr., Scientia Verlag, Aalen 1966, pp.50-52 (tr. it.,di F. Donadio, in E. Troeltsch, Lo storicismo e i suoi problemi, ed. it. a cura di G. Cantillo e F. Tessitore, vol. III, Guida, Napoli 1993, pp.158-160). back
(21) Ethik 05/06, p.76. back
(22) Ethik 05/06, p. 77. back
(23) Ethik 05/06, p.76. back
(24) Ethik 05/06, p.87; cfr. Ethik 11/12,p.143: “Così già nella più generale concezione dell’etico è contenuto un elemento religioso di fondazione e sanzione”. back
(25) Cfr. Ethik 05/06, p.90. back
(26) Cfr. Ethik 05/06, p.78. back
(27) Cfr. Ethik 11/12, p.163. back
(28) Ethik 11/12, pp.164-65. back
(29) Ethik 11/12, p.165. back
(30) Ethik 11/12, pp.168-69. back
(31) Ethik 05/06, p.77. back
(32) All’esame del rapporto tra libertà e grazia, tra autonomia e onnipotenza di Dio, come concetti fondamentali dell’etica cristiana tra loro non facilmente conciliabili, ma spesso contrapposti nell’ambito della storia del cristianesimo, Troeltsch dedica sia nel corso del 1905/06 sia in quello del 1911/12 l’intero §6 (che presenta differenze non particolarmente rilevanti nelle due stesure). La trattazione risulta particolarmente significativa per la comprensione della sua interpretazione dell’etica cristiana. La soluzione del problema viene trovata da Troeltsch – in opposizione alla tesi della “monergia” della grazia - nella prospettiva indicata dal pensiero moderno che abbandona la netta separazione tra cristiani e non cristiani e che a partire da Cartesio e da Kant pone il concetto di libertà al centro dell’etica cristiana. La libertà però non viene concepita più come “la causalità finita dell’uomo agente in singoli atti arbitrari e posta accanto alla causalità divina, ma come la rivelazione del fondamento non soprasensibile nascosto nel fondo dell’anima umana ovvero come l’emergere del mondo ideale in opposizione al decorso naturale delle motivazioni”(Ethik 11/12,p.152). Sicché la grazia redentrice di Dio opera attraverso la volontà dell’uomo, che si svincola dai limiti della sua natura finita, si libera dalle “motivazioni puramente naturali” e accoglie in sé “il mondo dello dello spirito”(cfr. Ethik 11/12, pp.149-52; Ethik 05/06, pp. 97-102). back
(33) Ethik 11/12, p. 138. back
(34) Ethik 05/06, p.84. back
(35) Si tratta per Troeltsch di un concetto che il Cristianesimo trarrà dallo stoicismo; peraltro, Troeltsch osserva più in generale che “per pervenire alla comprensione concettuale di se stesso il Cristianesimo ha dovuto collegarsi con lo stoicismo”, come appare in modo evidente anche nella dottrina del diritto naturale, cfr. Ethik 05/06, pp.84-85. back
(36) Cfr. E. Troeltsch, Die Soziallehren der christlichen Kirchen und Gruppen (1912), Neudr.Ausg. Tübingen 1922, Scientia Verlag, Aalen 1965, pp. 34-35, 39-41, 48-49 (tr. it. di G. Sanna, E. Troeltsch, Le dottrine sociali delle chiese e dei gruppi cristiani, vol. I, La Nuova Italia, Firenze 1941, pp. 45-4650-53, 63-64) [d’ora in avanti abbreviato in SL]. back
(37) Cfr. SL, pp.49-51(tr. it. cit., I, pp.65-66). back
(38) Cfr. SL, pp.60-62,67-68,74 (tr. it. cit.,I,pp.78-79,88-89,96). back
(39) E.Troeltsch, Die Sozialphilosophie des Christentums, Klotz VerlagGotha 1922, p. 9. back
(40) Cfr. E. Troeltsch, Das christliche Naturrecht. Ueberblick (1913), in E. Troeltsch, Gesammelte Schriften, Bd. IV: Aufsätze zur Geistesgeschichte und Religionssoziologie, cit., pp159-160 (tr. it. in E. Troeltsch,L'essenza del mondo moderno, a cura di G. Cantillo, Bibliopolis, Napoli, 1977, pp. 86-87). back
(41) E. Troeltsch, Die Sozialphilosophie des Christentums, cit., pp. 13-14. back
(42) E. Troeltsch, Das christliche Naturrecht, cit., p.156 (tr. it., cit., p.83). back
(43) Cfr. SL, pp.372-73(tr. it., cit., I, pp.481-82). back
(44) Cfr. E. Troletsch, Das stoisch-christliche Naturrecht und das moderne profane Naturrecht, in Gesammelte Schriften, Bd. IV: Aufsätze zur Geistesgeschichte und Religionssoziologie, cit.,pp.184-85 (tr. it., in E. Troeltsch, L’essenza del mondo moderno, cit.,p.118). back
(45) Cfr. SL, pp. 407-408, 363, 367-368, 373-374, 379 (tr. it. cit., I, 526-527, 469, 474, 482,489-490). back
(46) SL, pp. 403 sgg. (tr. it. cit., p. 93: “La setta paziente e sofferente si rassegna alle condizioni reali, rifuggendo però dallo Stato e dal diritto, dal giuramento e dalla proprietà privata e formando delle piccole cerchie di autentica cristianità, appartate dal mondo. La setta combattiva e riformatrice vuole con la forza trasformare il mondo nell'ordinamento puramente cristiano e naturale della vita. Le sette del primo tipo si richiamano al sermone del monte, quelle del secondo alla rivelazione di Giovanni e all'Antico Testamento”). back
(47) Cfr. E. Troeltsch, Das stoisch-christliche Naturrecht..., cit. p.185 (tr. it. cit., p. 119); SL, pp. 843-846, 424 (tr. it. cit., vol. II, La Nuova Italia, Firenze 1960, pp. 523-527; I, p. 549). back
(48) SL, p. 961 (tr. it. cit., II, p. 675). back
(49) SL, p.967(tr. it., cit., II, p.684). back
(50) Cfr. E. Troeltsch, Das stoisch-christliche Naturrecht..., cit.pp. 186-187 (tr. it. cit., pp. 119-121). back
(51) Sul concetto di "chiese libere" si veda il discorso accademico tenuto da Troeltsch il 22 novembre 1906, Die Trennung von Staat und Kirche, die staatliche Religionsunterricht und die theologischen Fakultäten (Universitäts-Buchdruckerei von J. Hörning, Heidelberg 1906,pp.5-6,17). back
(52) Cfr. SL, pp.792, 984-86(tr. it., cit., II, pp.459, 707-709). back
(53) SL, pp.649-50(tr. it., cit., II, pp.659-60). back
(54) M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, tr. it. di P. Burresi, Sansoni, Firenze 1965, p.304. back
(55) Cfr. SL, pp. 954, 959 (tr. it. cit., Il, pp. 666, 672-673). Sull'influenza del protestantesimo sulla genesi del mondo moderno nella interpretazione di Troeltsch si vedano G. Cantillo, Rinascimento e Riforma nella interpretazione troeltschiana delle origini del mondo moderno, in "Bollettino Filosofico. Università della Calabria", Brenner , Cosenza, 1999, pp.75-93 ; H.-G. Drescher, Ernst Troeltsch. Leben und Werk, Vandenhoeck u. Ruprecht, Göttingen, 1991, pp. 243-253. back
(56) M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, cit., pp.304-05. back
(57) SL, p.985 (tr. it. cit., II, p. 708).back
(58) SL, p. 979 (tr. it. cit., II, p. 700). back
(59) Cfr. E. TroeltschDie Sozialphilosophie des Christentums, cit., p. 33. back
(60) Ibid., p. 34. back
(61) Cfr. E. Troeltsch, Grundprobleme der Ethik, cit., pp.663-65(tr. it., cit., pp.249-51, cors. mio).back
La licenza sottostante è valida solo per la prima parte e non per il saggio di Cantillo, che comunque, se usato va citato.

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Laureato a Bologna. Mi affascina occuparmi come hobby della sociologia e filosofia, tenendo ben presenti i problemi della natura, che soffre oltremodo per la presenza asfissiante dell'uomo. Il mio ideale è trovare una forma di convivenza degli uomini che: 1) abolisca le guerre; 2) promuova uno sviluppo sostenibile; 3) trovi un equilibrio permanente con la natura del pianeta Terra; 4) ridistribuisca le risorse tra tutti gli abitanti del pianeta; 5) aumenti le risorse relative su scala mondiale, mediante diminuzione della popolazione con un rientro morbido sotto i 4 miliardi, prima della fine del petrolio. "Imagine there's no countries It isn't hard to do, Nothing to kill or die for And no religion too. Imagine all the people Living life in peace... You may say I'm a dreamer But I'm not the only one. I hope someday you'll join us And the world will be as one. Imagine no possessions, I wonder if you can, No need for greed or hunger A brotherhood of man. Imagine all the people Sharing all the world..." Imagine di John Lennon
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