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Fine della pazza follia (Articolo di Fred Pearce dall'Espresso sulla demografia).
post pubblicato in diario, il 12 aprile 2010


La demografia è destino, ma non sempre nel modo che immaginiamo. La demografia definisce gran parte del nostro mondo, sposta le placche tettoniche su cui si fonda la nostra civiltà - e ciò non è mai stato vero quanto oggi. Ovunque volgiamo lo sguardo, le questioni demografiche conquistano le prime pagine dei media con titoli di violento impatto: da Gaza a Grozny, dal Ruanda all'Afghanistan, il boom delle nascite è ritenuto all'origine di guerre e genocidi. Slum fatiscenti del Kenya ribollenti di violenza tribale. Terroristi adolescenti che si aggirano furtivi nei campi profughi e nelle madrasse superaffollate. Migranti in fuga da paesi poveri e sovraffollati che si riversano in Europa e Nordamerica. Il sovrappopolamento è un motore silenzioso che dà il via alla devastazione ambientale. Ben presto, milioni di profughi ambientali abbandoneranno deserti in espansione e delta fluviali allagati, mentre una popolazione cinese superiore al miliardo rende vano ogni tentativo di arrestare il cambiamento climatico. Anche le statistiche fanno paura. Gli abitanti del pianeta si avvicinano ai 7 miliardi, quattro volte quelli di un secolo fa. Non c'è mai stato un numero così elevato di madri. E in svariati paesi metà della popolazione è sotto i sedici anni, il che significa altri miliardi di persone prossime alla pubertà e in grado di procreare. Frattanto, le masse del pianeta si spostano: circa 200 milioni di individui si svegliano ogni mattina in un paese diverso da quello in cui sono nati.
Non stupitevi di questo linguaggio cupo, dickensiano, malthusiano. Siamo a Sodoma e Gomorra, al Giorno del Giudizio. Ci terrorizza un mondo sovrappopolato brulicante di miserabili e alienati, di fanatici e fascisti, di immigrati clandestini e trafficanti di uomini, di inquinatori alla guida del loro Suv e di pezzenti impegnati a deforestare. Sicuro, stiamo correndo verso il disastro demografico. Ma pigiare sui freni sembra quasi altrettanto pericoloso. Intanto, si profila il trionfo del “popolo delle rughe”, dacché tutti viviamo esistenze più lunghe e più sane. Dagli anni Cinquanta, l’aspettativa di vita è raddoppiata. Ripenso al mio anno di nascita, quando su 10 mila neonati 150 morivano prima di compiere un anno: avrei potuto essere uno di loro. Oggi, ne muoiono solo 5O. Dobbiamo gioire o preoccuparci? La fortuna dei neonati coincide con la sfortuna del pianeta?
Talvolta si sente dire che attualmente sulla Terra vive oltre la metà di tutte le persone vissute fino a oggi. È una sciocchezza: infatti, su un conteggio complessivo di 100 miliardi di umani, oggi siamo solo quasi 7 miliardi. Quel che può essere vero, piuttosto, è che sono in vita oggi metà di quanti abbiano mai raggiunto i sessantacinque anni. E c’è qualcos’altro che forse vi sfugge. Qualcosa che potrebbe salvarci tutti. La “bomba” demografica è in fase di disinnesco. In modo graduale, è vero, ma sta succedendo. La metà delle donne del pianeta oggi non genera più di due figli; non solo nelle nazioni ricche, ma anche in Iran, Myanmar (Birmania), Brasile, Vietnam e Sudafrica. E questo accade generalmente per scelta, non per costrizione. Le donne hanno sempre voluto la libertà, non la schiavitù dei lavori domestici o delle gravidanze a getto continuo. E oggi la stanno ottenendo.
Se avete più di quarantacinque anni, avete vissuto un’epoca in cui la popolazione del mondo si è raddoppiata. Nessuna generazione del passato ha attraversato un periodo simile, né lo farà probabilmente alcuna generazione futura. Se invece siete sotto i quarantacinque, quasi certamente assisterete al calo della popolazione mondiale, per la prima volta dall’epoca della peste nera, quasi settecento anni fa. E potrebbe accadere presto. I demografi prevedono che la recessione globale iniziata nel 2009 indurrà le persone a non generare figli per tutta la durata della crisi come avvenne con la Grande depressione degli anni Trenta. 
Il futuro sarà diverso anche per altri aspetti. Oggi il cittadino medio del pianeta ha meno di trent’anni; prima della sua morte questo valore supererà probabilmente cinquanta. Pensateci adesso a prenotare vostro posto nella casa di riposo globale. Ma il terremoto non è fatto solo di numeri. È fatto di età, sesso, diritti della donna, guerra e migrazione, di ascesa e crollo delle nazioni. E’costituito, anche se fa un po’ paura, dalla fine della famiglia; da limiti ambientali, dal cambiamento climatico. Da fertilità dei terreni, e delle menti.


Da notare che le zone calde di aumento demografico sono vicino all'equatore (imm. modificata da Fabio Marinelli)!


Akhi lavora in uno sweatshop, operaia in uno delle migliaia di stabilimenti tessili di Dacca, la capitale del Bangladesh. Una sera mi incontro con lei a casa sua, una baracca in lamiera con un’unica camera. Accanto a lei, su un letto sormontato da un ventilatore che ronza, siedono le sue colleghe Aisha e Miriam, fra loro cognate. 
Le tre condividono l’alloggio con altre due giovani, che sono ancora al lavoro. Due letti per cinque persone. Le ragazze indossano un sari dozzinale. Mi raccontano delle loro famiglie. Akhi ha lasciato sette tra fratelli e sorelle nel villaggio natale di Kumila, alle porte di Dacca. La risaia di famiglia non era in grado di mantenerli tutti, nè richiedeva il loro lavoro. Così Akhi si è trasferita a Dacca, dove contribuisce a produrre l’abbigliamento di tutto il mondo per un salario miserabile. Cuce i colletti sulle camicie per cinque pence all’ora, lavorando dieci ore al giorno - straordinario obbligatorio. Aisha ha quattro sorelle e Miriam sei. Tutte e tre inviano a casa parte della loro paga ridicola, su cui le famiglie fanno affidamento.
E queste ragazze farebbero dei figli? Due hanno già prole. Akhi ha un maschio e vorrebbe un secondo figlio. Aisha ha due maschi e una femmina, tutti affidati alle cure della nonna materna: "Ma adesso basta. Non voglio più figli". Miriam, ancora senza figli, ne vorrebbe "uno un giorno, ma soltanto uno". In questa stanza, mi rendo conto di assistere a una trasformazione demografica. Ci sono tre giovani donne - provenienti da famiglie che in totale contano venti figli - che intendono avere, fra tutte, sei figli. La verità, degna di nota, è che il crollo della natalità non è un fenomeno riservato al mondo ricco e sviluppato: si sta diffondendo a tutta velocità anche nei luoghi più improbabili.
Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri sulla faccia della terra. Le ragazze di qui, fra le meno istruite del pianeta, spesso si sposano appena raggiungono l’adolescenza. Storicamente i demografi asserivano che le società, per porre un freno alle nascite, hanno prima bisogno di modernizzarsi e arricchirsi; ma un paese come il Bangladesh dimostra che questa tesi è infondata. Altrettanto vale per il concetto che le giovani debbano essere istruite e dissuase dal contrarre matrimonio anzitempo, se non intendono formare famiglie numerose. E ancora: vengono smentiti i timori malthusiani che i poveri, appena ne abbiano la minima possibilità, si riproducano in modo scriteriato; così come gli allarmismi di quei pianificatori demografici convinti che tali individui dovrebbero essere trascinati di peso in ambulatorio ed essere sterilizzati, per il loro bene. Non è così. Il Bangladesh dimostra che nessuna è essenziale. Le donne del Bangladesh stanno formando, per una propria libera scelta, famiglie di dimensioni dimezzate rispetto alle loro madri. Una volta che il trend sia cominciato, sarà molto difficile interromperlo, anche perché in presenza di un numero sempre minore di potenziali madri, le società potrebbero perdere l’abitudine stessa a fare figli. I bambini saranno una specie sempre più rara, esotica e curiosa. Il fenomeno è già in corso. Soltanto pochi anni fa, chi fosse entrato in un bar italiano si sarebbe trovato in mezzo a bambini chiassosi; mentre oggi incontrerebhe solo adulti che bevono un caffè, tra i quali molti uomini e donne in giovane età, che un tempo sarebbero stati attorniati da figli.
Uno degli effetti più controversi del terremoto demografico è l’aumentato flusso di immigrati. Esso è dovuto in parte agli indecenti differenziali di reddito nel mondo, ma soprattutto alle differenze record negli attuali tassi di fecondità. Quando ci sono paesi con oltre 6 figli per donna e altri con poco più di 1, l’import-export di esseri umani rappresenta una logica valvola di sicurezza per entrambi. L’Europa e l’Estremo Oriente hanno già bisogno di mani straniere per mantenere in funzione la loro società e la loro economia. Dovrebbero smettere di fingere che non sia vero. Questo spostamento di popolazione mi sembra un fattore positivo. I migranti rappresentano un importante vettore di ridistribuzione delle ricchezze nel mondo. Inizialmente la maggioranza degli immigrati si adatta a fare lavori pagati una miseria, come girare gli hamburger, cambiare le lenzuola, badare a vecchi, bambini e malati, raccogliere frutta e verdura, pulire bagni e treni. Ma sempre più spesso avranno la possibilità di avvicinarsi a professioni specialistiche, diventando medici, ingegneri, avvocati e funzionari pubblici. L’emigrazione è spesso considerata come un sintomo di disordine e ingiustizia nel mondo - e spesso lo è davvero. Tuttavia, così come gli emigranti partiti dall’Europa nei secoli scorsi finirono con fare dell’America un “Nuovo Mondo”, i flussi mìgratori del XXI secolo potrebbero rivelarsi cruciali ai fini di una benefica ricostituzione del pianeta: se gli Usa hanno costruito il loro successo di nazione sull’immigrazione, perché questo non potrebbe succedere altrove? Più avanti nel corso del secolo, quando il sisma si sarà arrestato, e le placche demografiche assestate, il mondo sarà un luogo molto diverso. Forse avremo un pianeta devastato, se nel frattempo non avremo intrapreso un’azione risoluta per conservare le nostre risorse naturali e mantenere il clima stabile. La peggiore prospettiva sarebbe quella di oltrepassare il punto di non ritorno nel cambiamento climatico - superato il quale non c’è guarigione. Ma l’ottimista che è in me sostiene che ci renderemo conto per tempo dell’entità della crisi e coglieremo l’attimo per imbrigliare il consumismo e riprogettare le società industriali in modo da scongiurare i rischi ambientali più gravi. Stiamo uscendo dalla più massiccia espansione demografica della storia umana. Il terremoto demografico ci ha già profondamente trasformati, e le scosse di assestamento ci modificheranno in misura anche maggiore. La rivoluzione riproduttiva ha liberato energie poderose che attengono all’economia, alla mobilità sociale, alla emancipazione - per le donne, soprattutto. Molto prima della fine di questo XXI secolo, l’homo sapiens del XX, giovane scimmia nuda, rozza e impetuosa, in preda agli ormoni, sarà diventato più vecchio e probabilmente più conservatore, meno innovativo e perfino più noioso. Ma questo non è un male. Abbiamo bisogno di tirare il fiato. L’idea di una società stabile e saggia che sostituisca l’irrequietezza adolescenziale con la pacatezza della mezza età è piuttosto invitante. Il nostro mondo sarà più densamente popolato, è vero, ma anche meno frenetico e, si spera, più umano; un mondo più gentile, saggio e verde. Difficilmente coinciderà con le utopie di William Godwin, antico avversario di Malthus che immaginava un popolo dì uomini e non di bambini. "Non ci saranno più guerre, né crimini, nè governo. Ognuno cercherà il bene di tutti". Però possiamo fare nostro il suo auspicio - magari senza "preferire i piaceri dell’intelletto a quelli dei sensi".
La nostra specie ha già assistito a tre grandi esplosioni demografiche nel corso della storia. Ognuna è stata accompagnata da un’innovazione tecnologica che ha permesso al nostro pianeta di sostenere un maggior numero di persone. Dapprima giunse la costruzione di utensili, poi l’agricoltura e in tempi più recenti l’industrializzazione. Queste scoperte ci hanno portato dai 10 milioni di persone di 10 mila anni fa fino ai quasi 7 miliardi attuali. Ma in mezzo vi sono stati lunghi periodi di relativa stabilità demografica. Oggi, sembra che stiamo ritornand una maggior stabilità. Ma ci siamo sformati in modo permanente. Non cambiata solo la nostra tecnologia, ma che la nostra demografia.
In passato, tutte queste fasi di stabilità comportavano tassi elevati di mortalità e natalità, e il predominio maschile. Oggi abbiamo la possibilità di un futuro a bassa natalità e a bassa mortalità, e della fine del patriarcato. Si apprestano a ritornare in scena gli “anziani della tribù”. E questa volta non saranno solo riveriti, ma costituiranno il gruppo più consistente della società. Un gruppo a predominanza femminile, è facile prevedere. Sarà un mondo molto diverso: in senso demografico, e probabilmente in quasi tutti i sensi. Man mano che invecchio, sento che potrebbe essere un mondo di gran lunga migliore. Ma se in salute o in malattia, questo lo rivelerà il prossimo secolo. Indietro non si torna.
Di Fred Pearce - Pearson Italia, Milano - Torino - Dal libro "Il pianeta del futuro".

Critico alcune cose dell'ottimismo di Pearce:

1) Tutte le volte che c'è stato un impoverimento delle società i figli sono aumentati e non diminuiti;
2) Non si intravede quale nuova tecnologia potrà sfamare altre persone;
3) Il petrolio sta finendo e non tutti sanno che il petrolio serve anche per produrre cibo e senza di esso da subito ci sarebbero 3-4 miliardi di persone senza cibo;
4) Quando gli Europei hanno colonizzato il Nord America c'erano solo un milione di pellirosse, invece l'arrivo di queste persone nei paesi occidentali ci trova già sovrappopolati (per esempio in Italia si starebbe bene in 40 milioni di persone);
5) Già dal 1988 circa, consumiamo risorse non rinnovabili del pianeta Terra;
6) Non ci sono prove di un plateau sulla curva dell'aumento demografico;

 

L'unica cosa che condivido è il fatto che la migrazione contribuisce a ridistribuire la ricchezza del mondo.

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La licenza sottostante è valida solo per le domande scritte da Fabio Marinelli, l'articolo lo ha scritto Fred Pearce:

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Laureato a Bologna. Mi affascina occuparmi come hobby della sociologia e filosofia, tenendo ben presenti i problemi della natura, che soffre oltremodo per la presenza asfissiante dell'uomo. Il mio ideale è trovare una forma di convivenza degli uomini che: 1) abolisca le guerre; 2) promuova uno sviluppo sostenibile; 3) trovi un equilibrio permanente con la natura del pianeta Terra; 4) ridistribuisca le risorse tra tutti gli abitanti del pianeta; 5) aumenti le risorse relative su scala mondiale, mediante diminuzione della popolazione con un rientro morbido sotto i 4 miliardi, prima della fine del petrolio. "Imagine there's no countries It isn't hard to do, Nothing to kill or die for And no religion too. Imagine all the people Living life in peace... You may say I'm a dreamer But I'm not the only one. I hope someday you'll join us And the world will be as one. Imagine no possessions, I wonder if you can, No need for greed or hunger A brotherhood of man. Imagine all the people Sharing all the world..." Imagine di John Lennon
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