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Proverbi e aforismi degli indiani d'America.
post pubblicato in diario, il 5 aprile 2010


"Un uomo Sacro ama il silenzio, ci si avvolge come in una coperta: un silenzio che parla, con una voce forte come il tuono, che gli insegna tante cose. Uno sciamano desidera essere in un luogo dove si senta solo il ronzio degli insetti. Se ne sta seduto, con il viso rivolto a ovest, e chiede aiuto. Parla con le piante, ed esse rispondono. Ascolta con attenzione le voci degli animali. Diventa uno di loro. Da ogni creatura affluisce qualcosa dentro di lui. Anche lui emana qualcosa: come e che cosa io non lo so, ma è così. Io l'ho vissuto. Uno sciamano deve appartenere alla terra: deve leggere la natura come un uomo bianco sa leggere un libro” . (Cervo Zoppo - Sioux) 

 

 
"Non ci interessa la ricchezza, essa non è utile e non la si può portare con sè da morti. Vogliamo allevare i nostri figli.  Della ricchezza che voi inseguite, non sappiamo che farcene; vogliamo solamente amore e pace".
(Nuvola Rossa)

“Non è come nasci, ma come muori, che rivela a quale popolo appartieni”.
(
Alce Nera

“Non perseguitare mai un tuo simile, per la sua religione. Rispetta invece ciò in cui egli crede se vuoi che lui, in cambio, rispetti te”.
(
Tecumseh "Stella Cadente")

“Non ereditiamo il mondo dai nostri padri, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli”.

“Dio dorme nella pietra, sogna nel fiore, si desta nell'animale, e sa di essere desto nell'uomo”.

“Quando avrete abbattuto l'ultimo albero, quando avrete pescato l'ultimo pesce, quando avrete inquinato l'ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”.
(
Attribuita a Toro Seduto)
 
“Tutti gli uomini sono stati creati dallo stesso Grande Spirito. Essi sono tutti fratelli”. 
(Capo Giuseppe)
 
“Attento mentre parli. Con le tue parole tu crei un mondo intorno a te” .
(Navajo)

“Gli anziani e i bambini stanno bene insieme e si capiscono perché i bambini sono appena arrivati da Manitù e gli anziani ci stanno per andare”
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Altri aforismi & articoli:

  1. http://www.bairo.info/indiani.html
  2. http://xoomer.virgilio.it/monicadituttounpo/Gocce%20di%20saggezza.htm
  3. http://www.bibliomanie.it/religione_culto_morti_indiani_correzzola.htm

Il terzo link sovrastante è uno strepitoso articolo sulle religioni dei popoli indiani più famosi. 

Sfatiamo alcune banalità storiche sugli indiani d'America:
1) in realtà Cristoforo Colombo li ha chiamati indiani perchè pensava di essere arrivato in Asia: ma dato che essi sono migrati dall'Asia in America attraverso lo stretto di Bering, in realtà sono recenti discendenti degli asiatici: va anche considerato che l'Alaska in alcuni periodi dell'anno è unita al Kamchatka dai ghiacci e quindi si può andare "comodamente" a piedi dall'Asia all'America: quindi in realtà l'America non c'era bisogno di scoprirla, gli asiatici sapevano da sempre della sua esistenza;

2)Tutti pensano che gli indiani si stiano estinguendo: prima dell'arrivo degli europei erano circa un milione, adesso sono un milione e mezzo;

3)Gli indiani del Nord America, prima dell'introduzione delle categorie cognitive cristiano/occidentali dell'individualità e provvisorietà in gran parte assenti prima di Colombo, erano e sono in gran parte panenteistici, avendo una concezione di Dio come entità contemporaneamente immanente nella creazione e trascendente da essa. Una eccezione è rappresentata dai Cherokee che erano monoteisti. La maggior parte dei popoli del Sud America erano in prevalenza panenteisti, come lo erano le culture dell'antico Sud Est Asiatico. Nel centroamerica la civiltà dei Maya, degli Aztechi come pure gli Inca (Tahuatinsuyu) del sudamerica erano di fatto politeisti e veneravano per la maggior parte deità maschili.
Il panenteismo (dal greco pan = "tutto", en = "in", teos = "Dio") è la posizione teologica che sostiene che Dio sia immanente nell'universo, ma che allo stesso tempo lo trascenda. Si distingue dal panteismo, che sostiene che Dio coincida con l'universo materiale. Nel panenteismo Dio è visto come il creatore e/o la forza animatrice dell'universo, che pervade il cosmo e di cui tutte le cose sono costituite.

4) Prima del 1500 gli indiani erano senza cavallo. Quando si parla dei pellirosse, viene subito in mente l’immagine degli indiani a cavallo che corrono veloci nella prateria all’inseguimento dei bisonti.Questa immagine però non è del tutto esatta; la storia dei pellirosse comincia infatti non nelle praterie ma nelle regioni collinose ricche di foreste situate ai margini della prateria. La maggior parte delle tribù pellirosse giunsero a stabilirsi nelle pianure all’incirca nello stesso tempo in cui vi mettevano piede i “visi pallidi “. La conquista delle grandi pianure fu possibile solo quando gli “ Indiani ebbero a disposizione il cavallo che permise loro di condurre una vita nomade. Prima che gli Europei introducessero il cavallo in America (NEL 1500), quasi tutte le tribù pellirosse avevano un modo di vita completamene diverso.



Fabio Marinelli - 2009

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 I casinò dei nativi americani salvano dal "casino" la natura violentata dai visi pallidi! 

 Repubblica agosto 2010

Da National Geographic Italia, agosto 2010

Terra Madre

Una svolta importante nelle riserve degli indiani d'America: le tribù cui quei territori furono sottratti vi tornano per prendersi cura dell'ambiente in modo esemplare

 

di Charles Bowden   fotografie di Jack Dykinga

C'è qualcosa di nuovo, anzi d'antico oggi nell'area che separa la città in cui nacque la bomba atomica e la valle del Rio Grande, che adesso pullula di casinò gestiti dai nativi americani. 

Qui nel Santa Clara Canyon, in New Mexico, una tribù indiana è impegnata nel recupero del territorio dei suoi avi. Sul promontorio vulcanico che si erge a circa 60 metri d'altezza sul Santa Clara Creek si trova l'insediamento di Puye Cliff. Costruzioni di pietra con centinaia di stanze e almeno altre 700 case scavate nel morbido tufo delle colline sottostanti, disabitate da cinque secoli. 

Sorto probabilmente in un'epoca molto piovosa, il villaggio è stato abbandonato intorno al 1580 a causa della siccità. I discendenti degli antichi abitanti oggi vivono nel Santa Clara Pueblo, una riserva indiana che si trova circa 13 chilometri a valle del Rio Grande. Dopo decenni di incuria, la tribù vuole riportare l'intero bacino del Santa Clara Creek al suo stato naturale. Se il progetto andrà a buon fine migliaia di ettari saranno di nuovo coperti di vegetazione autoctona e popolati da castori e trote. 

Gli indiani di Santa Clara Pueblo sono una delle tribù degli Stati Uniti (l'Ufficio degli affari indiani ne riconosce 564) che in numero sempre maggiore si stanno impegnando per recuperare le terre distrutte da secoli di sfruttamento. 

 

 

 

Le riserve indiane coprono poco più di 22 milioni di ettari (contro i 34 milioni controllati dal National Park Service) anche se la maggior parte di questi terreni non è gestita come area naturale protetta. 

Oggi qualcosa sta cambiando. Le tribù a cui quelle terre furono sottratte, le tribù che furono dominate, spesso brutalmente, dal governo degli Stati Uniti, adesso sono impegnate in diversi progetti di recupero e gestione responsabile dell'ambiente. Nel 1979 le tribù confederate dei Salish e dei Kootenai del Montana sono state le prime a dichiarare area naturale i 37 mila ettari di prati e montagne della Flathead Reservation. Dopo di loro i Nez Perce hanno acquistato 6.590 di ettari dei loro avi nell'Oregon nordorientale, che gestiranno per far prosperare la flora e la fauna selvatica. Gli Assiniboine e i Sioux del Montana nordorientale stanno lavorando per reintrodurre i bisonti nella Fort Peck Reservation. Gli Ojibwa (o Chippewa) del Minnesota hanno ripopolato il Red Lake di sandra americana, un perciforme. La trota apache ha trovato un nuovo habitat nella Fort Apache Reservation dell'Arizona, dove ora si cerca di preservare, piuttosto che sfruttare, la foresta. 

Il programma di tutela ambientale degli indiani di Santa Clara Pueblo è nato quasi per caso. Una sera del maggio del 2000, quello che doveva essere un incendio controllato per eliminare il sottobosco del vicino Bandelier National Monument si è trasformato nell'incendio del Cerro Grande, che ha danneggiato 235 edifici delle città di Los Alamos e White Rock e divorato 19 mila ettari di terreno, inclusa la parte superiore del Santa Clara Canyon. Le fiamme hanno raggiunto persino il Los Alamos National Laboratory, ma dai suoi impianti nucleari non si sono registrate perdite radioattive. Quando l'emergenza è finita gli indiani di Santa Clara Pueblo hanno chiuso l'accesso al canyon, da tempo attrazione turistica della zona, e hanno annunciato che ne avrebbero assunto la gestione al posto dell'Ufficio degli affari indiani. 

Oggi il cielo è azzurro e l'aria è impregnata del profumo di pini e ginepri. Dalla valle al canyon è tutto un susseguirsi di alberi che tracciano un sentiero in direzione della Valles Caldera National Preserve. La tribù ha liberato 263 ettari lungo il Rio Grande dalla presenza di piante alloctone invasive come le tamerici, gli olmi siberiani e gli olivi di Boemia e ha ripristinato 30 ettari di paludi. Nell'area sopra il canyon devastata dall'incendio sono stati piantati 1,7 milioni di alberelli, tra cui pini gialli (Pinus ponderosa), abeti di Douglas (Pseudotsuga menziesii), abeti del Colorado (Picea pungens), pecci di Engelmann (Picea engelmannii) e abeti bianchi (Abies alba). 

Nella zona in cui il Turkey Creek si congiunge al corso d'acqua principale si vedono i segni del passaggio dei cervi - la corteccia rosicchiata dei pioppi abbattuti dal vento, gli escrementi sulla neve - e le vecchie dighe dei castori che si sgretolano sotto la nuova vegetazione. L'ultimo castoro ha abbandonato il canyon 15 anni fa. Adesso la tribù spera che la ricrescita delle piante lungo il torrente possa spingere i castori a tornare, ripristinando il ciclo naturale di dighe, laghetti e, grazie al limo che arricchisce i terreni rinnovati, distese erbose, scandito da un ritmo antico come le montagne. "Stiamo cercando di riappropriarci delle nostre risorse naturali", afferma con semplicità Stanley Tafoya, uno dei responsabili del progetto. "Gli anziani vogliono che i loro nipoti si godano il canyon com'era un tempo".

Ciò detto, non si tratta di ricostruire un paradiso.
 Il paesaggio che gli invasori europei si trovarono davanti al loro arrivo nell'America del Nord era tutt'altro che incontaminato. Alla fine dell'era glaciale i primi uomini cacciatori potrebbero aver contribuito all'estinzione dei mammut e di altre specie di megafauna. Per millenni poi i nativi americani hanno sfruttato la natura costruendo dighe, canali e campi. Tagliavano alberi e bruciavano foreste per facilitare attività come l'agricoltura e la caccia. In epoca moderna, alcune aree abitate dalle tribù sono state invase da rottami e rifiuti, al punto che alcuni nativi americani hanno aperto discariche di rifiuti solidi. Nel Santa Clara Canyon, la scomparsa del castoro è stata quasi certamente accelerata dal comportamento degli indiani. Ancora oggi molte terre sono riservate al pascolo. 

Tuttavia, nella speranza di ripristinare la vegetazione lungo il corso d'acqua e far tornare i castori, la tribù ha iniziato a proteggere le paludi con staccionate per tenere lontano il bestiame e ha adottato un piano di gestione dei pascoli. 
I progetti di tutela ambientale sono spesso finanziati con il denaro proveniente dal gioco d'azzardo e da altre imprese. I Pueblo di Santa Clara, per esempio, possiedono e gestiscono un hotel-casinò, il Black Mesa Golf Club e il Dreamcatcher Cinema nella vicina Española. Ovviamente ci sono anche indiani che, come molti americani delle aree non urbane, non si preoccupano dell'ambiente e vanno in giro con giganteschi Suv. Ma molti nativi americani credono fermamente nella possibilità di ricreare i territori in cui i loro antenati sapevano come parlare con gli dei. 

Su un tratto di costa oltre 320 chilometri a nord di San Francisco, solo il 2 per cento delle antiche sequoie è sopravvissuto al forsennato disboscamento di alcuni decenni fa. Gli alberi sono stati più fortunati della popolazione indigena, che fu perseguitata e sterminata durante la corsa all'oro di metà Ottocento. La terra andò alle aziende produttrici di legname. Oggi le tribù che hanno formato un consorzio per proteggere la regione stanno unendo le forze nella gestione e nel recupero di 1.578 ettari del Sinkyone Wilderness State Park lungo la Lost Coast, nel Nord della California. A Sinkyone il consorzio ha stabilito un interessante precedente, creando una riserva naturale controllata da più tribù dove gli alberi non saranno mai più abbattuti a fini commerciali. Per molto tempo la Lost Coast è rimasta inaccessibile agli europei. I primi spagnoli non riuscivano a trovare un punto buono per attraccare e venivano ricacciati indietro dalle tempeste. Le valli erano punteggiate di villaggi di indiani Sinkyone, che costruivano canoe con il legno di sequoia, decorandole con motivi a forma di polmoni e cuori, e cavalcavano le onde a caccia di otarie e altri animali. Consideravano quegli alberi giganteschi come parte integrante della loro comunità e credevano che i condor fossero messaggeri del cielo; ogni anno celebravano una serie di cerimonie per "riparare il mondo". Secondo una leggenda, il creatore fece il mondo e mise tutto in ordine ma "gli uomini cattivi non si accontentarono e lo distrussero, squarciarono le rive del mare, strapparono gli alberi e distrussero le montagne. Da allora siamo obbligati a cantare e danzare ogni anno per rimettere tutto a posto". 

Sally Bell aveva dieci anni la mattina di 150 anni fa in cui gli uomini bianchi entrarono nella sua casa vicino al Needle Rock. Uccisero la sua famiglia, strapparono il cuore della sua sorellina e lo gettarono nella boscaglia dove Sally si era nascosta. "Non sapevo cosa fare. Ero così spaventata che credo di essere rimasta nascosta per molto tempo con il cuore di mia sorella fra le mani". Quando la sua testimonianza fu finalmente raccolta da un antropologo alla fine degli anni Venti, lo studioso la descrisse così: "Cieca, vecchia, vede gli spiriti nelle travi del tetto".

Il nome di Sally Bell è diventato il grido di battaglia degli attivisti che negli anni Ottanta si sono opposti al progetto dell'azienda di legname Georgia-Pacific, che voleva abbattere alcune delle ultime sequoie sopravvissute nel boschetto di 36 ettari dedicato alla sua memoria. Gli ambientalisti si sono incatenati agli alberi, il progetto è stato bloccato e da allora qualcosa è cambiato per la Lost Coast. Nel 1985 una sentenza del tribunale ha messo fine al disboscamento di un'area di 2.875 ettari, metà della quale è stata poi annessa al Sinkyone Wilderness State Park. Nativi americani, imprese di legname e ambientalisti si sono poi confrontati per elaborare un piano d'azione per l'altra metà dell'area. Secondo un primo accordo, alcune aree dovevano diventare riserve naturali, ma il resto sarebbe stato disboscato dopo alcuni decenni. Le tribù si sono battute affinché il progetto fosse cambiato. 

Priscilla Hunter, una delle fondatrici dell'InterTribal Sinkyone Wilderness Council, si è opposta, insistendo sul fatto che la terra non dovesse essere più sfruttata; la sua presa di posizione ha quasi mandato a monte l'accordo. Dopo anni di riunioni e grazie a una buona dose di tenacia, il comitato è diventato la forza principale del movimento composto da parchi nazionali e associazioni non profit che vogliono salvare le aree boschive per ricostruire le antiche foreste. 

Nel 1997, a distanza di oltre un secolo dall'espropriazione, il comitato ha acquistato 1.578 ettari di terra appartenuta ai Sinkyone e li ha trasformati nella prima riserva naturale intertribale degli Stati Uniti. "Era tempo che la terra tornasse alla nostra gente", ha dichiarato la Hunter. "La costa e le foreste di sequoie sono luoghi sacri per le tribù, che lì trovavano cibo e medicine. Le montagne erano il teatro di cerimonie durante le quali il nostro popolo riusciva a sentire il potere della madre terra. Per noi le sequoie hanno un grande valore spirituale". 

Inoltre, il comitato sta collaborando con i parchi nazionali californiani per il recupero del Fiume Wolf Creek, che scorre nella vicina Wheeler, una cittadina abbandonata che viveva delle attività legate al taglio e al trasporto del legno, nella speranza che i salmoni tornino a risalirne il corso. Per far ciò sono state eliminate le strade adibite al trasporto del legno; le ferite inferte a quella terra si stanno rimarginando. Su un basso crinale i rami delle sequoie, modellati dai venti di mare, si intrecciano e fremono: questo strano coro di alberi intona canzoni che gli uomini di oggi stanno lentamente imparando ad ascoltare. 

in una zona diversa del paese, nel Sud della Florida, un'altra tribù che in passato ha rischiato lo sterminio ha avviato un progetto simile. Durante il secolo scorso quasi metà della Big Cypress Swamp e delle vicine Everglades è stata distrutta per far spazio a città e fattorie, e ciò che rimane è minacciato da alberi invasivi come l'australiana melaleuca e il pepe rosa, o falso pepe peruviano. Un programma federale e statale diventato legge nel 2000 prometteva sforzi ingenti per salvare i terreni paludosi, mediante il recupero di svariati corsi d'acqua, ma fino a qualche tempo fa è rimasto lettera morta a causa della mancanza di fondi. Gli indiani Seminole hanno quindi lanciato un'iniziativa a favore delle Everglades, decidendo di prendere circa 850 ettari della Big Cypress Reservation, eliminare sistematicamente la vegetazione alloctona, riportare le acque al livello del passato e ricreare almeno in parte l'habitat selvatico originale. Per i membri della tribù, la Big Cypress Swamp e le Everglades rappresentano i preziosi resti di quella terra che una volta li salvò dal genocidio. 

Quando gli spagnoli sbarcarono per la prima volta in Florida durante la spedizione di Juan Ponce de León nel 1513, la regione era abitata da 250 mila indigeni. Gli spagnoli li chiamavano cimarrones, selvaggi. Nel Settecento la tribù, nota ormai con il nome di Seminole, era una spina nel fianco della potenza americana. Nel 1819 gli Stati Uniti acquistarono la Florida dalla Spagna per cinque milioni di dollari, ma poi ne spesero più di 30 milioni nelle guerre contro i Seminole. Alla fine del conflitto, circa 4.000 nativi erano stati esiliati in quello che oggi è l'Oklahoma, ma 300 di loro rimasero nascosti nella palude. 

Per gran parte del Novecento i loro discendenti si sono guadagnati da vivere inscenando spettacoli per i turisti intorno a Miami o nelle Everglades, lottando con gli alligatori, eseguendo le danze tradizionali e fabbricando collanine. 
La situazione è cambiata radicalmente nel 1988 con la legge che ha autorizzato l'apertura dei casinò indiani. Oggi ogni uomo, donna e bambino della tribù di 3.500 membri guadagna una percentuale dei profitti derivanti dal gioco d'azzardo. Nel dicembre del 2006 la tribù ha siglato un accordo da 965 milioni di dollari per l'acquisto di quasi tutti gli Hard Rock Cafe e i casinò del mondo. Grazie a questa prosperità, i Seminole possono salvare un'area della Big Cypress che non si è mai sviluppata perché era inadatta all'agricoltura; il resto della riserva è occupato da agrumeti, allevamenti di bestiame e campi coltivati. "Potremo riportare qui molti animali e restituire al paesaggio l'aspetto che aveva un tempo", dice Brian Zepeda, direttore del Florida Seminole Tourism. "Una volta i cipressi calvi erano così grandi e folti da formare una fortezza naturale". 

Zepeda ci guida attraverso la palude, aprendo la strada nella folta vegetazione con un machete. Siamo all'inizio della stagione secca e la terra sotto i nostri piedi dà l'impressione di essere solida, anche se tende a deformarsi nei punti più bassi e umidi. Nella Big Cypress Reservation i cervi passano veloci al margine del bosco e le ultime pantere della Florida - forse 20 su una possibile popolazione di 100 esemplari in tutto lo stato - tengono duro. Resistono anche gli aranci amari selvatici introdotti dagli spagnoli. I Seminole ne bruciano il legno per il profumo dolce. Nell'area della riserva interessata dal progetto di recupero c'è un punto sopraelevato rispetto alla palude: un vecchio insediamento in cui si nascosero gli indiani alla fine dell'ultima guerra seminole. Zepeda ci racconta che in passato lottava con gli alligatori. "Ma adesso sono vecchio e gli alligatori rimangono giovani", spiega. 

E questa in fondo è la storia della Big Cypress e delle Everglades: la nazione invecchia e la terra che adesso rifiorisce intorno al villaggio abbandonato ricorda un mondo più giovane e fresco. Il progetto riguarda poco più di 800 ettari, un'inezia rispetto agli oltre 1,6 milioni di ettari di tutte le Everglades. Si tratta dunque di uno sforzo irrisorio? Non per gli alligatori o i cipressi. Un alligatore balza fuori dall'acqua e cattura un pesce. Il canale, parte dell'enorme sistema di drenaggio dell'acqua che ha distrutto quasi tutte le Everglades, è poco più grande di un fossato. Eppure l'alligatore vive lì, e continua a disegnare fantastici archi nella luce, esempio di vita selvatica e vibrante in un mondo dominato dal cemento, dai palazzi e dalle autostrade.

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Laureato a Bologna. Mi affascina occuparmi come hobby della sociologia e filosofia, tenendo ben presenti i problemi della natura, che soffre oltremodo per la presenza asfissiante dell'uomo. Il mio ideale è trovare una forma di convivenza degli uomini che: 1) abolisca le guerre; 2) promuova uno sviluppo sostenibile; 3) trovi un equilibrio permanente con la natura del pianeta Terra; 4) ridistribuisca le risorse tra tutti gli abitanti del pianeta; 5) aumenti le risorse relative su scala mondiale, mediante diminuzione della popolazione con un rientro morbido sotto i 4 miliardi, prima della fine del petrolio. "Imagine there's no countries It isn't hard to do, Nothing to kill or die for And no religion too. Imagine all the people Living life in peace... You may say I'm a dreamer But I'm not the only one. I hope someday you'll join us And the world will be as one. Imagine no possessions, I wonder if you can, No need for greed or hunger A brotherhood of man. Imagine all the people Sharing all the world..." Imagine di John Lennon
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