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Il paradosso della villetta in campagna e i fatti di Rosarno.
post pubblicato in diario, il 4 aprile 2010


La nevrosi collettiva, il desiderio della fuga dalla città, il fallimento del sogno di una città e una civiltà a misura d'uomo.

Se uno pensa al novecento dopo le due guerre mondiali vede la fuga dalle campagne, l'accorrere delle masse nelle città, l'industrializzazione, la lotta per i diritti dei lavoratori e l'integrazione delle persone a vivere uno sopra l'altro in maniera disumana in appartamenti dormitorio nelle periferie.

Ebbene all'inizio del terzo millennio dopo tutte queste lotte, tutti questi sacrifici, qual è il nostro bilancio come cittadini di questo sistema-paese?

Le statistiche non sono molto amate perchè sono peggio degli aforismi dicono solo mezze verità!

Però pensiamola in modo paradossale e diciamo che in questi 60 anni l'italiano medio ha subito uno sfruttamento tale che se fosse possibile dividere tutta la ricchezza nazionale per 60 milioni di cittadini avremmo questo risultato: 
l'ISTAT & Banca d'Italia  (Stat. 2008) dicono che ogni italiano ha 137.956 euro in tasca (case, terreni e immobili compresi). 
Se togliamo i 30.000 euro pro-capite del debito pubblico rimangono circa 108.000 euro a testa.

Considerato che una famiglia media è composta da 3 persone possiamo dire che con 324.000 euro, adesso che le case costano un pò di meno ci si può comprare una piccola villettina a schiera in periferia in campagna. E questo è il sogno della maggior parte delle famiglie.


Il desiderio di ogni famiglia italiana.

Quindi il sogno della maggior parte delle persone è ritornare in campagna, da dove erano venuti i nonni o i padri dagli anni '50 in poi.

60 anni di storia, di lotte, di rivendicazioni ecc. ecc. sono serviti a capire che è impossibile trovare un sistema di convivenza civile e allo stesso tempo, rispettoso della natura e dell'essere umano.
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L'illusione si sta trasferendo nei paesi in via di sviluppo come un morbo pestilenziale: le statistiche ci dicono che il 2010 sarà il primo anno in cui nel mondo vivono più persone in città che in campagna.
 


Baraccopoli

Lo schema si ripete: far credere a quelli che stanno in campagna che sono fuori dai giochi e la loro vita è inutile. Creare delle metropoli dove i nuovi schiavi (inconsapevoli) accorrono in massa elemosinando un lavoro per un tozzo di pane. Costruire appartamenti topaie a milioni in modo disordinato intorno alle metropoli caotiche. Agitare quanto basta. Far passare 50 anni. Risultato:

1) Inquinamento pazzesco dell'area metropolitana (e del pianeta);
2) Vita di merda dei presunti cittadini;
3) Arricchimento delle multinazionali che porteranno il morbo dell'industrializzazione da qualche altra parte;
4) Desiderio di ritorno nelle campagne dei figli e dei padri sopravvissuti alla follia collettiva.

In sintesi questa è la storia dal 1950 in poi, e sembra che la follia adesso si stia ripetendo in Messico, Brasile, India e Cina.

 
 Dagli studi statistici della ricchezza mediana risulta che le 2 nazioni con la ricchezza  meglio distribuita sono il Giappone e l' Italia. Questo ha a che fare anche con la propensione al risparmio e alla cura degli anziani tipica di queste 2 nazioni che sono ancorate alla vecchie tradizioni.

 

Clikkate sul grafico di google-banca mondiale e avrete questa sorprendente classifica, che vede l'Italia vincitrice nell'efficienza dell'impiego del consumo di energia pro-capite per avere una maggiore speranza di vita.

Infatti tra i paesi con speranza di vita >81 anni è quello che consuma meno energia!

Ciò può significare che la sommatoria di tutti i parametri che danno una migliore aspettativa di vita (SSN, qualità di vita, tradizioni della dieta, cura e rispetto degli anziani ecc. ecc.) è la meno costosa nel raggiungere l'obiettivo del superamento degli 81 anni di vita (media).


Immagine dalla Repubblica del 29/01/2012

Però ultimamente con il peggiorare della crisi si è rivisto l'indice Gini:

  1. http://www.deiricchi.it/index.php?docnum=34;
  2. http://it.wikipedia.org/wiki/Coefficiente_di_Gini;
  3. http://www.equalitytrust.org.uk/ (importante sito che tiene conto di come realizzare maggiore uguaglianza sociale).

In base alle ultime statistiche (05/07/2010) la situazione è ben rappresentata da questo articolo: http://www.repubblica.it/economia/2010/07/05/news/inchiesta_redditi-5392064/?ref=HREC1-1
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Ma analizziamo in dettaglio la situazione italiana attuale:
In realtà la ricchezza non è equamente distribuita tra i cittadini e segue un andamento "pseudo-gaussiano", con una curva a campana.

 

Fig. 1: gaussiana classica
 
In realtà la curva non è una gaussiana perfetta, ma ha questa forma:


Fig. 2: distribuzione dei redditi nel 2004 sopra e 2010 sotto (da notare che sono aumentate le famiglie che dichiarano solo 12194 euro all'anno). I valori effettivi sono rappresentati dall’istogramma mentre i valori normali sono rappresentati dalla curva da: http://www.bancaditalia.it/ (survey di Roberto Fini: Dotazione individuale di capitale umano e condizione economica italiana).

Fig. 3: parte destra della curva a campana per redditi sopra i 12000 euro.

Fig. 4:Partite IVA: con il fenomeno della precarietà molti sono stati costretti ad aprire la partita IVA per lavorare, ma tra il milione di persone che dichiara meno di 4000 euro l'anno ci sarà sicuramente qualche evasore (immagine presa da Repubblica del 20/12/2011).

Fig. 5: Tasse 2011 di tutti i contribuenti - da "la Repubblica".

Dalla curva a campana della Fig. 2 (togliendo ai 2 bordi un 2% di ricchissimi e poverissimi) si interpreta che:

a) rimane ancora un 19% circa dei cittadini senza casa di proprietà, che non ha risparmi e vive in affitto;
b) il 60% circa rientra nella media e abita nella casa di proprietà;
c) esiste un 19% che possiede dal doppio della media in su, ed ha più di 1 casa).

Bisogna dire che in Italia il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza.
 
Questo link è fondamentale:
http://www.slideshare.net/guest887357/power-point-piano-casa1.

Principali Indicatori Sistema Italia:
http://fabiomarinelli.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2487153

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vicoli di Genova

Per chi ha modo di guardarsi intorno sta già accadendo (da circa 10 anni) nelle nostre città un processo di sostituzione e di riciclo: partendo dalle periferie più degradate e via via andando verso il centro, alla fuga del cittadino italiano che va ad occupare immobili di maggior prestigio (è un eufemismo, sarebbe meglio dire abitabili), corrisponde l'occupazione dell'extracomunitario che affitta case (inabitabili) che nessuno si sogna di ristrutturare tanto è basso il loro valore. 

Gradualmente si assiste ad un fenomeno di sostituzione della classe meno abbiente con degli extracomunitari, che vanno ad occupare la "nicchia ecologica" lasciata libera dagli italiani.

E' chiaro fin da subito che queste persone non avranno gli stessi diritti degli italiani: gli stipendi le rare volte che sono in regola sono più bassi, l'integrazione è impossibile e già ci sono lamentele e classi a numero chiuso alle elementari (soglia del 30% per gli extracomunitari).
Ma allora perchè queste persone vengono in Italia? Sanno già che se va bene, saranno cittadini di serie D senza possibilità di essere promossi alla serie superiore. Molti dicono: "mettiamo da parte un pò di soldi x comprare la casa nel nostro paese", ma non si rendono conto di essere sfruttati e se gli andrà bene avranno un quarto di pensione.
Incomincio a sospettare che all'origine del fenomeno dell'emigrazione ci sia un indottrinamento nei loro paesi (da parte di un'organizzazione misteriosa che definisco "Spectre dello sfruttamento"), per togliere di mezzo masse di persone scomode che potrebbero sovvertire "l'ordine costituito". Questi vengono dirottati in massa verso il sud-Europa con il sogno che si realizzi quello che vedono nelle cazzate della pubblicità. Nessuno gli spiega che in realtà sono i nuovi schiavi di una filosofia che dice: "portare il nero alla fabbrica o la fabbrica al nero". Se sono fortunati lavoreranno in nero per 20-25 euro al giorno per 10 anni prima di essere assunti in lavori degradanti.
Altri diventeranno manovalanza della tratta delle nere e del contrabbando di stupefacenti. Per loro non ci sarà nemmeno la possibilità del ritorno alla campagna.
 

 
Baracche di Rosarno

Quello che succede a Rosarno è un'anteprima di quello che vedremo sempre più spesso in futuro: masse di persone che prendono coscienza dell'essere stati ingannati e di essere schiavi.
Molti italiani dicono: "andate a fare la rivoluzione nel paese vostro!".

Però in questa frase, anche se detta in un momento di guerriglia urbana, c'è del vero: bisogna che i paesi occidentali si affranchino dal volere delle multinazionali del profitto e incomincino a fare una politica di contrasto (una contro-catechesi) alla Spectre dello sfruttamento che fa credere a queste povere persone che qui c'è il miracolo italiano. 

Il miracolo italiano non esiste: gli stessi italiani non ci credono più come ho dimostrato con le cifre all'inizio dell'articolo. Sembra che ultimamente i nord-africani abbiano seguito il consiglio: infatti l'incendio della rivoluzione tunisina si sta diffondendo agli altri paesi del Maghreb contagiando anche l'Egitto. Era ora! Speriamo però che la fine della Spectre dei dittatori nord-africani non coincida con il ritorno del fanatismo religioso.

Discussione del tema:

Fabio Marinelli
Il paradosso è che si è fatto un gran casino per cercare alla fine di ritornare da dove si è venuti, alla pari. Non più ricchi ma alla pari. Quindi l'industrializzazione e tutte le lotte di 60 anni, le ideologie ecc. ecc. : tutto è vano. 
Anzi se si considera la perdita della famiglia patriarcale, che perlomeno garantiva l'assistenza dei bambini e degli anziani, ci stiamo rimettendo alla grande. 
Il nuovo problema con il ritorno alle campagne sarà il pendolarismo per il lavoro e la mancanza cronica degli asili e delle case di riposo per gli anziani.

Anonimo
Platone, molti anni prima di Cristo, diceva: dove andremo a finire? I giovani non hanno più rispetto per gli insegnanti, vestono come gli pare e non ci si capisce più nulla, gli estracomunitari (meteco) vogliono i nostri stessi diritti... Da sempre il futuro è visto come pericoloso, ovvero ci poniamo nella storia rimpiangendo il passato, vivendo male il presente e temendo il futuro.
E' la solita storia: vedi Platone. Il progresso per fortuna è inarrestabile e la storia dell'uomo è intrisa di dolore, ma è un cammino costante verso il bene ed il meglio. Ai tempi di mio padre si lavorava una settimana intera per digiunare di domenica, si moriva di appendicite più frequentemente di oggi (malgrado gli ospedali), e le malattie infettive spadroneggiavano. Non parliamo della condizione della donna e delle condizioni igeniche in campagna e dei servi della gleba..... Per questo non sono d'accordo.

Fabio Marinelli 
In effetti nella mia nota paradossale avevo omesso il discorso sanitario che è un valore aggiunto inestimabile, non solo perchè la vita media è passata da 40 ad 80 anni, ma anche perchè sapere di poter curarsi dà un "rapporto contrattuale" con la vita statisticamente più confortevole alla persona: chi si metterebbe a studiare fino a 30 anni sapendo che a 40 si muore?
Però in questi casi mi viene in mente sempre il discorso che si fa con Mussolini: "è stato un bravo statista perchè, ha prosciugato le paludi, ha creato degli enti per l'industria e ha reso il paese più moderno". Però queste cose sono accadute in tutti gli stati d'Europa anche senza fascismo. Quindi le scoperte mediche che alla fine si riducono in: vaccinazioni, antibiotici, farmaci per la pressione e miglioramento tecnologico delle tecniche chirurgiche, ci sarebbero state lo stesso.

Anonimo2

Il vantaggio più grosso (dal punto di vista organizzativo) del "progresso" italiano è stato il farmaco anticoncezionale e la paternità responsabile: dato che si è andati ad abitare in topaie dal 1950 fino alla fine degli anni '80, e non c'era nessuno che si occupava dei bambini, i bambini non si sono fatti più. Non avere 15 figli da allevare è un grosso vantaggio organizzativo, però l'effetto benefico durerà poco perchè questa diminuzione virtuale di popolazione si sta trasformando in sostituzione da parte dei figli degli extracomunitari che invece continuano ad essere molto prolifici e portano i loro problemi (della disorganizzazione: diversa mentalità e paternità diversamente responsabile) a casa nostra.

Fabio Marinelli 

Come cristiano sensibile ai problemi umanitari mi sento anche di aiutarli, però non sono sicuro che questa volta andiamo verso un nuovo ciclo storico, ho paura che non ci sia più possibilità per fare un altro giro, la natura è satura, il pianeta ci sta dicendo: "è tempo di numero chiuso demografico!". Il mondo è a numero chiuso: http://fabiomarinelli.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2466807. Non valgono i discorsi religiosi "di mentalità egoistica nel controllo demografico", ho già dimostrato nelle note precedenti che, se si escludono eventi catastrofici (impatto di meteoriti ecc. ecc.), l'obiettivo di far vivere nel mondo (per il tempo che resta all'umanità) più persone possibili si raggiunge solo con la lotta contro l'aumento demografico! 

Sotto questa ottica persino le ragioni religiose dell'egoismo del controllo delle nascite, assumono un aspetto non realista: paradossalmente il controllo demografico nel lungo periodo può garantire la vita sul pianeta Terra al maggior numero di persone possibili. Infatti inutile arrivare a 10 miliardi di persone sulla Terra, se piano. piano il consumo irreversibile delle risorse del pianeta porterà ad una riduzione drastica se non all'estinzione dell'umanità entro 3-4 generazioni.

Si sa infatti che finora sono vissuti 60-80 miliardi di persone appartenenti alla specie homo sapiens sapiens
sul pianeta Terra nel corso degli ultimi 150.000 anni, e andando avanti così si arriverà al massimo a 100 miliardi totali per il 2100. Poi tutto finirà per il consumo irreversibile delle risorse. Invece se si incominciasse a regolare la popolazione mondiale fin da adesso, nulla impedisce che l'umanità possa esistere per un altro milione di anni.

Considerando una popolazione fissa stabile sulla Terra di 4 miliardi di persone, con generazioni di 25 anni, in un milione di anni si arriverebbe al numero di 160.000 miliardi di persone. E poi non è detto che finisca lì la storia dell'uomo!

Per tale motivo bisogna ripristinare l'equilibrio della specie umana con la natura del pianeta Terra, e per farlo si deve ritornare alla popolazione che c'era nel 1988.

Chi vuole aggiungere altri commenti?

 Vedere link a tema:

  http://aspoitalia.blogspot.com/2010/01/quello-che-ho-dimenticato-di-dire-al.html

Fabio Marinelli - 2010

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Blook: The future of Homo Sapiens (Sapiens?) by Fabio Marinelli - Italia - MRNFBA6.. is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at fabiomarinelli.ilcannocchiale.it.
Permissions beyond the scope of this license may be available at f.marinelli@alice.it

Esperti sulla diseguaglianza (da "la Repubblica del 29/01/12):


Per gli articoli sottostanti citare i rispettivi autori.

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Riace, un’altra Calabria. Non lontano da Rosarno un esempio riuscito di integrazione.

Di Chiara Paganuzzi
Mentre in Italia imperversano respingimenti e politiche xenofobe, segnali di resistenza politica e morale giungono dal nostro sud. Riace e dintorni. Terra della Locride. Una regione che nell’immaginario collettivo rimanda alla violenza della ‘ndrangheta, alla gestione collusa delle amministrazioni, ai boss della politica. Eppure non è di questa Locride che ci racconta Issa, afghano, sbarcato otto anni fa sulle coste reggine dello Ionio: “A Riace son tornato a vivere, ho trovato una casa e imparato un lavoro”. Sfinito dalle sofferenze del viaggio e dalla vita clandestina, Issa approda a Riace e trova una realtà che, oggi, ha quasi dell’incredibile. In questo borgo dalle antiche origini magno greche, gli immigrati e i richiedenti asilo non sono respinti né emarginati, ma vengono accolti e integrati nella realtà della vita locale.

Un’utopia? Nient’affatto. Tutto ha inizio nel 1998 quando a Riace, sulle stesse spiagge che restituirono i bronzi, sbarcano 300 profughi curdi. Nasce un’accoglienza spontanea. Un gruppo di giovani del luogo si dà da fare per alloggiare i profughi nelle case abbandonate degli emigrati. Di lì a poco viene fondata l’associazione “Città Futura  – Giuseppe Puglisi”  per dar seguito a un’esperienza che, quasi per caso, ha rivitalizzato una comunità intera. “Il senso dell’ospitalità è di casa qui a Riace, ha sempre occupato un posto prioritario tra i valori dell’antica comunità rurale calabrese” – ci spiega Cosimo Damiano, presidente dell’associazione. Oggi l’accoglienza di chi scappa dalla fame, dalle persecuzioni e dalle carestie è al centro del progetto di Città Futura e non ultimo dell’amministrazione comunale il cui sindaco, Domenico Lucano, è tra i fondatori.

Il segreto del successo? L’accoglienza dello straniero come motore di sviluppo locale, il recupero degli antichi mestieri artigianali e, non ultimo, virtuose iniziative eco-sostenibili che hanno meritato a Riace l’appellativo di eco-villaggio. Gli sbarchi sulle coste ioniche calabresi sembrano aver sottratto Riace all’inesorabile destino di spopolamento e di abbandono. Oggi il borgo pullula di botteghe artigiane in cui gli immigrati e i giovani del posto lavorano insieme il vetro, la stoffa, la ceramica e la ginestra. Grazie ai contributi della regione vengono finanziate delle “borse – lavoro” destinate sia ai tirocini formativi dei migranti sia alla retribuzione dei giovani artigiani. Le tradizioni di Riace, come l’antichissima lavorazione della Ginestra, si fondono con le tradizioni della cultura araba, eritrea, etiope, somala, curda, irakena, afghana. I manufatti che prendono vita nei laboratori del borgo intrecciano storie di culture lontane e, talvolta, anche di popoli in guerra.

Un’amministrazione determinata, trasforma Riace in un centro di seconda accoglienza riconosciuto e sostenuto dallo SPRAR (Sistema di Protezione e Richiedenti Asilo ). “A Riace – racconta Pina, anima e fondatrice del progetto – un intero paese si è costituito in comunità d’accoglienza. Non vi è spazio per le logiche repressive dei Centri d’Identificazione ed Espulsione  o per l’assistenzialismo di alcune realtà che conosciamo bene. Lo straniero che costa ai centri d’identificazione circa 60 euro al giorno, qui ne costa 20 e lavora, aiutando la nostra economia”.  Grazie a un prestito di Banca Etica, vengono ristrutturate altre case del centro storico in cui sono alloggiati turisti desiderosi di intraprendere una vacanza eco-solidale, curiosi, ricercatori, fotografi e giornalisti da tutta Europa. Viene aperto un ristorante, “Donna Rosa”, che offre prodotti e piatti tipici della tradizione locale. E’ promossa la raccolta differenziata con gli asini che – nonostante i temporanei impedimenti burocratici, sarà riavviata simbolicamente, a breve, con l’aiuto di un ragazzo immigrato e di un giovane del posto. Ma gli abitanti del borgo sembrano essere grati ai migranti anche per un’altra ragione. “Da quando sono arrivati i rifugiati con i loro bambini, la scuola elementare ha riaperto!” Ci racconta Cosimina con entusiamo, che si occupa dell’alfabetizzazione dei migranti e della scuola estiva dei loro figli – “Oggi su 23 iscritti, 11 sono figli di stranieri !”.

Tutto facile? No. Le difficoltà non sono mancate. A cominciare dalle intimidazioni mafiose: gli spari contro il ristorante Donna Rosa e l’avvelenamento dei cani del sindaco, poco prima delle elezioni del maggio 2009. Obiettivo: fermare la rielezione di Domenico Lucano e della sua coraggiosa lista “L’altra Riace: alla luce del Sole”. Già, perché la lotta alla speculazione edilizia e all’illegalità sono stati protagonisti della prima amministrazione Lucano. Ma il buon governo trionfa, anche se di soli 41 voti, e il visionario sindaco, conosciuto come “Mimmo dei Curdi” viene rieletto per un secondo mandato.


Il caso Riace è contagioso. Nel giro di pochi anni coinvolge numerosi comuni limitrofi, tra cui Stignano e Caulonia. E non finisce qua. La regione Calabria approva nel giugno del 2009 una legge sul diritto d’asilo che propone la trasferibilità del modello d’accoglienza della Locride. La legge porta il nome “Modello Riace”. Utilizzando finanziamenti europei, fornisce incentivi a quei progetti che includono i rifugiati, sviluppano l’edilizia popolare e ristrutturano i borghi. Chissà che questa contagiosa avventura di Riace possa contaminare, prima o poi, una politica sorda e avversa al rispetto della dignità umana.

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Nuovo articolo completo pertinente in lingua inglese:

L'immigrazione e la giustizia viste in maniera globale.

Dalla rivista di etica dell'Università di Trieste: http://www2.units.it/etica/

Per chi vuole il file pdf di questo articolo: http://www2.units.it/etica/2010_1/BROCK.pdf

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 Etica & Politica / Ethics & Politics, XII, 2010, 1, pp. 362-376

 

Immigration   and   Global  Justice:   What   kinds   of   policies should a Cosmopolitan support?

 

Gillian Brock

University of Auckland

Department of Philosophy

g.brock@auckland.ac.nz

 

ABSTRACT (traduzione inglese-italiano di Fabio Marinelli).

Che tipo di ruolo, possono svolgere le politiche di immigrazione a livello di giustizia mondiale? In questa prospettiva, l'eliminazione (o riduzione) delle limitazioni in materia di immigrazione, sembrerebbe costituire un grande progresso nella realizzazione della meta desiderata. Dopo tutto, le persone vogliono poter emigrare, soprattutto se percepiscono che le loro aspettative di una vita migliore abbiano più probabilità di realizzarsi altrove.  Non sarebbe considerato un progresso, rimuovere le attuali restrizioni alla loro possibilità di emigrare, verso una vita migliore per sé e per i familiari?  Potrebbe sembrare che se uno crede nel cosmopolitismo, dovrebbe impegnarsi per ridurre le restrizioni sull'immigrazione. L’idea comune di cosmopolitismo, è che ogni persona abbia eticamente una posizione giuridica mondiale ed abbia pertanto uguale diritto di rispetto e considerazione, non importa quale sia il suo status di cittadinanza o di altre affiliazioni. Arrivati a questo punto tutti potrebbero pensare che un cosmopolita debba essere impegnato per frontiere più aperte, e che i paesi sviluppati che limitano l'ingresso alle persone provenienti da paesi in via di sviluppo, si comportino in maniera eticamente censurabile. Paradossalmente, se si eliminassero subito le restrizioni in materia di immigrazione, questa liberalizzazione potrebbe costituire un notevole passo indietro per la giustizia globale. Per capire meglio il problema, abbiamo bisogno di rivedere alcuni elementi di prova empirica di cui le nostre  raccomandazioni politiche devono tener conto. Come si vede, ci sono notevoli benefici per gli immigrati e per il paese ospite, ma significativi costi devono essere spesso sostenuti dagli stati d'origine. Per esempio, consideriamo gli effetti delle rimesse: spesso si crede che siano estremamente utili per i paesi poveri del mondo. Abbiamo prove indicanti che i modelli associati con le rimesse non sono sempre utili a tutti. Le politiche migratorie devono essere meglio gestite in modo da costituire un beneficio per i soggetti interessati. Nella sezione 4 vengono dati esempi di come questo potrebbe funzionare. In sezione 5 si studiano le raccomandazioni politiche da dare per ottenere i migliori risultati.

What kind of role, if any, can immigration policies play in moving us towards global justice? On one view, the removal (or reduction) of restrictions on immigration might seem to constitute great progress in realizing the desired goal. After all, people want to emigrate mainly because they perceive that their prospects for better lives are more likely to be secured elsewhere. If we remove restrictions on their ability to travel, would this not constitute an advance over the status quo in which people are significantly prevented, through tough immigration restrictions, from seeking a better life for themselves and their dependants? In particular, it might seem that a cosmopolitan must be committed to reducing restrictions on immigration. On one common account of what cosmopolitanism is, the central idea is that every person has global stature  as the ultimate unit of moral concern and is therefore entitled to equal respect and consideration no matter what her citizenship status or other affiliations happen to be. It is frequently supposed that a cosmopolitan must be committed to more open borders, and that developed countries restricting entry to people from developing countries is unjust and inconsistent with a commitment to our equal moral worth. However, as I   argue, removing restrictions on immigration (in isolation) could constitute a considerable step backward for global   justice. In order to Appreciate why this is the case, we need to review some relevant empirical evidence that our policy recommendations must take into account. As we see, considerable benefits accrue to the immigrant and host nation, but significant costs must often be born in states of origin. As one example, we consider the effects of remittances often believed to be highly beneficial to the global poor. I discuss evidence indicating that patterns associated with remittances are not always at all desirable. Migration policies need to be better managed so that they do benefit the relevant stakeholders. In section 4 I give examples of how this might work. In section  5 we   investigate   what   kinds   of   policy   recommendations   would   be   best   given   our findings.


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G. BROCK

 1. Introduction

What kind of role, if any, can immigration policies play in moving us towards global   justice?(1)  On   one   view,   the   removal   (or   reduction)   of   restrictions   on immigration might seem to constitute great progress in realizing the desired goal.   After   all,   people   want   to   emigrate  mainly   because   they   perceive   that their prospects for better lives are more likely to be secured elsewhere. If we remove restrictions on their ability to travel, would this not constitute an advance over   the    status    quo    in  which     people    are   significantly      prevented, through   tough   immigration   restrictions,   from   seeking   a   better   life   for   themselves and their dependants? In particular, it might seem that a cosmopolitan must be committed to reducing   restrictions   on   immigration.   On   one   common   account   of   what   cosmopolitanism is, the central idea is that every person has global stature as the ultimate unit of moral concern and is therefore entitled to equal respect and consideration no matter what her citizenship status or other affiliations happen to be.(2)  It is frequently supposed that a cosmopolitan must be committed to more open borders, at least in ideal theory, and that developed countries restricting   entry   to   people   from   developing   countries   is   unjust   and   inconsistent   with   a   commitment   to   our   equal   moral   worth.   Several   theorists   argue that justice requires (relatively) open borders and that restrictions on immigration(3) are unjust.   In a classic piece, Joseph Carens argues that citizenship in Western   democracies   currently   operates   the   way   feudal   privilege   did   in   the past. Just as feudal birthright privilege served to determine one’s life chances, citizenship plays a similar role now. The current restrictions on immigration typical of Western democracies protect unjust privilege.(4)

1 By “global justice” I will mean a condition in which all people have the prospects for decent lives. I elaborate at length on what this entails in a recent book. A self-identifying reference goes here.

2 See, for instance, Thomas Pogge, “Cosmopolitanism and Sovereignty” Ethics, 103 (1992): 48-75.

3  Bruce   Ackerman  Social   Justice   in   the   Liberal   State  (New   Haven,   CT:   Yale   University Press,   1980);   Veit   Bader   “Citizenship   and   exclusion:   radical   democracy,   community   and justice.   Or,   what   is   wrong   with   communitarianism?”  Political   Theory  23   (1995):   211-46; and   Joseph   Carens   “Aliens   and   citizens:   the   case   for   open   borders” Review   of   Politics  49 (1987): 251-73. For discussion of more authors who hold such views see Jonathan Seglow “The Ethics of Immigration” Political Studies Review 3 (2005): 317-334, especially pp. 324-329.

4 Though he marshals a defense of this view from libertarian and utilitarian approaches, the argument he finds most illuminating is Rawlsian. He invites us to assume a global view of the original position and he presumes that the two principles of justice Rawls endorses for liberal societies would be chosen. Would freedom of movement between states be endorsed?   One   has   only   to   consider   the   importance   of   the   right   to   migrate   freely   within   a given   society   to   realize   that   the   very   same  considerations   would   imply   that   freedom   of movement across state borders is similarly important. The idea is that freedom of move-ment   to   pursue   economic,   cultural,   or   personal   projects   is   central   to   pursuing   one’s   life plans. Realising this, behind an appropriate veil of ignorance one would choose open borders, or so Carens argues.

 

--- Page 3--- Immigration and Global Justice: What kinds of policies should a Cosmopolitan support?

 

Even if a case could be made that ideal justice requires open borders, this tells us little about what our non-ideal world current policy on immigration should be. The view that the best response to a history of closed borders is to remove restrictions on immigration faces considerable difficulty given some of the   effects   of   immigration   I   go   on   to  review. In this  paper I am concerned with recommending   policy   that   is   justified   for   “here   and   now”.  In   this   domain of “real world” or “transitional” justice, matters are more complex and our policies should take account of this complexity. Removing restrictions on immigration without taking further steps to improve the prospects for decent lives   in   countries   that   people   want   to   leave   could   constitute   a   considerable step backward for global justice. In order to appreciate why this is the case, we   need   to   review   some   relevant   empirical   evidence   that   our   policy   recommendations must take into account. As we see, considerable benefits accrue to the   immigrant   and   host   nation,   but   significant   costs   must   often   be   born in states of origin.  As one example, we consider the effects of remittances often believed to be highly beneficial to the global poor. I discuss evidence indicating that patterns associated with remittances are not always at all desirable. Migration policies need to be better managed so that they do benefit the relevant stakeholders. In section 4 I give examples of how this might work. In section 5 we investigate what kinds of policy recommendations would be best given our findings.

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 2. A survey of some realistic options for here and now

If   all  border    controls     were   demolished,       how    many     people    would     actually(5) move? Though estimates vary,   there is interesting evidence to suggest that (6) people would move in fairly limited numbers.   Yet, developed countries spend vast amounts to keep borders closed. Despite this enormous cost of trying to keep people out at borders, in a post 9/11 world it would be futile to argue for removing all border controls. People’s interests in security and a peaceful way of life now rule this out. So the relevant questions are ones about what restrictions on entry there should be, not whether there should be any restrictions at all, and in particular, about whether countries should be more generous in the number of immigrants permitted to enter developed countries. Most   countries   have   annual   maxima   for   the   number   of   immigrants   they will   admit.   One   option,   the   one   assumed   to   accord   best   with   cosmopolitan goals, is that these should be raised, but there are other policies we should also entertain. Here are some:

O1. Stay with the status quo: stay with current quotas and levels of immigration admitting current levels of potential citizens.

O2. Increase the number of people who may be permitted as potential citizens.

O3. Decrease the number of people who may be permitted as potential citizens.

O4. Stay with the current status quo for admitting potential citizens, but provide more temporary permits to migrants for work purposes.

O5. Consider the potential for “win-win” arrangements that benefit home and host countries, immigrants, and locals.

Before   looking   at   increasing,   decreasing,   or   staying   with   the   status   quo with respect to quotas, we should examine the current situation. Is immigration generally a positive, negative, or neutral phenomenon for those affected? There are three important groups to be considered: the emigrants, those in the host   countries   (the   countries   to   which   the   emigrants   go),   and   those   in   the home countries (the countries they exit). I consider first some of the impacts for those in the host countries, starting with the benefits.

 

 

5 United Nations Population Division estimates World Migrant Stock for 2005 at 190 633 564. The chart put out by the UN Population Division in October, 2006 uses the 2005 figures, and can be accessed at: http://www.un.org/esa/population/publications/2006Migration_Chart/2006IttMig_chart.htm. According to Castles and Miller, the United Nations estimated that in 2002 there were 185 million migrants. It is not clear how many of these were immigrants. Presumably, far less. For more estimates see S. Castles and M. J. Miller  The Age of Migration, 3rd edition, (Basingstoke: Palgrave, 2003), p. 4. 

6   Teresa   Hayter  Open   Borders:   The   Case   against   Immigration   Controls   (London:   Pluto Press,   2000),   p.   153.   For   instance,   quite   a   few   countries   had   open   border   arrangements with   former   colonies   in   the   past,   which   allowed   open   migration   from   the   Caribbean   between 1950 and 1980. In the period, only 0.6% of the Caribbean population moved to the US   and   England,   though   there   were   clear   economic   attractions   for   doing   so.   Citing   evidence   from   Bob   Sutcliffe,   Teresa   Hayter   extrapolates   that   the   figure   today   would   be around 24 million per year, which amounts to growth of around 2.4% in the population of industrialized countries. Bob Sutcliffe,  Nacido en otra parte: Un ensayo sobre la migracion international, el desarollo y la equidad (Bilbao: Hegoa, 1998).

 

                                           
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There   is   much   agreement   among   economists   that   immigration   increases(7) the wealth of host countries.   Though the overall economic effect may be very positive, some worry that the distribution of those gains is uneven. In particular,   the   concern   is   that   some   citizens   bear   heavy   costs,   such   as   loss   of   jobs, lowering   of   wages,   or   increased   competition.   Let   us   investigate   these   claims further. Do immigrants take jobs away from local workers? In many cases, the jobs immigrant workers take up are perceived as dangerous, dirty, or demeaning ones that local workers (apparently) prefer not to do (not at prevailing wages, at any rate). Some argue that, far from taking work away from others, immigrants     actually    create    jobs   for  others.    Because     immigrants       need    housing,(8) transportation, food, and so forth, the number of jobs expands.   Indeed, immigrants often start new businesses and thereby create jobs.(9) Do immigrants lower wages? Some evidence indicates that wages in certain sectors   (such   as   agriculture,   construction,   and   service   industries,   especially restaurants) are lowered by the arrival of many immigrants.(10) Some unskilled workers do suffer from the additional competition, because the newcomers are typically willing to work for less. However, this may provide more incentives for citizens to acquire further skills and, thus, be positioned to fill better paying    jobs.   Immigration        may    therefore     result   in   more    investment       in  self-education,   which   leads   to   increased   earning   power.   Even   if   immigration   results in lower wages for some, this is not necessarily a bad thing.

7 Mark Kleinman “The Economic Impact of Labour Migration” in Sarah Spencer (ed.) The Politics of Migration: Managing Opportunity, Conflict and Change (Malden, MA: Blackwell, 2003),   pp.   59-74;   Julian   Simon,  The Economic Consequences of Immigration (Basil Blackwell,   1989),   Appendix   C;   also   Open   Letter   to  US   President   and   Congress,   19   June   2006, with more than 500 signatories (mostly academics), including 5 Nobel Laureates: http://www.independent.org/newsroom/article.asp?id=1727 and accompanying press release: http://www.independent.org/newsroom/news_detail.asp?newsID=74

8 Peter Stalker  The No-Nonsense Guide to International Migration (London: Verso, 2001), pp. 64-65. Those US cities with a higher proportion of immigrants do not have higher rates of unemployment, according to research by Stephen Moore cited in “Making and Remaking  America” by  Philip Martin  and  Peter Duignan,  Hoover  Essays, HE25, www.hoover.org, ISBN   0-8179-4462-1, p. 35. For similar results in Europe, see   Stalker, The No-Nonsense Guide to International Migration, p. 78 also Castles and Miller,  The Age of Migration, p. 194.

9 Seglow, “The Ethics of Immigration”, p. 326; also Nigel Harris Thinking the Unthinkable: The Immigration Myth Exposed (London: I. B. Tauris, 2002), pp. 57-60.

10 George Borjas, “Immigration and Welfare: A Review of the Evidence” in The Debate in the United States over Immigration, eds. Peter Duignan and Lewis Gann (Stanford: Hoover Institution Press, 1998), pp. 121-44.

 

                                      
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The lower wages   may   cause   firms   to   expand   in   a   particular   area,   creating   more   jobs. Prices of consumer goods may also fall. Immigrants can also contribute to rising wages if they open up new markets and opportunities. There are several other ways immigrants can benefit developed countries. Demographic changes are challenging the continued viability of the social security arrangements in many parts of the Western World.(11) For instance, in 1960 there were about 5 workers for every social security recipient, but when the baby boomers retire it is predicted there will be approximately 2.5 workers to support each social security recipient.(12) Such a situation would inevitably mean either higher taxes or cuts in social security, unless more young adult workers are admitted.(13) Immigrants   can   provide   benefits.   Do   they   pose   costs,   such   as   increased welfare dependency and crime, environmental damage, or undesirable cultural change? Immigrants do not use welfare services or contribute more to crime in significantly greater proportions than the general population.(14) The more difficult accusation to rebut conclusively may be that immigrants pose cultural costs.

11 Steven Camarota “Immigration in an Aging  Society: Workers, Birth Rates, and Social Security”,    Center   for  Immigration     Studies,   Backgrounder,      April  2005,   available   at: http://www.cis.org/articles/2005/back505.html; and Ronald Lee and Timothy Miller “Immigration,   Social   Security,   and   Broader   Fiscal   Impacts”  AEA   Papers   and   Proceedings: New Issues in Immigration 90/2 (2000): 350-354.

12 Annual Report of the Board  of Trustees of the Federal Old-Age and Survivors Insurance   and   Federal   Disability   Insurance   Trust   Funds   (2007),   p.   48,   accessible   at   this   site: http://www.ssa.gov/OACT/TR/TR07/.

13 Some dispute that the US needs large numbers of immigrants for this purpose; for instance,   Roy   Howard   Beck,  The   Case   Against   Immigration:   The   Moral,   Economic,   Social, and Environmental Reasons for Reducing U.S. Immigration back to Traditional Levels (New York: W.W. Norton, 1996). Indeed, it is not easy to find arguments that increased immigration will substantially help with this problem. Lee and Miller “Immigration, Social Security, and Broader Fiscal Impacts” acknowledge that increased immigration would have a positive affect on Social Security, but not a large one. For arguments that immigration would not help the social security problem (in the US, EU, and Japan), see Hans Fehr, Sabine Jokisch, Laurence Kotlikoff, “The role of immigration in dealing with the developed world’s demographic transition,” Finanzarchiv, 60:3 (2004), 296-324. A version is available at: http://64.233.179.104/scholar?hl=en&lr=&q=cache:yRjFjJu3n6MJ:www.wifak.uniwuerzburg.de/wilan/wifak/vwl/fiwi/forschung/ig.pdf

14 See for instance, Stalker,  The No-Nonsense guide to International Migration, p. 82. See also Harris,  Thinking the Unthinkable, for claims that this issue is a ‘red herring’ contrary to popular prejudices.

 

                                          
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One concern is that immigrants threaten the nation to which they move by undermining the host culture or the sense of solidarity citizens feel toward each other. Is this fear warranted? There are nations that would be hypocritical   to   make   very   much   of   this   (assuming   for   the   moment   that   it   is   true), namely,   all   the   nations   comprised   largely   of   immigrants,   notably   the   USA, Australia, Canada,  and New Zealand. Nevertheless, concerns of  this  kind weighed heavily with many throughout the histories of those nations, leading to exclusionary policies that aimed to prevent immigration by people thought to be “unassimilatable”. As we see over time, however, all nations are “works-in-progress”, and their characters change. The contribution of newer groups to this process is as likely to be positive as negative. I   assume   that   immigrants,   all   things  considered,   perceive   themselves   to benefit   from   immigration,   or   they  would   not   remain   in   the   host   country. Much more problematic is whether immigration benefits those who remain in the countries of origin. The focus in this short paper will be on effects of remittances often thought to be a considerable net benefit to the global poor.

 3. The advantages and disadvantages of remittances

Remittances,   the   money   that   foreign   nationals   send   to   individuals   within their countries of origin, are an enormous source of assistance for those in developing   countries.   In   many   countries,   the   money   received   through   remittances exceeds official foreign aid, all foreign direct investment, and revenue from tourism, revenue from the largest export for that country, and accounts for at least 10% of GDP.(15) Migrants send money back to their country of origin through formal channels (such as banks or money transfer services), and sometimes through more informal methods (such as carrying it home themselves or via friends). This makes the value of remittances difficult to measure, but reliable estimates put the amount at around $111 billion in 2001, with a tendency to increase substantially every year.(16) About 65% of remittances go to developing countries. The   Philippines’   most   lucrative   export  is   their   expatriate   workers,   who provide skilled cheap labor all over the world. Around 7 million (about 10% of the   population)   work   in   about   149   countries.   Mexicans   working   in   the   US send approximately $10 billion back to Mexico every year, an amount that is twice the value of agricultural exports and much more than tourist revenue.(17) In Mexico, more than one out of every 10 families rely on remittances as their primary source of income. In El Salvador, 28% of adults receive remittances.

15   See   the   Inter-American   Development   Bank   web-site   at   http://www.iadb.org   for   the most current estimates. The figures cited were retrieved in 2005 and were found in a document “Remittances as a Development Tool” at http://www.iadb.org/mif/v2/remittances.html#top.

16 This is the World Bank estimate for 2001 cited at http://www.migrationinformation.org/USfocus/display.cfm?id=138 .

17 Devesh Kapur and John McHale, “Migration’s New Payoff,” Foreign Policy, Nov/Dec (2003), Issue 139: 48-57, p. 50.

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As a percentage of GDP (PIL), remittances can also be extremely important; for instance,   remittances   to   Haiti   make   up   24.2%   of   GDP,   in   Jordan,   22.8%,   in Tonga 39%, in Bangladesh 18.9%, and in Nicaragua 16.2%.18 Unlike foreign aid, which typically goes to governments rather than poor citizens, remittances put money directly in the pockets of poor citizens. This can be an advantage, especially when governments are corrupt. However, it often   proves   less   advantageous   when   the   money   is   spent   mostly   on   private consumption, such as clothing, consumer goods, and improving housing. Some argue   that   private   consumption   need   not   conflict   with   socially   useful   ends. Arguably,   increased   consumption   of   local   goods   promotes   opportunities   for further jobs and new markets. When remittances are spent on consumption of domestically   produced   goods   or   services   there   can   be   multiplier   effects   and additional tax receipts.(19) However, private remittances do not tend to go on public goods, such as infrastructural projects, schools, roads, health care, and sanitation facilities, which have a more significant impact on tackling structural poverty. Do remittances really go to poor people, or rather to the better-off families of migrants, hence increasing local inequality? Migrants are typically drawn not from the poorest households in feeder countries, but from the better off as measured in terms of education and income level.(20) This selection means that direct effects on the very poor through remittances may be limited.(21) The effects   on   structural   poverty   are   likely   to   be   only   indirect,   through   increased demand for labor-intensive services, such as construction.

 

18 International Monetary Fund, Balance of Payments Yearbook 2002; World Bank, World Development      Indicators 2002  cited  at http://www.migrationinformation.org/USfocus/display.cfm?id+138.

19 Mihir Desai, Devesh Kapur and John McHale. “The Fiscal Impact of High Skilled Emigration: Flows of Indians to the U.S.,” WCFIA Working Paper No. 03-01, Harvard University (2003); also Edward Taylor “International Migration and National Development,” Population Index 62: 2 (1996): 181-212.

20 Devesh Kapur “Remittances: The New Development Mantra?” Paper prepared for the G-24 Technical Meeting, available at: www.unctad.org/en/docs/gdsmdpbg2420045_en.pdf , pp.16-17.

21 Ibid.

 

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Do   remittances   enhance   people’s   abilities   to   seek   a   livelihood?   About  10 percent of remittances go on saving or investment; the rest tends to go on consumer goods and daily living expenses.(22) More problematic is the cycle of dependency that too often is set up: “The easy money of remittances tends to create   a   cycle   in   which   people   have   to leave to find work, and no economic development   occurs.   The   brightest   and   most   energetic   young   people   move away,      depleting    human      capital.    In  Pozorrubio,       there   is  apparently      little trickle-down effect for families who do not have a remittance sender, thereby creating   a  growing  income  divide  of  remittance   haves   and  have-nots”.(23) As an   example,   consider   how   about   $1   million   per   day   flows   into   the   Mexican state of Zacatecas from former residents, an amount that is more than that received from the Mexican government.(24)  But this has also produced moral hazards. Many young men prefer to remain unemployed and wait for a chance to migrate rather than take up jobs at local wage levels.(25) Several scholars argue that remittances reduce incentives to work and depress economic activity.(26) Remittance receivers are also more likely to want to emigrate than the general population.(27) This process is called “cumulative causation” and can make both source and destination areas more dependent on continuing such arrangements.(28) Businesses in the host countries come to rely on the availability of migrant workers, and the countries from which they depart may neglect areas with high concentrations of migrant laborers on the grounds   that,   since   so   many   earn   income  elsewhere, regional   needs  are  adequately satisfied.

 

22 Brenda Walker “Remittances Becoming More Entrenched: The Worldwide Cash Flow Continues to Grow” at http://www.limitstogrowth.org/WEB-text/remittances.html.

23 Ibid.

24 Brenda Walker “Remittances Becoming More Entrenched: The Worldwide Cash Flow Continues to Grow” at http://www.limitstogrowth.org/WEB-text/remittances.html.

25 Kapur, “Remittances”, p.20.

26  See   Deborah   Waller   Meyers   “Migrant   Remittances   to   Latin   America:   Reviewing   the Literature” Working Paper: Inter-American Dialogue/The Tomas Rivera Policy Institute, 1998,   available   at:   http://www.microfinancegateway.org/files/21608-Meyers_Migrant.htm, p. 8; also Els de Graauw “Government Courtship of Migradollars: International Migrants’ Remittances   and   Policy   Intervention   in   the  Case   of   Contemporary   Mexico”   paper   presented at the 2005 Annual Meeting of the Midwest Political Science Association – Chicago, April 9th, p. 22.

27   Edwin  Rubenstein  “Remittances  Are Good for Them  and  Us...Up  To a Point” at http://www.vdare.com/rubenstein/remittance.htm.

28 Douglas S. Massey, Joaquin Arango, Grame Hugo, Ali Kouaouci, Adela Pelligrino, and J. Edward Taylor, “Theories of International Migration: A Review and Appraisal,” Population and Development Review 19, no. 3 (September 1993): 431-66.

 

                                          
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Less government money flows into such regions, thus forcing more people to become migrant workers. In Mexico, emigration to the US often   has   the   effect   of   encouraging   more   people   to   emigrate,   consequently crippling the region’s ability to develop its own economy.(29) However, there are positive signs that remittances can be better harnessed to   help   those   in   the   feeder   state.(30)   For   instance,   in   Mexico,   some   public works,   such   as   roads   and   schools,   are  funded   via   remittances   sent   to   hometowns. In some cases, matching funds have been offered for financing public works that are in part sponsored from remittance money.(31) Indeed, in some cases every dollar remitted to hometown associations is matched with a dollar each   from   the   Mexican   federal,   state,   and   local   authorities.   This   has   translated into some local success stories.(32) Remittances can be a mixed blessing in further ways. For instance, if this source of revenue is not available, citizens may turn to their governments and expect more of them. According to some, the easy flow of money that remittances provide allows Mexico’s ‘kleptocratic elite’ to avoid reform.(33) Were it not   so   forthcoming,   Mexicans   would   expect   more   from   their   government   to provide      the  services    and    investment      necessary     for  a   flourishing    economy. Some   argue   that   governments   are   therefore   exploiting   their   migrant   workers.(34) Time   spent   away   can   dramatically   affect   the   willingness   to   remit.(35)  As migrants become more committed to their host country, remittances decline over   time.   Remittance   flows   are   at   their   strongest   between   three   and   five years after departure.         Once permanent residency is granted, remittances often   fall   off   considerably.(36)   Policies   endorsing   migration   for   work   purposes with   a   duration   of   no   more   than   5  years   are   optimal   for   those   back   home.

29  Stalker,  The   No-Nonsense   Guide   to   International   Migration,   p.   113.   Communities   that have high rates of emigration create a culture of emigration.

30 Meyers, “Migrant Remittances to Latin America”, p. 12.

31 Walker, “Remittances Becoming More Entrenched”.

32 Stalker, The No-Nonsense Guide to International Migration, p. 117. Also, Rafael Alarcon, “The Development of Home Town Associations in the United States and the Use of Social Remittances in Mexico,” mimeo.

33 See Rubenstein “Remittances Are Good for Them and Us...Up To a Point”.

34 Ibid.

35 Fernando Lozano-Ascencio “Bringing It Back Home: Remittances to Mexico from Migrant   workers   in   the   United   States”(San   Diego:   Center   for   U.S.   Mexican   Studies,   1993); also Meyers, “Migrant Remittances to Latin American”, pp. 14-15.

36 Richard  Black “Soaring Remittances Raise New Issues”at http://www.migrationinformation.org/Feature/display.cfm?ID=127

                                            
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Such policies might also change expenditure of remittances, channeling them into opportunities that  would  generate employment  on  the migrants’ return.(37) Some of the main negative effects observed for home countries, then, are these: (1) the inflow of funds can create dependence for recipients; (2) dependence encourages further migration, especially among the working age, productive adults; (3) both home and host countries become dependent on continuing the arrangements; (4) economic activity can become depressed in countries of origin, which encourages more emigration; (5) needed economic reforms are neglected, as is the creation of rewarding opportunities in the home country; and (6) remittances decline over time. Furthermore, remittances may have a positive effect on transient poverty, but do not by themselves reduce structural poverty.(38) To address structural poverty, wide-ranging economic changes  are needed and these may “still require   external   financial   resources   in   the   form   of   budgetary   support   to   governments   in   many   poor   countries”.(39) Clearly,   also   there   is   much   more   that can be done to improve the situation in the home country, to move more desirable   jobs   to   the   people   rather   than  moving   the   people   to   more   desirable jobs.   For   instance,   facilitating   investment   coupled   with   better   trading   arrangements might well bring more jobs, higher wages, and less incentive for people to emigrate, (40) as I discuss elsewhere.(41)

37 There also needs also to be some government and community-based help to encourage and reward investment and development in the home country, rather than assuming individual   migrants   can   manage   this   by   themselves.   Notable   among   the   needed   measures   is improvement   in   the   availability   of   credit   to   locals   in   developing   countries,   especially   to start small businesses and to get help with training.

38 Kapur “Remittances”, p. 2. See also, Nancy Birdsall, Dani Rodrik and Arvind Subramanian “How to Help Poor Countries” Foreign Affairs 84/4 (July-August 2005): 136-153.

39 Ibid., pp. 30-31.

40 U.S. Commission for the Study of International Migration and Co-operative Economic Development,   1990,   p.   xv.   Further   support   can   be   found   in   other   places,   such   as:   Carbaugh, “Is International Trade a Substitute for Migration?”

41 A self-identifying reference goes here. A qualification of the view worth noting is that some countries may simply be unviable economic entities, such as small island economies like Cape Verde, where over 65% of households receive remittances and this is their only real source of income. (Kapur, “Remittances”, p. 10). For such places, there is no viable economic activity of the kind necessary to sustain all citizens. Perhaps remittances really are their only hope. Exemptions from term restrictions on migrant labor from such places may be permissible. Few countries are like this, however.

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4.  Option   (O5):   Exploring   beneficial   opportunities   three   relevant   stakeholders: migrants, host, and feeder countries

 

As we have seen, there can be considerable disadvantages in developed countries permitting more immigrants from developing countries. However, this is not to say that in all cases developing countries must end up as losers when migrants work elsewhere. We should be open to any creative possibilities that might arise that will yield net benefits to home and host countries, to locals and immigrants.(42) Here are some examples:

              1. For recruiting (say) health care workers trained in a developing country (“Developing”),  the  developed  country  (“Developed”)  pays  compensation  to Developing at a rate of (say) five times what it costs to train that worker in Developing. If there is a limit set on how many such workers Developed may recruit, there may be considerable advantages to Developing in allowing such a   scheme,   because   with   the   proceeds   they   can   train   many   more   health   care workers. Developed might be interested in this scheme if the amount they pay to Developing is still less than the cost of training the needed workers in Developed   (or   they   simply   cannot   manage   to   attract   enough   locals   to   train   in Developed). The locals in Developed also benefit in gaining more trained staff.However Developing is also better off since it can train more healthcare workers with the additional revenue.

              2. Developed can recruit migrants from Developing for training purposes for instance,  -to learn sustainable forestry or mining skills-  and then, once trained,   part   of   their   new   job   would   be to   go   back   to   the   feeder   country   to teach the newly acquired skills to locals so that a successful operation is set up in Developing. Schemes of this kind could benefit the locals from Developing who   receive   training,   who   in   turn   train   others   and   create   job   opportunities with the base activities in Developing. This could benefit locals in Developed because it creates new markets for those who do the training and those who subsidize the training also get access to further opportunities (or perhaps new sources of raw materials) in Developing.(43)

              3. Migrants   could   help   create   opportunities   in   more   depressed   parts   of countries. Migrants need accommodation, transport, food, and a host of other goods and services. Migrants’ needs could stimulate local provision for those needs, thereby helping struggling regional economies.  Admitting more people into   these   struggling   parts   of   the   country   may   be   of   considerable   benefit   to the region, especially when there is no longer the critical mass of people necessary for provision of certain crucial services, such as, schools or hospitals. If a severely overpopulated developing country, such as China, were to send some of its low or averagely skilled workers to an area struggling to survive in a developed country, such as parts of the South Island in New Zealand, there may be important gains all around. In particular, the citizens who live in such regions are made better off because otherwise, in the long run, they would have no option but to move to more economically active areas.   And if China loses some   low   to   averagely   skilled   workers,   there   are   no   important   losses   that those left behind in the country of origin must bear.

 

42 These suggestions are all very small-scale. They would not amount to a sizable percentage of the population, and clear benefits accrue for both host and home countries and their inhabitants. Most importantly, they are carefully managed and monitored to ensure benefits do accrue to feeder nations.

43 A variant on this second option is this: an immigrant from Developing proposes to set up a business in Developed that employs local people and migrants. Migrants learn skills from locals that they then take back to the developing country. The business also paves the way for locals to go to the migrants’ country of origin and train others, or fosters other productive links. Building these kinds of partnerships could be profitable to all. This case sets up “circular flows of people”, which could have good consequences for all. But we need to think also about why we should not prefer to set up circular flows of goods just as easily.

 

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To conclude this section, there may be immigration programs that enhance everyone’s prospects for decent lives. In particular, if they increase opportunities for people back in the country of origin, they should be investigated and encouraged provided they would not detract from more fundamental changes necessary to enhance the prospects for decent lives for residents of developing countries.

 

5. Analysis and Conclusions

 

As we have seen, there are a number of benefits that could potentially accrue to   the   host   and   home   countries   from   immigration   policies,   but   considerable drawbacks that must be acknowledged as well, including bad incentive effects, cycles   of   dependency,   neglect,   and   lack   of   needed   development.   Policies   encouraging   migrant   labor   and   remittances   can   be   a   way   to   help   developing countries,   but   can   also   serve   to   exacerbate   the   problems.   If   fixed   term   contracts (with term limits) are imposed on migrant workers’ period of work in other countries, migrant labor policies can be more positively harnessed. Because remittances tend to drop off to home countries after a certain period (of roughly 5 years), fixed term contracts with term limits might be best for the remittees. They also allow a new crop of workers to set off for another country just   as   the   old   crop   would   be   starting   to   make   more   permanent   homes   for themselves elsewhere, which would disincline them to send money home. Furthermore,   fixed   term   contracts   with   term   limits   provide   incentives   to   think about how to use the money more effectively, especially in terms of investing in opportunities that will provide returning migrants and their families with better prospects on repatriation. It also forces governments not to ignore areas that   have   heavy   migrant   flows.   Such   migration   policies,   could   constitute   a positive step for developing countries, provided remittances are well spent on addressing the structural causes of poverty. All this suggests we can marshal a qualified defense of option (O4), outlined in section 2.  (44)

 44 For even further gains, consideration should be given to taxing remittances or requiring migrants to pay taxes on wages earned abroad.                                    

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 What should we do about policies (O1), (O2), and (O3), which endorse developed   countries   increasing,   decreasing,   or   staying   with   the   current   quotas on immigration? In the absence of more compelling  research results about the effects   of   either generally   increasing   or   decreasing   quota   levels,   perhaps   we should not advocate any of (O1), (O2), or (O3), if we are not more confident that it will help in the long run. From the evidence surveyed so far, immigration, on balance, does more for host countries and immigrants, (for instance, as we saw, they contribute to economic growth and their taxes can help support ageing populations) but it is not clear that it does enough for those remaining in the feeder country, even taking into account the net effects of remittances. Some may argue that, since host countries and immigrants gain, the host country   or   the   immigrants   should   be   required   to   pay   compensation   to   the feeder country equal at least to the size of the benefits received from the country of origin. Perhaps increased immigration can be endorsed if poor countries get   adequately   compensated   for   any   relevant   losses.   If   the   compensation   is sufficiently great, this alternative should be considered. But now we have entered the realm of the fifth set of policy options (O5); namely, searching for win-win      possibilities.   I  suggested     there   are  opportunities      worth    exploring. Here   we   will   want   to   see   whether   there   are   ways   to   further   the   interests   of citizens in both destination countries and countries of origin. In section 4, I outlined several ways policies might contribute positively to all affected.  But notice what is going on when we pursue this strategy: we are checking that benefits   accrue   to   the   feeder   country   and   trying   to   ensure   they   match   the benefits   the   host   country   and   emigrant   receive.      And   this   is   what   has   been missing in some of the cosmopolitan analyses of immigration so far.  If everyone   has   global   stature   as   an   ultimate unit   of   moral   concern,   then   those   left behind deserve more consideration than they have currently received. (45)                        

 

 

45   For   some   examples   that   do   not   give   sufficient   attention   to   the   interests   of   those   in feeder   countries  see  Darrel   Moellendorf  Cosmopolitan     Justice   (Boulder,  CO:  Westveiw Press, 2002): 61-67.

                                  

--- Page 15---Immigration and Global Justice: What kinds of policies should a Cosmopolitan support?

 

(Arguably,   since   they   are   typically   amongst   the   worst   off   of   the   three   relevant stakeholders,   their   interests   should   receive much more weight.)  What I am recommending   is   that   migration   processes   are   better   managed   so   that   they take   account   of   the   interests   of   migrants,   but   do   not   also   neglect   relevant other stakeholders such as those to whom the migrants also have responsibilities.  Any real world immigration policies we endorse for here and now will require   a   level   of   attention   to   the   details,   especially   concerning   proposed   and likely   impacts   of   any   cross   border   movements   for   non-departing   citizens   in feeder countries.

            END    

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Laureato a Bologna. Mi affascina occuparmi come hobby della sociologia e filosofia, tenendo ben presenti i problemi della natura, che soffre oltremodo per la presenza asfissiante dell'uomo. Il mio ideale è trovare una forma di convivenza degli uomini che: 1) abolisca le guerre; 2) promuova uno sviluppo sostenibile; 3) trovi un equilibrio permanente con la natura del pianeta Terra; 4) ridistribuisca le risorse tra tutti gli abitanti del pianeta; 5) aumenti le risorse relative su scala mondiale, mediante diminuzione della popolazione con un rientro morbido sotto i 4 miliardi, prima della fine del petrolio. "Imagine there's no countries It isn't hard to do, Nothing to kill or die for And no religion too. Imagine all the people Living life in peace... You may say I'm a dreamer But I'm not the only one. I hope someday you'll join us And the world will be as one. Imagine no possessions, I wonder if you can, No need for greed or hunger A brotherhood of man. Imagine all the people Sharing all the world..." Imagine di John Lennon
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