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IRPEF E RETRIBUZIONI (1974-2005 e 2000-2010). Articoli COBAS e IRES-CGIL
post pubblicato in diario, il 4 aprile 2010




La tasca è rossa, ma i dipendenti sono al verde!

Vi presento questo bellissimo articolo

di Anna Maria Bruni (giornalista)
e Piero Castello pensionato Cobas

che analizza in maniera oggettiva la distribuzione della tasse dal 1974 al 2005.


In fondo anche il rapporto IRES-CGIL sul decennio 2000-2010 e la statistica AGCOM.

Link da cui è preso l'articolo:
http://www.cobas.it/index.php/cobas/content/download/1072/6585/file/articolo%20aggiornato%20P%20e%20AM.doc

Il criterio della progressività dell’imposizione fiscale costituisce un effettivo meccanismo di redistribuzione della ricchezza che, dall’Istituzione dell’Irpef nel 1974 ad oggi, accanto alla perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni inversamente proporzionale alla crescita dei redditi medio-alti, è stato completamente sovvertito. Anche le politiche dei governi di centro-sinistra ne portano la responsabilità, insieme alla progressiva limitazione del conflitto sociale dovuta alla scelta della concertazione da parte dei sindacati confederali, avviata negli anni ’80, che ha permesso la perdita di tante conquiste di maggiore giustizia sociale




“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Art. 53 della Costituzione italiana


Dal dopoguerra la prima radicale riforma fiscale, che istituisce l’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche), e il cui impianto rispettava il carattere costituzionale della progressività, avviene nel 1974. La progressività consiste in un meccanismo matematico con il quale non solo aumenta l’importo delle tasse da pagare con l’aumentare del reddito (aumento proporzionale), ma soprattutto l’aumento cresce perché aumenta la percentuale (aliquota) delle imposte da pagare.

“Per fare degli esempi, attualizzando la situazione dell’Irpef nel 1974, si otterrebbero i seguenti dati: 
- un reddito di 42 milioni di lire pagherebbe un’imposta di lire 4.957.665, pari al 11.8% del reddito 
- per i redditi di 1,2 miliardi l’imposta sarebbe del 42.3%
- per i redditi da 6 miliardi di lire l'imposta sarebbe del 58.7% 
che conferma come la progressività faccia effettivamente pagare una quota maggiore a chi guadagna di più.” (www.deiricchi.it) 

Da allora, 1974, ad oggi è stato un percorso continuo per aggirare e deformare il dettato costituzionale e per attenuare in tutti i modi il carattere progressivo della tassazione diretta.

 




Il carattere progressivo di un sistema fiscale è dato prima di tutto e soprattutto dal rapporto delle aliquote (percentuali) e le classi di importo dei redditi. Le eventuali deduzioni-detrazioni sono dei correttivi, spesso indispensabili, ma essi non caratterizzano il sistema.
Come si evince dalla prima riga della tabella, le aliquote e quindi le classi di importo dei redditi sono passate da 32, nell’anno del varo della legge, fino alle attuali 5. Ma non sembra sia finita qui, perché il disegno del governo attuale, con il plauso di Confindustria, è stato da subito quello di ridurre ad una sola aliquota l’intero sistema, cancellando totalmente la progressività, ma poiché questo impegnerebbe in una modifica della Costituzione, la proposta che Berlusconi è tornato a rilanciare con l’inizio del nuovo anno è mascherata: le aliquote sarebbero due, 23 e 33%. 
La prima è per i redditi fino a 100 milioni, cioè per il 96% degli italiani, la seconda del 33% per il restante 4% degli italiani, un bel passo in avanti verso l’aliquota unica, ed un ulteriore grandissimo risparmio reale solo per i redditi medi ed alti. 
La seconda riga documenta come i ricchi abbiano goduto dal 1983 in poi di una costante decrescita delle tasse, l’aliquota massima per i più ricchi passa dal 72% al 43% realizzando il dimezzamento, senza contare che chi ha goduto di redditi più elevati in assoluto ha goduto anche del maggior abbassamento delle tasse: ben 29 punti percentuali in meno.
La terza riga conferma per paradosso il criterio che stiamo denunciando, perché evidenzia la progressività del privilegio con l’aumentare del reddito, che l’ultimo dato riferito all’anno 2007 mostra chiaramente: si è quasi dimezzata l’aliquota e si è abbassato il reddito massimo a 75 mila euro, ovvero si è allargata la platea, ma redditi esponenzialmente superiori oggi pagano lo stesso 43%.
 



La tabella 2 mostra come il ridursi del numero delle aliquote evidenziato nella prima riga (stesso parametro della tab 1) testimonia come in questi ultimi 26 anni lavoratori dipendenti e pensionati abbiano pagato proporzionalmente più dei ricchi: riducendosi il numero delle aliquote e aumentando l’aliquota minima (dal 10 al 23% del 2007, seconda riga) in proporzione al reddito basso mostrato dalla terza riga, i lavoratori hanno sostenuto l’80% degli introiti di tutta la tassazione diretta. Un dato che rimane tale nonostante negli anni siano stati introdotti sistemi di deduzioni e detrazioni (vedi note 1 e 2), che hanno reso il meccanismo poco trasparente senza cambiare la sostanza: la crescita delle aliquote colpisce sempre più le fasce più basse di reddito e il sistema delle detrazioni serve ormai soprattutto a coprire i redditi degli “incapienti”, ossia di quei lavoratori e pensionati al disotto della soglia della povertà assoluta.

Tasse sempre più pesanti, salario sempre più leggero

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa (…)”.

Art. 36 della Costituzione italiana

Per chiarire quanto sia insostenibile il progressivo aumento delle tasse per lavoratori e pensionati, accostiamo ai dati precedenti quelli sui salari. Secondo la Banca regolamenti internazionali, oggi il 31,3% del prodotto interno lordo va ai profitti, dal 23,2% degli anni ’80. 8 punti di Pil in più, ovvero 120 miliardi ai profitti, 7mila euro di meno in busta paga (ultimi dati disponibili 2008). E’ il frutto della ristrutturazione industriale avviata dalla Fiat con la marcia dei 40.000 proprio nel 1980, a cui non solo Cisl e Uil, ma anche la Cgil di Lama aveva prestato il fianco. In un’intervista al quotidiano «La Repubblica», che precede di poco il congresso della “svolta”, tenutosi all’Eur il 13 e 14 febbraio successivi, Lama dichiara che “la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta (…)”. E non solo, perché aggiunge che “noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita dalle loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti.” (I sacrifici che chiediamo agli operai, «La Repubblica», 24.1.1978). E’ l’avvio della concertazione, che nel 1984 sigla il taglio di 4 punti di scala mobile ad opera del governo Craxi, che viene poi eliminata definitivamente nel ’92, dal governo Amato. Un anno dopo, nel ’93, l’accordo Confindustria-sindacati fissa un tetto ai salari. La politica del governo Ciampi ha come stella polare i parametri di Maastricht, che indicano i paletti del contenimento salariale nell’inflazione programmata: i punti persi, dice l’accordo, saranno recuperati con la contrattazione articolata, ma la cosa non è mai avvenuta. 
L’ “operazione” Euro, in circolazione commerciale il 1 gennaio 2002, è il colpo di grazia: non si interviene direttamente sui salari, ma il risultato in busta paga è letale: invariati nel cambio lira/euro, le retribuzioni affrontano costi dei beni primari raddoppiati. L’esito è il crollo del potere d’acquisto: l’Italia si colloca al 23esimo posto, l’ultimo tra i paesi sviluppati (fonte Ires su dati Ocse). Secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (novembre 2009), nell’arco di vent’anni, il valore degli stipendi degli italiani rispetto al prodotto interno lordo è diminuito di quasi il 13%, contro una media dell’8% dei 19 Paesi più avanzati. Secondo l’agenzia dell’Onu i salari reali, a parità di potere d’acquisto, sono crollati nel nostro paese di quasi il 16% tra il 1988 ed il 2006. Il calo più pesante rispetto ai primi undici Paesi industrializzati del mondo, compresa la Spagna (-14,5%).


L’andamento del conflitto in quegli stessi anni

Gli anni ‘80 sono gli anni della ristrutturazione industriale, avviata come abbiamo visto dalla marcia dei 40mila e sancita dalla concertazione. E sono gli anni, come dimostra la tab. 4, in cui il conflitto, in particolare dovuto ai rapporti di lavoro, crolla in modo vertiginoso, dopo due decenni in cui ha conosciuto i picchi più alti, e le cui conseguenze sono state le conquiste economiche, civili e sociali più importanti che questo paese abbia conosciuto, e in cui più si è andati vicini alla realizzazione del dettato Costituzionale. Infatti la più importante riforma fiscale del dopoguerra, che attuava il dettato costituzionale della progressività, viene concepita e varata nel corso di un ventennio di lotte formidabili, con una iniziativa operaia al culmine e in un contesto politico generale fortemente caratterizzato anche sul piano sociale dal 1968 e dalla sua onda lunga che si è protratta, nel nostro paese, per un decennio.
In quello successivo invece, 1981-90, si assiste al crollo della conflittualità, con una media annuale delle ore di sciopero di 41 milioni, un terzo dei due decenni precedenti in cui la media delle ore scioperate in media ogni anno era stata di 121 milioni, con il picco del 1969: 302 milioni di ore scioperate. 
Nel decennio 1991-2000 vi è un ulteriore crollo: la media delle ore di sciopero annue si riducono a meno di 8 milioni, un quinto del decennio precedente. Dal 2001 al 2008 le ore non lavorate diminuiscono ancora, meno di 6 milioni l’anno, con una media di 5,8 milioni. Il numero degli scioperanti crolla anch’esso nel decennio 1981-90 dimezzandosi rispetto al decennio precedente, e dal 1991 al 2000 si riduce ad un quinto del decennio precedente, e a circa un decimo del decennio 1971-80, con una media di 780 mila scioperanti l’anno.
Il fondo si tocca nell’anno 2006 con 3,9 milioni di ore di sciopero e 466mila scioperanti.
 



Pertanto il picco delle ore non lavorate si è raggiunto nel decennio 1971-80 con 122 milioni di ore di sciopero in media l’anno. Nel decennio precedente, 1961-70, la media di ore non lavorate era stato di poco inferiore:121 milioni di ore di sciopero, ma in questo stesso decennio si è verificato il picco annuale delle ore non lavorate con 302 milioni di ore sciopero nel 1969. 
La partecipazione dei lavoratori agli scioperi è stata di 3,5 milioni in media l’anno nel decennio 1961-70. Nel decennio successivo, 1971-80 il numero dei lavoratori partecipanti è quasi raddoppiato rispetto al decennio precedente con 6,9 milioni in media l’anno. Sempre in questo decennio si sono verificati i due picchi, con oltre 10 milioni di scioperanti l’anno, nel 1975 e nel 1979.

I dati Istat relativi alle “ore non lavorate per conflitti estranei al rapporto di lavoro”, che comprendono soprattutto le ore dovute agli scioperi generali (scioperi contro provvedimenti di politica economica, istanze di riforme sociali, eventi nazionali e internazionali, ecc) sono molto discontinui ma documentano comunque un fenomeno assai importante, e cioè che negli anni in cui è più elevato il numero di scioperi originati dal rapporto di lavoro è anche più elevato il numero di ore perdute per conflitti estranei al rapporto di lavoro.
Nel 1990, 1995, 1996, l’Annuario Statistico Italiano dell’Istat non registra alcun “Conflitto estraneo al rapporto di lavoro” e sono gli anni in cui si assiste ad un calo vertiginoso degli scioperi dovuti ai conflitti originati dal rapporto di lavoro, al contrario negli anni 1976, 1978, 1980 mentre crescevano i conflitti dovuti al rapporto di lavoro crescevano anche quelli estranei al rapporto di lavoro. Ciò sta a significare che la conflittualità, la sua intensità e durata, è un fenomeno unitario che si esprime in forme diverse ma è riconducibile all’esercizio della democrazia da parte dei lavoratori, e come tale viene esercitato sia nei conflitti legati al rapporto di lavoro, sia per questioni più generali.
 



La tabella 5 mostra il risultato di quanto detto sinora: negli anni della ristrutturazione selvaggia e della concertazione, i redditi da lavoro e le pensioni sono arrivati a costituire oltre l’84,8% delle entrate delle imposte dirette, sostenendo l’incremento più elevato, +7,0%, mentre l’incremento di quelli da impresa ha fatto il percorso inverso, con il più forte livello di abbassamento nel trentennio: -7,3%, passando da un iniziale 11,9% nel 1975 ad un ridottissimo 4,6% nel 2005. Tutte le manovre di questi ultimi due anni, dalla riduzione del cuneo fiscale, alle riduzioni Irap ed Ires, fino allo scudo fiscale, avranno come esito l’ennesima diminuzione del prelievo sui redditi da imprese.

Considerazioni finali
Il sistema di tassazione e fiscale generale dovrebbe costituire un potente meccanismo di redistribuzione dei redditi e della ricchezza, mentre assistiamo al contrario, come dimostrano le tabelle, ad una politica che permette l’accumulazione per pochi a scapito di una espropriazione generalizzata a danno dei lavoratori e dei pensionati.
La Legge finanziaria per il 2010, su cui è stata posta l’ennesima fiducia dal governo Berlusconi, ha in questo senso raggiunto il colmo: essa infatti non contiene un Euro per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego. La cosa non ha provocato alcuna reazione in Cisl e Uil, primi sottoscrittori della riforma del modello contrattuale, mentre la Cgil, a parte lo sciopero dell’11 dicembre scorso, molto poco convinto, poco propagandato e parziale, pur non avendo firmato non sta opponendo alcuna resistenza concreta di fronte alla modifica assai peggiorativa del modello contrattuale. Eppure essa prevede la triennalizzazione dei contratti, accompagnata dalla Legge 15 sulla riforma della pubblica amministrazione (la cosiddetta ‘Riforma Brunetta’), che imbriglia definitivamente la conflittualità congelando per il triennio le nuove elezioni delle Rsu. E lo stesso vale per il settore privato. Anche qui l’accordo per la riforma del modello contrattuale del 22 gennaio 2009, immediatamente sottoscritto da Cisl e Uil, è stato bocciato dalla Cgil, ma nei fatti tutti i rinnovi contrattuali che sono seguiti, dagli alimentaristi ai chimici, escluso quello dei metalmeccanici rifiutato dalla Fiom, hanno accolto le modifiche dell’accordo, di cui la triennalità da una parte (che vuol dire aumenti spalmati su tre anni anziché su due) e la “tregua sindacale” di 7 mesi durante il rinnovo contrattuale dall’altra sono il sistema di contrappesi con il quale Confindustria detta le regole nei rapporti di lavoro, garantendosi il congelamento della conflittualità. E’ il culmine del sistema di concertazione sostenuto dai sindacati confederali, che ha segnato la svendita delle conquiste di anni di lotte, e che ha disarmato concettualmente e organizzativamente i lavoratori dipendenti.

In questo contesto appare del tutto irrilevante e deviante la richiesta dei sindacati confederali di “defiscalizzazione” del salario aggiuntivo, premiale, o di secondo livello o la detassazione delle tredicesime; sono operazioni che questo governo si guarda bene dal realizzare. 
Se pure questa detassazione dovesse essere presa in considerazione dal governo essa costituirebbe una iattura per i lavoratori dipendenti. La prima conseguenza sarebbe una diminuzione secca delle entrate fiscali che darebbe luogo ad una crescita esponenziale del debito pubblico. Come è avvenuto negli ultimi 20 anni ciò comporterebbe un ulteriore taglio alla spesa pubblica sociale: sanità, istruzione, ricerca, pensioni, assistenza che oggi si caratterizzano anche per la forma di salario sociale disponibile per i lavoratori dipendenti.
Tanto meno il governo realizzerà, visto che nessuno le chiede né le impone con le lotte, l’aumento della progressività delle aliquote Irpef, la tassazione del capital gains o la tassazione europea delle rendite sia finanziarie che di altra natura, rivendicazioni che sarebbero scontate se ci fosse un conflitto serio in atto su pensioni, salario, giustizia sociale, che non si limitasse a una battaglia sulle percentuali, ma tornasse ad avere come orizzonte “un’esistenza libera e dignitosa” dei lavoratori. Come negli anni ’60 e ’70, dove il clima sociale creato dal conflitto ha imposto un sistema di tassazione più giusto e più aderente allo spirito e al dettato costituzionale equilibrando il livello retributivo. Eppure sono stati gli anni del boom economico e del tasso di occupazione più elevato, della scolarizzazione di massa e delle conquiste sociali più avanzate. 

 

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Dal sito: http://www.demos.it/ importante articolo sul lavoro:
   
   
 
    CHI HA PAURA DEL LAVORO
[di Ilvo Diamanti]

C'ERA una volta il lavoro... Garanzia di reddito, riconoscimento, posizione e mobilità sociale. Dava senso e speranza nel futuro. Principio istituzionale e costituzionale su cui si fonda la Repubblica, ha fornito lo statuto della nostra identità pubblica e privata. Il lavoro. Bisognerà ripensarci e ripensarlo, perché oggi non è più in grado di assolvere a questi fini. Non solo perché ormai è volatile e globalizzato come l'economia. Spostare la produzione - e l'occupazione - in Serbia, Romania, Cina o Tunisia è questione di costi e benefici. E non da oggi. La delocalizzazione non l'ha certo inventata la Fiat di Marchionne. È che si è creato un divario troppo largo fra il significato e la realtà. 

Fra il ruolo attribuito al lavoro nell'organizzazione e nell'etica - sociale e personale. E ciò che sta diventando ed è divenuto. Nei fatti. Possiamo insistere sulle virtù - e sulla ragionevole esigenza - della flessibilità. Tuttavia, genitori e figli, giovani e adulti continuano a preferire il posto fisso. Per il 60% degli italiani: uno dei due requisiti privilegiati nella ricerca del lavoro (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2009). Peraltro, il 47% delle persone (Demos per Unipolis, Osservatorio sulla sicurezza, Maggio 2010) oggi considera la disoccupazione - cioè: la perdita oppure l'assenza di lavoro - la prima preoccupazione. Nel 2007 questo problema era ritenuto prioritario da poco più del 20% dei cittadini (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2007). 

Non si tratta di una paura localizzata, che tocca le aree più vulnerabili del Mezzogiorno. La disoccupazione, infatti, è in testa anche alle preoccupazioni della popolazione di Vicenza. Mitico cuore del mitico Nordest. Dove si rilevano da decenni i minimi indici di disoccupazione. Ebbene, nel Vicentino, 1 persona su 2 (per la precisione: il 49,2 %) considera la disoccupazione la prima emergenza da affrontare (Demos per Associazione Industriali e Fondazione Palazzo Festari, 1300 interviste, Maggio 2010). Nel 2003: 13,2%. Nel 2001: 8,1%. La paura di perdere il lavoro, cioè, fra i vicentini è aumentata del 600% in meno di dieci anni. Il che, ovviamente, si giustifica, in parte, con la "disabitudine" a un problema, in precedenza, irrilevante. Tuttavia, anche per questo, il lavoro appare indebolito nella gerarchia dei valori personali. D'altronde, non gratifica più come una volta. Si dice, infatti, soddisfatto del lavoro il 56,8% dei vicentini. Dieci anni fa era l'80,8%. E se ciò succede a Vicenza, una società totalmente coinvolta nel lavoro, figurarsi altrove.

Anche in questo modo si spiega lo slittamento verso il basso della posizione sociale ed economica percepita dalla popolazione. Oggi, infatti, il 49% degli italiani dichiara di appartenere ai ceti popolari oppure alla classe operaia. Sì, proprio alla "classe operaia". Così si definisce ancora il 37% degli italiani. Anche se gli operai, notoriamente, non esistono più. Sono scomparsi insieme al lavoro. E per dimostrare la propria esistenza debbono ricorrere a proteste clamorose. Fino ad allestire un'Isola dei Cassintegrati all'Asinara. Rischiando di passare per giapponesi che continuano la guerra. Senza sapere che la guerra è finita. Da tempo. 

Tuttavia, un italiano su due oggi si sente classe operaia o popolare: 10 punti percentuali più rispetto al 2006. Mentre il 44% si colloca fra i ceti medi. (Era il 53% solo 4 anni fa, quando la società italiana era davvero "media".) Il residuo 5-6% (costante nel tempo) si sente e si dichiara "borghesia, classe dirigente". Lo ripetiamo: c'è uno squilibrio ampio tra il significato e la realtà del lavoro. Il lavoro continua ad avere un ruolo prevalente nel definire non solo la condizione, ma anche la posizione sociale, le aspettative e gli orientamenti delle persone. Lo stesso Berlusconi utilizza la propria biografia "professionale" come esemplare. La prova che "tutti ce la possono fare". Partire dal nulla e arrivare in cima al mondo (o, almeno, fino ad ora: all'Italia). 

Eppure l'italian dream, che egli interpreta ed esibisce, oggi non funziona più. Se il lavoro genera solo - o prevalentemente - preoccupazione. Se, invece che un "ascensore sociale", diventa uno "scivolo". Che spinge quote crescenti di popolazione nella "classe operaia". Cioè: nell'oblio, visto che la classe operaia è stata cancellata. Mentre gli attori che ne rappresentano gli interessi appaiono sempre più periferici. Gli stessi sindacati godono (si fa per dire...) della fiducia di circa un quarto della popolazione. E di poco più del 20% tra i lavoratori. D'altra parte, la loro base di iscritti è in maggioranza composta da pensionati.

Intanto, quasi 2 italiani su 3 ritengono che negli ultimi 5 anni la loro posizione sociale sia peggiorata. Un destino che interessa il 72% di coloro che si sentono classe operaia. Difficile, dunque, non porsi qualche dubbio sul nostro futuro, se il fondamento della nostra carta costituzionale, cioè il Lavoro: a) non offre certezze durature e tanto meno stabilità, al Sud, al Centro, al Nord e perfino nel Nordest; b) diventa il principale fattore di preoccupazione sociale e familiare; c) non genera mobilità sociale, se non verso il basso; se, ancora, d) metà della popolazione si sente classe operaia (e popolare) ma si insiste a negarne l'esistenza. 

Se tutto ciò è vero e riguarda tutte le fasce di popolazione (ma soprattutto i più giovani) allora resta da capire se vi sia una soluzione o, almeno, un rimedio. Per affrontare, o almeno, sopportare il declino del lavoro. E di tutto ciò che rappresenta, sotto il profilo fattuale e simbolico, materiale e normativo. L'unico riferimento possibile è, sicuramente, la "famiglia". Considerata, insieme all'arte di arrangiarsi, il marchio specifico dell'identità italiana dagli italiani stessi. Le vicende del nostro tempo non possono che accreditare questa idea. Vista l'importanza assunta dai legami familiari nelle attività economiche, nelle carriere professionali. E - in questi tempi - nelle vicende politiche. Tuttavia, a maggior ragione, temiamo il declino (l'eclissi?) del lavoro. Temiamo coloro che non lo temono. Ne temiamo gli effetti economici ma anche - e anzitutto - "ideologici". Ebbene sì: il ritorno trionfale del "familismo" ci spaventa. 

 
 
   
 
 
   
 
 
   
 
 
   
   
 
    NOTA METODOLOGICA

Indagine Demos & Pi - LaPolis (Univ. di Urbino) per Repubblica, in collaborazione con Medialab (Vicenza) per la parte organizzativa. 
L'indagine è curata da Ilvo Diamanti e Luigi Ceccarini. Con la collaborazione di Ludovico Gardani per la parte metodologica. Martina Di Pierdomenico ha partecipato all'impostazione dell'indagine e all'analisi dei risultati.
Il sondaggio è stato condotto da Demetra (sistema CATI, supervisione di Claudio Zilio) nel periodo 6 - 9 luglio 2010. Il campione intervistato (N=769) è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza. 

Documento completo su www.agcom.it


Salari, Cgil: potere d'acquisto giù di 5.500 euro in 10 anni. Epifani: pesano le tasse

ultimo aggiornamento: 27 settembre, ore 13:40
Roma - (Adnkronos/Labitalia) - Presentato a Roma il V Rapporto Ires Cgil 2000-2010: se consideriamo il biennio della crisi, contiamo un aumento della pressione fiscale dello 0,4%. Quanto alla distribuzione del reddito, l'Italia risulta il sesto paese più diseguale nell'Ocse. Oggi, oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. 
I lavoratori dipendenti italiani hanno perso in dieci anni 5.453 euro di potere d'acquisto. Lo sostiene il V Rapporto Ires Cgil 2000-2010 sulla crisi dei salari presentato oggi a Roma.

da: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Salari-Cgil-potere-dacquisto-giu-di-5500-euro-in-10-anni-Epifani-pesano-le-tasse_311022515823.html.

Secondo le stime dell'Ires Cgil, le retribuzioni contrattuali rispetto all'inflazione dell'1,7% nel 2010 crescono del 2,1%, le retribuzioni di fatto crescono del 2,1% e le retribuzioni nette dell'1,9% evidenziando così un aumento della pressione fiscale dello 0,2% in corso d'anno. A questo punto, si legge ancora nel rapporto, se consideriamo il biennio della crisi, contiamo un aumento della pressione fiscale dello 0,4%. L'incremento medio reale del biennio 2009-2010 risulta pertanto di appena 16,4 euro netti medi mensili. Se, inoltre, calcoliamo la crescita delle retribuzioni includendo anche l'abbattimento del reddito dovuto al massiccio ricorso alla cassa integrazione, l'aumento netto reale in busta paga, per tutti i lavoratori dipendenti, risulta solamente di 5,9 euro al mese.

 La perdita cumulata calcolata sulle retribuzioni equivale, secondo il Rapporto Ires, a circa 44 miliardi di maggiori entrate complessivamente sottratte al potere d'acquisto dei salari. Questo spiega perché, nel decennio 2000-2010, le entrate da lavoro dipendente abbiano registrato una crescita reale (quindi al netto dell'inflazione) del 13,1% a fronte di una flessione reale di tutte le altre entrate del -7,1%.

 In ogni caso, nel periodo 2000-2008, a parità di potere d'acquisto, le retribuzioni lorde italiane sono cresciute solo del 2,3% rispetto alla crescita reale delle retribuzioni lorde dei lavoratori inglesi del 17,40%, francesi e americani (4,5%). Questo, sottolinea il rapporto Ires, spiega anche come, in Italia, a parità di potere d'acquisto, nonostante una dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto più sostenuta, le retribuzioni e lo stesso costo del lavoro risultino all'ultimo posto della classifica Ocse 2008. Eppure, classificando i 30 Paesi Ocse attraverso l'indice di concentrazione del reddito l'Italia risulta il sesto paese più diseguale. Come ci ha insegnato la crisi, osserva l'Ires, a generare la bassa crescita a zero sviluppo contribuisce anche un'iniqua distribuzione del reddito. In Italia, la distanza tra reddito medio e reddito mediano (del 50% popolazione più povera) risulta invece essere cresciuta più di tutti gli altri paesi Ocse, passando negli ultimi 15 anni, dal 10,5% al 17,3% (prima della crisi). La previsione è che nel 2011 tale distanza raddoppierà, superando il 20%.

 Già oggi, oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7 milioni (63%) di pensionati di vecchiaia o anzianità guadagna meno di mille euro netti mensili. Allora, secondo l'Ires, elaborando i microdati dell'indagine sulle forze lavoro Istat e prendendo come riferimento il salario netto medio mensile di 1.260 euro, emerge che: una lavoratrice guadagna il 12% in meno; un lavoratore di una piccola impresa (1-19 addetti) il 18,2% in meno; un lavoratore del Mezzogiorno il 20% in meno; un lavoratore immigrato (extra Ue) il 24,7%; un lavoratore a tempo determinato il 26,2%; un giovane lavoratore (15-34 anni) il 27% in meno e un lavoratore in collaborazione il 33,3% in meno.

 In Italia, esiste "un grande problema che riguarda l'abbassamento dei salari anche legato al prelievo fiscale", rimarca il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Il leader della Cgil chiede "un intervento urgente che sgravi il lavoro dipendente" riequilibrando il peso del prelievo a favore dei salari. I salari, secondo Epifani, pagano al momento di più di altri redditi ed è necessaria una "svolta" che affronti il problema delle retribuzioni.

 Per Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, ''non sono le aziende che devono produrre meglio e di più. Il problema è che i consumi interni sono troppo bassi". ''E' un circolo vizioso. Meno si consuma, più si sta a casa. Più si sta a casa, meno si consuma. Il rischio è una crisi profonda, una depressione. E' questo che bisogna evitare", dice a CNRmedia.

Il raffronto della dinamica delle retribuzioni lorde e nette con l'inflazione effettiva, si legge nel rapporto, riporta all'attenzione l'irrisolta questione salariale che, dal 2000 al 2010, ha generato una perdita cumulata di potere d'acquisto dei salari lordi di fatto di 3.384 euro (solo nel 2002 e nel 2003 si sono persi oltre 6.000 euro) che, sommata alla mancata restituzione del fiscal drag, si traduce in 5.453 euro in meno per ogni lavoratore dipendente alla fine del decennio.
 

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Laureato a Bologna. Mi affascina occuparmi come hobby della sociologia e filosofia, tenendo ben presenti i problemi della natura, che soffre oltremodo per la presenza asfissiante dell'uomo. Il mio ideale è trovare una forma di convivenza degli uomini che: 1) abolisca le guerre; 2) promuova uno sviluppo sostenibile; 3) trovi un equilibrio permanente con la natura del pianeta Terra; 4) ridistribuisca le risorse tra tutti gli abitanti del pianeta; 5) aumenti le risorse relative su scala mondiale, mediante diminuzione della popolazione con un rientro morbido sotto i 4 miliardi, prima della fine del petrolio. "Imagine there's no countries It isn't hard to do, Nothing to kill or die for And no religion too. Imagine all the people Living life in peace... You may say I'm a dreamer But I'm not the only one. I hope someday you'll join us And the world will be as one. Imagine no possessions, I wonder if you can, No need for greed or hunger A brotherhood of man. Imagine all the people Sharing all the world..." Imagine di John Lennon
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